08 gennaio 2019

Qui peraltro non s'era mai chiuso

Pare ci siano diversi blog d'epoca che in questi giorni, stiracchiandosi dopo un lungo sonno, contravvengono alla regola della Pizia (roba da Blog Club, più o meno). D'altro canto, non vedo perché non debba valere anche la regola di Livefast.

Comunque sia... ciao con la manina a Strelnik, al Many e a Mirumir, tanto per cominciare (qui m'era uscito un refuso che val più d'un lapsus: "tango per cominciare").

28 dicembre 2018

Promemoria

Facile facile: quando fai qualcosa, qualunque essa sia, ricordati di respirare e sarà più facile.
E inoltre: quando fai qualcosa, qualunque essa sia, se oltre a respirare ti ricordi di sorridere, ti verrà meglio.
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Nota utile: il sorriso va adeguato alle circostanze: in taluni casi andrà espresso solo interiormente.

14 dicembre 2018

S'accorciano

Luce. Buio. Luce. Buio. Luce. Buio. Luce. Un sorriso, un bel saluto. Una frustrazione, un'incazzatura. Affetto, sintonia. Introversione, distanza. Euforia immotivata, musica coinvolgente. Lagnosità varie, circoli viziosi. Contagi d'allegria, potenti spirali virtuose.

Luce. Buio. Un po' meno luce. Un po' più di buio. Ancora meno luce. Un po' di buio in più. Luce sempre più breve. Buio sempre più lungo. Per paura che la tenebra si mangi piano piano tutto il lume, si accendono le lucine: quelle delle candele di ḥănukkāh, quelle degli alberi di Natale, e prima ancora quelle delle lampade tradizionali del Diwali. Basterebbe salire in soffitta per averne anche qui: magari domani, magari dopodomani.

Luce breve e fioca. Buio, notte lunga. Luci piccoline stese mentre annotta. Lunghe notti buie e brevi accese intermittenze. Alba che confonde il giorno con il buio e poi di nuovo buio con le luci nella notte. Notte buio amori, stelle rilucenti. Buio che rifulge, notte nuovo giorno. Buio non più buio con il sole anche di notte. Luce buio luce buio luce.

Luce, buio. Le presenze, le assenze. Luce, buio. Buio, luce. Vecchi amici che ci sono sempre e altri che per sempre se ne vanno. Persone sempre vive nel ricordo anche quando non ci si vede quasi mai e persino quando vive, purtroppo, non sono più. Di una, conosciuta ai tempi delle prime ondate di blogger, ho saputo solo da pochi giorni. Mardin la voglio celebrare con parole da lei ritwittate qualche mese fa:
i am nothing more than a
feather caught in the wind,

but still, i fly.
[Sono nulla più che una piuma presa nel vento; ma comunque, volo.]

04 dicembre 2018

Sulla fiducia

Nell'autunno inoltrato, un saluto al sole eseguito al mattino presto si fa sulla fiducia.

Fiducia facile da riporre, peraltro, quando nel bluette antelucano là fuori si presenta un cielo da "a mille ce n'è", con la luna e la stellina, ovvero l'ultimo quarto del nostro satellite naturale e il brillio di Giove, che all'occhio nudo in questi giorni pare accompagnare la falce di luna girandole attorno in una gentile danza lenta.

Ci si ferma incantati, e poi ci tocca correre.

29 novembre 2018

Era ieri o ieri l'altro

Era ieri, sì, ieri, son sicuro: era ieri, o l'altro ieri, quando stavo al sole in cima ad una cresta dolomitica. Era forse il giorno prima quando al caldo bianco e blu la brezzolina greca accarezzava in spiaggia le mie voglie.
Saran passati cinque giorni da quel lungo viaggiare lungo vie deserte, una decina al massimo dai giri in autostop. Forse un paio di mesi, o tre, dagli umidi baci timidi e, te lo concedo, almeno un anno e mezzo da quel dieci e lode preso nel dettato. Magari un lustro avanti nemmeno c'ero ancora.
Invece un giorno e un mese dopo, andando e riavvolgendo, diverse e assai copiose ecco affiorare nitide, lucenti e sfarfallare poi trentaduemila e cento immagini, sottili come petali archiviati in un sussurro.
È così fatto, pare, della memoria l'almanacco, coi misteriosi anditi, suoi magici wormhole che in un baleno svelano stanzoni e bugigattoli, colori e panorami, distese e controcieli di luci radenti, meravigliosi attimi infiniti, distanti e vicini, meravigliosi attimi infiniti.

27 ottobre 2018

Prima che il tempo cambi

Prima che cambi il tempo, lascia risplendere quel tuo sorriso, capace di far scintillare gli occhi tuoi e quelli altrui.
Prima che il tempo cambi, riscopri ogni minuto e le sue frazioni, nidi d'eternità minuscole e preziose, spesso più imperdibili di quanto non appaia.
Prima che cambi il tempo, risoffia sulle nuvole direzionandole a forgiare forme e disegni disparati, protagonisti ingenui di vivide vicende e fantasie fiabesche.
Prima che il tempo cambi, richiama a te le ore del ricordo e della speme, lancette fisse nel cielo mobile dei giganteschi ruotismi d'ingranaggi vitali.
Prima che cambi il tempo, sii tu sole e vento. Qui.
Prima che il tempo cambi, sii tu l'istante. Ora.

30 settembre 2018

04 agosto 2018

Abbracciare tempo e spazio

Stasera la traduzione che sto completando ha lasciato spazio, anzi tempo, anzi spazio-tempo, alla seconda visione di un film che richiama, per quanto può, un libro bellissimo che lessi nel 2005 in italiano e nel 2009 in lingua originale: rispettivamente La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo e The Time Traveler's Wife.

Con un pochino d'imbarazzo, confesso di aver pianto come una fontanella. Il fatto è che l'opera si lega molto, troppo, al tema degli addii e al mio bisogno di abbracciare tempo e spazio. Un bisogno che talvolta si soddisfa, almeno un po', almeno per un po', nel ricordarsi, nel ritrovarsi, nella condivisione di storie e memorie e negli sguardi allungati ad accarezzare panorami noti che lasciano ogni volta scoprire qualcosa in più di sé (in entrambi i sensi custoditi da questo pronome riflessivo).

Comunque, a sfogarsi poi ci si sente meglio e ci si trova subito pronti a risorridere.

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Link: da questo stesso blog, qualcosa più o meno a proposito di quanto sopra.

22 luglio 2018

Tropical

Qui sopra la grandinata, mentre nel cielo a destra del balconcino le nuvole sono ornate dai raggi solari. Cerco dalla parte opposta l'arcobaleno e incontro invece una mezzaluna pallida, un attimo prima che svanisca dietro le gocce sempre più fitte.
Bello, ma poi penso: chissà se questo sarà il succo climatico che ci toccherà sempre più spesso.
In tal caso, c'è da sperare che le dosi non siano troppo massicce, che ci si possa continuare a riderci su, godendone l'anomalia temporanea e non i terribili effetti... Per sperare con qualche probabilità positiva di rallentare il cambiamento climatico, però, sarà meglio darsi da fare a invertire la rotta, a cominciare da una maggiore consapevolezza nei piccoli gesti e nelle scelte quotidiane.

20 luglio 2018

Scatola di pioggia

American Beauty è uno dei due album acustici dei Grateful Dead.
Roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzo e che mi piace ancora un sacco, dentro la scatola di pioggia* in cui viviamo, tra gioia e malinconia, immensità e finitezza, unità e distacchi, ma con il canto sempre pronto a irrorarci l'animo e lo sguardo, l'euforia e il piantoriso, fin quando durerà e forse anche oltre, chissà.

* "Box of Rain" è il titolo del primo brano di questo LP uscito nel 1970.

06 luglio 2018

Non è uno spazio libero

È il rimescolio di vita e morte, tempo dei ricordi e lampi di non tempo, passato smarrito e futuro nostalgico, è tutto questo di sicuro, con la musica come eccipiente, a innescare poesia; è tutto questo di sicuro, ma probabilmente altro ancora, a innescare le lacrime, con la musica come grimaldello.
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Giorgio Gaber, La libertà

Cannibalismi

La donna dei miei sogni varia secondo i sogni, forse dipende da quello che ho mangiato la sera prima.
Le donne dei sogni fagocitano le realtà indigeribili, ma in definitiva narcotizzano.
Lungo è il sonno che nutre l'oblio degli altri sogni, quelli da inseguire e trasformare in realtà.
La faticosa realtà, bella però, dove chi conta davvero deve essere, esserci, volermi sapere e sapere ingolosirmi.

29 giugno 2018

Where we belong

L'inizio e la fine, le partenze e i ritorni, gli addii e i nuovi saluti: tutto questo, condito da una dolce malinconia, c'è nella canzone che fu l'ultimo singolo dei R.E.M., come un sogno fatto nell'omonima fase del sonno, poco prima del risveglio decisivo.

S'intitola We All Go Back to Where We Belong, "Torniamo tutti dove ci sentiamo a casa" (a scuola si insegna sempre la formula "belong to" = appartenere, ma il verbo "belong" significa innanzitutto "sentirsi a proprio agio", "essere nel posto giusto"; che poi, volendo, è una sorta di appartenenza).

Ritorni e passi all'indietro ne ho fatti tanti in vita mia: non nel senso dell'arretramento, semmai del recupero, quasi una piccola ricerca (del tempo perduto) per ritrovare e ritrovarsi. Negli ultimi due mesi, però, due volte in particolare mi è risuonata questa frase, proprio musicalmente, così com'è cantata: per i miei genitori. Quel giorno in cui ho mollato per qualche ora le scadenze incombenti e sono corso a far gli auguri alla mamma per l'omonima festa, pur sapendo che l'unico modo per farsela contare valida sarebbe stato fermarsi a pranzo. Quella sera in cui mi sono imposto perché festeggiassimo il compleanno di papà il giorno giusto, il sei di giugno, a costo di avere una tavolata incompleta: eravamo meno di una decina, ma lui è stato contento.

A breve li accompagnerò in montagna e mi fermerò con loro: una sorta di ribaltamento dei ruoli, se penso che ci fu un tempo in cui il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, all'epoca giorno festivo) era la data canonica per l'epopea delle partenze vacanziere familiari.
Per l'ennesima volta, la meta sarà Castello di Fiemme, uno dei luoghi che possiamo chiamare "casa". Confido che il senso di appartenenza nutra adeguatamente in me la necessaria pazienza.

Intanto, godiamoci la canzone:

16 giugno 2018

All You Need Is Pop

Alla festa di Radio Popolare ci sono andato ieri sera per un paio di motivi, anzi qualcuno in più: per ascoltare il recital di Lella Costa (che ricordavo spiritosa e intelligente, ma che ho trovato bravissima sul palco, ancora meglio rispetto ai ricordi del passato), per bere la birra artigianale, per mangiare alle bancarelle del cibo da strada di qualità, per passare una serata in un parco, per fare un po' di chiacchiere, per sostenere la mia radio, alla quale sono abbonato da almeno un paio di decenni.
Abbonarsi significa sostenere l'informazione indipendente, merce rarissima, quasi quanto il giornalismo vero. Per abbonarsi bastano 90 euro all'anno (pochi centesimi al giorno).
"All You Need Is Pop" continua oggi (sabato) e domani (domenica).

05 giugno 2018

Ciculabet

Ho scoperto che questa parola, poesia della semplicità infantile, evocatrice di colori a macchie rosse sul ciglio delle strade o in mezzo ai campi, viene compresa in un'area ben più limitata di quel che pensavo.
Ho verificato che se dico "ciculabèt" a Milano, non mi capiscono nemmeno le persone che conservano una buona pratica dialettale. Questo perché solo in brianzolo (o quantomeno, in dialetto seregnese) si dice così "papavero" o "papaveri".
Non so a quali fonti attinga l'etimo, foriero di tanta affascinante stranezza, ma so che in me, outsider linguistico nella fanciullezza in Brianza, quale figlio di un napoletano e di una romagnola, il suono e il seme di questo lemma avevano attecchito ben bene, raggiungendo il livello di naturalezza degli assiomi.
Quand'ero piccolo, parecchi ragazzi appena più grandi di età usavano ancora il dialetto in famiglia e con gli amici e le mie orecchie, già bilingui in ambito domestico, si arricchivano d'altro idioma. Le scoperte si ampliavano poi d'estate, in Trentino, dove da bambini passavamo intere giornate con i coetanei valligiani molto più che con altri villeggianti.
Oggi permangono alcuni vivaci ricordi, rarefatti ma sgargianti, un po' come delle macchie rosse in un campo, eleganti e attraenti nella loro ammiccante immediatezza.

03 giugno 2018

In balia della malia

Tutt'e due con l'accento sulla i, beninteso. Così ci si sente ad ascoltare la voce di Marisol Martinez da Buenos Aires.
Posso ben dirlo, avendola sentita ad aprile con l'orchestra argentina del momento, la Romantica Milonguera, a maggio in duo con il bravo pianista Jean Filoramo (che avevo già sentito accompagnare il grande bandoneonista Osvaldo Barrios), e ieri sera con l'orchestra Solo Tango, formazione russa di livello mondiale e apprezzata anche in Argentina. Giustamente apprezzata, direi, perché in quattro esprimono e trasmettono un'energia essenziale e avvolgente con interpretazioni impeccabili e passionali al tempo stesso.
Marisol Martinez è indubbiamente bella, ma il fascino della sua voce è anche superiore alla sua avvenenza. Riesce a toccare corde profonde, attingendo direttamente al dire e al sentire proprio del tango tradizionale. Quando canta, viene contemporaneamente voglia di restare fermi ad ascoltare e di mettersi a ballare. La contraddizione viene risolta dal suo invito a riempire la pista di abbracci. Perché un suo invito non si può certo declinare, trovandosi in balia della sua malia.

02 giugno 2018

Cosa di tutti

Cercare di non farsi livellare verso il basso è un dovere verso sé stessi e un beneficio per tutti. Non dico sia facile riuscirci regolarmente, ma già pensarci ogni tanto può portare qualche frutto.
Che oggi sia la festa della Repubblica non deve indurci allo sconforto per il contrasto tra gli ideali del documento che la costituì e le ignobili bassezze di intrallazzatori e incapaci.
Pensiamo piuttosto al fatto che quel due giugno del quarantasei, oltre al referendum che sancì la scelta repubblicana, rendendoci cittadini anziché sudditi, fu anche la prima occasione in cui le donne ebbero l'opportunità di votare e di essere votate in elezioni politiche (nelle amministrative era già successo pochi mesi prima, nel marzo 1946). Inoltre, fu eletta l'Assemblea Costituente, che si occupò di redigere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.
La Repubblica non è cosa di altri: qualunque cosa le facciamo, la stiamo facendo anche a noi stessi.

01 giugno 2018

Comfort zone

Il presente, l'immediato, l'istante, il bambino che in te pretende, subito: un'indulgenza a pranzo, un'ulteriore leccornia in un'ottima gelateria, un giretto in bici con puntatina in biblioteca.
La capacità di gustarlo, quel presente, col giovinetto che in te scalpita gioioso, tuttora e nonostante: le chiacchiere in compagnie variabili, il compiacimento di assaporare golose combinazioni, il fresco arioso sulla pelle, la disponibilità a invertire la pedalata per dispensare viva cordialità, e la propensione a sorridere al mondo anche così com'è.
La prospettiva e le aspettative, la preoccupazione di procurarsi la quasi certezza del futuro piacere, in grado di contrastare l'ansia e di darti la forza di rimandarlo: nel ballo, nella lettura, nelle visioni, fors'anche nel resto.
Un futuro incerto, ma che non sia senza presente.

31 maggio 2018

You don't know what you've got till it's gone

Lo cantava Joni Mitchell in un verso di Big Yellow Taxi: non ti accorgi di quel che hai fino al momento in cui svanisce.
Averne la consapevolezza può consentirti di porvi rimedio, imparando a scorgere e apprezzare tutto ciò che di buono abitualmente daresti per scontato. Ciò e chi: cose e persone, situazioni e relazioni.

30 aprile 2018

Dieci album in 10 giorni

Qualche settimana fa Luca Talamazzi (caro amico e bravo chitarrista con cui ebbi la ventura e il piacere di collaborare negli Ohm Suite Ohm e nei Fragole e Sangue) mi nomina su facebook per una cosa "che può anche piacermi, sebbene non sia sicuro di continuare per 10 giorni di fila", questa:
Giorno 1 di 10 giorni. 10 dischi all time della tua vita. Qualcosa che realmente ha avuto un impatto su di te e che continui o continueresti ad ascoltare. Posta solo la copertina, non aggiungere spiegazioni. Uno al giorno. E nomina una persona al giorno.
Qui di seguito, le conseguenze.

Per il primo, me la cavo condividendo la stessa copertina di Luca Talamazzi, perché non mi sono mai stufato di riascoltare i Velvet Underground & Nico.
Però lo dico già: non nominerò nessuno, chi vuole partecipi, commentando o pubblicando.
Aggiungerò il link di (almeno) una canzone per disco. Adesso mi va di riascoltare subito I'll Be Your Mirror.

Secondo giorno: Bossanova dei Pixies, che uscì nel 1990.
Come singolo pezzo, scelgo Allison, di cui proponemmo la cover con i Pontebragas.

Terzo giorno, terzo album: The Queen Is Dead degli Smiths. Iniziai ad ascoltare molto spesso i loro pezzi durante la naja, sdraiato in branda la sera tardi. Certe volte i commilitoni mi chiedevano di abbassare o spegnere, perché nonostante le cuffiette, il walkman sparava troppo.
La canzone che scelgo è solo una delle tante, anzi tutte, belle, dell'album: There Is A Light That Never Goes Out. Una curiosità: l'apertura ricorda un pezzo dei Velvet Underground (There She Goes Again), che a loro volta riprendevano un pezzo di Marvin Gaye (Hitch Hike, la cui versione eseguita dai Rolling Stones ispirò lo scherzetto di Johnny Marr).

Il 4° album che scelgo è Mlah, quello d'esordio (1988) delle Négresses Vertes, che m'estasiarono anche dal vivo al Rolling Stone di Milano, in un concerto davvero irripetibile, anche perché di lì a pochi mesi Helno, il cantante, morì.
Dilemma per la selezione di una canzone, visto che quasi tutte mi piacciono tantissimo, ma opto per l'imprescindibile C'est pas la mer à boire.

5° su 10. Il mio primissimo acquisto da ragazzino delle medie, quando ancora non avevo lo stereo, fu la cassetta Rimmel di Francesco De Gregori.
La canzone che mi va di riascoltare è quella che dà il titolo all'album, uscito nel 1975.
Per i più giovani eventualmente ignari, un'audiocassetta era una cosa così.

6° su 10. Babele Dunnit, anch'egli coinvolto da Luca Talamazzi, dichiarava: "Degli Stones non so scegliere. Veramente un casino. Troppi, troppi pezzi eccezionali."
Invece io a questo proposito non ho dubbi, soprattutto perché questo doppio uscito nel 1972 l'ho ascoltato davvero moltissime volte anche di recente, avendone il CD in auto. Il lato buffo è che è stato mio figlio Lorenzo a riportarmelo all'attenzione pochi anni fa: "Ohi pa', devi assolutamente ascoltare questo!" E io, sorridendo fin da dentro: "Bello, eh? L'hai trovato nella colonna lì in Bovisa, vero? E chi credi l'abbia comprato?".
Rolling Stones, Exile On Main Street. Come singolo, stasera scelgo Tumbling Dice, ma non obietterei a qualsiasi altro pezzo di questo disco straordinario.

Una menzione per Neil Young non può mancare, quindi per il 7° su 10 propongo un suo album. Tra i tanti che riascolterei volentieri in qualsiasi momento, scelgo il primo che acquistai, verso la fine degli anni settanta: After The Gold Rush, pubblicato nel 1970.
Il disco iniziava così.

8° su 10. Oggi la palma d'oro va a Remain In Light, capolavoro dei Talking Heads, che scoprii nel 1980 grazie al mio primo insegnante d'inglese David Jelley.
Il singolo che ripropongo all'ascolto è The Great Curve, che tra l'altro contiene uno dei miei versi preferiti in assoluto e cioè: "The world moves on a woman's hips", il mondo si muove sui fianchi di una donna.

Per il 9° su 10, sfrutto il post di Maurizio Raspante. Per me i Jefferson Airplane sono e sono stati imprescindibili fin dall'adolescenza. Questo disco, poi, contiene diversi pezzi che varrebbero da soli il "prezzo del biglietto". Dunque, vada per Surrealistic Pillow (1967).
La voglia del momento è di omaggiare Jorma Kaukonen con il suo Embryonic Journey... però aggiungo qualche parola su Somebody To Love, al quale dedicai un post sul blog.

10° su 10 giorni: Sciò di Pino Daniele. Innanzitutto perché è un doppio dal vivo del 1984 che racchiude molti dei suoi pezzi migliori e poi perché fu proprio nell'autunno di quell'anno che assistei a un suo concerto a Milano, la sera prima di partire per Napoli in autostop. Quel concerto iniziò con Je sto vicino a te, di cui ti faccio riascoltare la versione tratta dal suo secondo album, Pino Daniele, del 1979.
In effetti, preferisco le versioni che si trovano nei dischi originariamente registrati in studio, ma per le regole di questo giochino non potevo inserire Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà, Vai mo', Bella 'mbriana e Musicante in un unico post.

25 aprile 2018

Buon 25 aprile!

Sto per andare in Bovisa, in giro in bici con l'ANPI a omaggiare e ricordare i partigiani caduti.
Oggi più che mai: ora e sempre Resistenza.
Se ci tieni ai diritti civili, che oramai diamo per scontati, ricorda e resisti anche tu. Possibilmente, producendo gioia.

31 marzo 2018

Regalarsi bellezza

Almeno di tanto in tanto, occorre una dose di bellezza gratuita.

È questo il succo di quel che ho cercato di trasmettere ai ragazzi di quarta qualche giorno fa al CIOFS. Era il 21 marzo e ho detto loro: Oggi è la giornata internazionale della poesia e ritengo giusto ritagliarci del tempo per qualcosa di bello. Vi farò una lezione diversa, sulla quale non interrogherò. Potete scrivere, se volete, ma non è obbligatorio. E ho parlato loro del sonetto, per sommi capi, descrivendo la differenza tra lo schema tipico del dolce stil novo e quello elisabettiano, per arrivare a William Shakespeare e presentarne il numero diciotto, come già avevo fatto in altre classi in anni passati. Questa volta però è stato meglio: mi hanno davvero fatto un regalo rimanendo attenti e concentrati per tutta l'ora e ponendo qualche domanda alla fine. Dopo la lettura, le spiegazioni e la traduzione, abbiamo concluso con l'ascolto della versione musicata e interpretata da David Gilmour. Mi sono poi goduto la contentezza incredula dei colleghi e della direttrice al racconto di quanto successo ("Ma i nostri?!").

Frequentare la poesia, cosa che si fa troppo poco, che io stesso faccio troppo di rado, nutre l'anima e ravviva interiormente come una pioggia di primavera i colori. È più o meno la stessa cosa che succede le rare volte in cui mi concedo di assistere a un concerto di musica classica. Prima di andare è la pigrizia a prevalere, magari condita da un vago timore di annoiarsi, mentre alla fine si esce sempre arricchiti e più belli dentro. Forse anche fuori, perché lo splendore autentico che emana dalla parte migliore di noi stessi è capace di farci sfolgorare oltre ogni aspettativa.

Coerentemente, l'altro ieri mi sono regalato la giornata e approfittando dell'ingresso gratuito alla Pinacoteca di Brera in occasione della riapertura delle sale napoleoniche, sono rimasto a girare e a guardare capolavori per oltre quattro ore. Mi sono procurato un'audioguida, alternando così ove possibile ascolto e lettura per la presentazione delle opere e non esitando a sedermi di tanto in tanto. Me la sono presa comoda, non ho saltato nemmeno una sala, nemmeno un quadro ho trascurato. Non possiedo competenze adeguate per opinare sul nuovo allestimento, ma posso dire di avere gradito molto la visita e di avere apprezzato il risultato visibile dell'ottimo lavoro di restauro effettuato dai tecnici e dagli studiosi di Brera.

11 marzo 2018

Veniamo un po' da tutte le parti e da nessuna

"Las cosas solo son puras si uno las mira desde lejos. Es muy importante conocer nuestras raíces, saber de dónde venimos, conocer nuestra historia, pero al mismo tiempo, tan importante como saber de dónde somos es entender que todos, en el fondo, somos de ningún lado del todo y de todos lados un poco."
(Jorge Drexler)

Le cose sembrano pure solo se le si guarda da lontano. È importantissimo conoscere le nostre radici, sapere da dove veniamo, capire la nostra storia. Allo stesso tempo, però, importante quanto sapere da dove veniamo è capire che, in fondo, siamo tutti un po' di tutte le parti e di nessuna.

Queste parole le ho ascoltate in una conferenza* su TED intitolata Poetry, music and identity (Poesia, musica e identità), scoperta grazie a un link rilanciato su facebook a proposito di un brano (dal minuto 7:30) in cui questo musicista parla della milonga e delle sue origini, nell'ambito di un discorso più ampio e molto interessante sulla multiculturalità.

Pace e bene.

(* in spagnolo, ma nel sito trovi la trascizione anche in altre lingue)

08 marzo 2018

Un augurio ripetuto

Non ho fatto gli auguri ad alcuna delle donne che ho incontrato oggi.
A scuola, però, a quattro diverse classi di adolescenti, ho espresso il mio augurio e cioè che in futuro non debbano più essere necessarie giornate come questa.
Ho spiegato e rispiegato cose ovvie ma evidentemente non scontate: che la condizione femminile è tuttora critica, che le donne sono oggetto di discriminazioni sia a livello sociale (ho portato l'esempio degli stipendi iniqui per differenza di genere), sia a livello familiare (ho parlato delle incombenze domestiche), sia soprattutto a livello di mentalità diffusa.
A proposito di quest'ultimo punto, ho tracciato un collegamento tra i pregiudizi più o meno sottili, ma comunque piuttosto radicati, e comportamenti inaccettabili quali la possessività ossessiva e la violenza, che coincidono con l'incapacità di stabilire rapporti paritari, riconoscere e comprendere le differenze, cogliere l'opportunità di crescere insieme, nel confronto e nello scambio permanente.

25 febbraio 2018

Non solo tango

Ho ricominciato ad andare in piscina e ricomincio a bere rooibos, che è buono e fa bene.
Rientrare in acqua clorata è un po' come andare in bicicletta: ci si rimette a pedalare senza pensarci e bracciata dopo bracciata si torna subito all'obiettivo minimo di qualche anno fa, cioè, per me che sono di poche pretese, 30 vasche. Tu che nuoti per davvero, abbi un po' di comprensione: negli ultimi anni avevo nuotato solo al mare o al lago, e sempre per brevissimi tratti. Da notare che per la prima volta ho fruito della piscina Costa, vicino alla quale abito da quasi 11 anni. La solita storia della tana dell'orso.

L'ennesima dimostrazione che basta guardarsi intorno per trovare, perfino nelle immediate vicinanze, possibilità di iniziative interessanti e attività utili o piacevoli, economiche o addirittura gratuite, me la fornisce anche il Pertini, dove in questo periodo, un venerdì al mese, si tiene la rassegna di conferenze "Alla scoperta dell'universo", a cura del Gruppo Astrofili di Cinisello Balsamo.
L'altra sera ho seguito quella sul telescopio spaziale Hubble. Lo sguardo sull'universo profondo è anche un avvicinamento al mistero e alla bellezza di scoprirne ogni volta un altro pezzetto, ancora, senza mai saziarsi, ma con la capacità di goderne, spicchio dopo spicchio. Per me si tratta di un arricchimento simile a quello ottenuto ascoltando musica classica dal vivo, un piacere che mi concedo raramente, ma senza mai pentirmene.

E a proposito di musica, stasera sarà quella del tango ad accompagnarmi in una nuova serata di abbracci. In questo 2018 ho quasi sempre variato milonga: Tangoy, Treno (anche stasera), Spazio A (tre volte per Rosa Morena e una per Oltretango), Milonguita (due volte), Sio, Café Dominguez, Pensalobien, Circolo Grossoni, Mariposa. Mi ripromettevo di andare a ballare una volta alla settimana, ma sto gradevolmente superando la media.

17 febbraio 2018

Un po' più in là del naso

In onore del Capodanno cinese, segnalo Risciò, un sito in cui si possono ascoltare interessanti podcast "a spasso per la Cina".
Su sollecitazione di mia figlia Francesca, per esempio, ascolto la puntata "La Cina in Africa".
Anche solo per guardare un po' più in là del nostro naso.

16 febbraio 2018

Sì, tromba!

Gli assoli che preferisco sono quelli che delineano una melodia riconoscibile.

Tanto per capirci, tipo la chitarra di George Harrison in Something, oppure, per chi ci ha conosciuti da vicino, tipo la chitarra di Darko (assolo dal minuto 3:30 circa) in Rumbablu dei Pontebragas.

Per la tromba, l'esempio perfetto per me è l'assolo di Concerto for Cootie, pezzo che Duke Ellington scrisse dedicandolo al suo trombettista Charles Melvin "Cootie" Williams: il cantato che la tromba propone irresistibile intorno al minuto due della canzone provoca un piacere che si rinnova a ogni ascolto e che oltre l'ascolto rimane.

02 febbraio 2018

Siamo quasi tutti immigranti

Ho messo il pollice in su a questa definizione di "immigrant" su Urban Dictionary:

immigrant
What every inhabitant of the USA is, except the Native Americans.

A: Dude, I fuckin hate them immigrants!
B: Well whaddaya think your great great great grand father was?


Te la traduco qui:
immigrante
Ciò che è ogni abitante degli Stati Uniti, tranne i Nativi americani.

A: Oh, li odio quei cazzo di immigranti!
B: Be', cosa credi che fosse il tuo trisarcavolo?

27 gennaio 2018

Shabbat

Oggi non ho lavorato.

Nel primo pomeriggio sono andato al parco Nord in bici, l'ho posata e mi sono accostato e mescolato al corteo che si stava formando per andare a omaggiare il Monumento al Deportato e commemorare così la Giornata della Memoria.
C'era più gente di quanto mi aspettassi, dietro e accanto ai labari dei Comuni e delle associazioni della zona; parecchi con il fazzoletto dell'ANED; numerose le presenze legate all'ANPI; nutrita e attiva la rappresentanza di una scuola media di Sesto San Giovanni; inoltre, con sollievo ho registrato la partecipazione di giovani e di ragazzi, che voglio immaginare pronti a rilevare la staffetta di ciò che non va dimenticato, non solo alle commemorazioni, ma nel quotidiano vivere.

Nei discorsi ufficiali, quasi tutti hanno menzionato Liliana Segre, di recente nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le parole di questa grande sopravvissuta, così piena di energia e generosa nel condividerla mentre rinnova i dolori vissuti raccontando per l'ennesima volta la sua testimonianza, le ho ascoltate proprio l'altro giorno. È successo al CIOFS di Milano, una delle scuole professionali in cui insegno, perché abbiamo deciso che i ragazzi potessero seguire la diretta del suo incontro con oltre duemila studenti al Teatro degli Arcimboldi, tramite il live streaming disponibile dal sito del Corriere della Sera.

Del suo racconto mi hanno toccato particolarmente in profondità (o forse dovrei dire proprio in gola, dove si forma il groppo del pianto) i punti in cui parla del suo rapporto col padre. "Come lo guardi tuo padre, come guardi un padre che ti chiede scusa per averti messo al mondo?", dice con voce che rimane ferma nonostante l'evidente dolore incommensurabile, dolore raddoppiato dall'effetto specchio, dal rimbalzo delle coscienze e del sentire, dal massacro degli affetti più cari. Orrori senza un perché. La figlia tredicenne che vede il padre tornare pesto da un interrogatorio e lo abbraccia ("In quel momento, era lui mio figlio."), la figlia che tenta di apparire relativamente serena per non aggiungere angoscia. La donna che riguardando indietro si sente nonna di sé stessa, che prova tenerezza infinita per quella piccolina e i tormenti che ha dovuto attraversare. La narratrice che trancia in una sola breve frase la separazione più dolorosa della sua vita: "Non lo rividi mai più."

Cito a memoria, potrei sbagliare di qualche sillaba, ma non sbaglio nel consigliarti di ascoltare quella testimonianza. Al momento, purtroppo, il link non risulta fruibile, ma se ne hai voglia puoi sentire la sua voce, insieme ad altre voci, nello speciale podcast realizzato da Radio Popolare.

15 gennaio 2018

Doce docet

Per me, c'è sempre bisogno di musica. Ormai, da tempo, la fonte è internet: in pratica sono passato dall'hi-fi al wi-fi.

Svantaggio: la qualità del suono. Vantaggio: la disponibilità immediata e variegata.

Vantaggio: soddisfazione subitanea delle pulsioni all'ascolto. Svantaggio: non sentire più o quasi più degli album interi, a scapito di pezzi che non vengono subito in mente ma che varrebbe la pena riascoltare un po' più spesso.

Vantaggi: interazione e nuovi ascolti.

A cavallo tra vantaggi e svantaggi di cui sopra, la facilità di creare delle playlist, come ad esempio quella che su spotify (versione gratuita su web) ho chiamato "doce" (dolce, in napoletano).

06 gennaio 2018

Cammini

Un proposito è quello di camminare un po' di più.
Stasera lo farò con la musica, in milonga, ma dicevo proprio in generale: nel quotidiano ordinario, ricordando sempre che quattro passi sono meglio di niente; poi, almeno di tanto in tanto, in quello straordinario, con qualche passeggiata un po' più lunga e magari, presto o tardi, un cammino vero e proprio.

31 dicembre 2017

Olio buono

Giusto prima che iniziassero le vacanze di Natale, quelle scolastiche, una collega insegnante ci ha presentato i suoi oli. Sì, perché, ci ha spiegato, ha un'azienda agricola nella Sicilia natia: Le Sette Aje. Curioso, come sempre mi accade per una produzione artigianale o meglio ancora fatta in casa, ho accettato l'invito ad assaggiarli. Li ho apprezzati tutti e sei, dal più delicato al più saporito, gustandoli su pezzetti di pane. Accattivanti quanto i loro nomi (Accussì, Accuddì, Canaddunaschi, Àmmini, Ciàvuru, Cafisu), mi hanno lasciato la vivificante sensazione di aver provato qualcosa di molto buono. È stato bello lasciarsi guidare nella degustazione e soddisfacente riconoscere sapori e retrogusti prima ancora di ricevere le informazioni dettagliate.

L'olio buono è olio buono, ma è ancora meglio se lo prendi direttamente dal produttore. Anni fa, per esempio, ne avevo acquistato una latta on-line dal contadino svizzero in terra toscana, Ste, il blogger di Voglia di terra. Buono e delicato. Come lui, dunque.

Ora mi resta la curiosità di provare il Bellapietra, prodotto dalla mia ex compagna di scuola e collega traduttrice Valeria Leotta (alias ranafatata). In verità vorrei anche, prima o poi, riuscire ad accogliere l'invito di andarli a vedere da vicino, i suoi ulivi nei pressi di Sciacca (il mare già lo apprezzai) e magari assaggiare qualche ricettina delle sue (tipo gli spaghetti innominati, una caponata, la cuccìa). Olio buono e tanto bene.

Però si può far festa

Ma tranquilli, rilassatevi che non scade niente a mezzanotte, mica siamo venuti qui con una zucca e dei topolini, o no?

30 dicembre 2017

Il giardino delle radio

Mentre traduco, spesso ho bisogno di piccoli stacchi: in questo momento, per esempio, sto sentendo Jazz Radio Manouche da Lione, Francia.
Questo grazie a un fantastico link rilanciato da Antonio Sofi: l'aggeggino si chiama Radio Garden e permette di ascoltare qualsiasi radio presente sul web in giro per il mondo, semplicemente spostandosi intorno al globo con il mouse e facendo clic. Voci dal mondo in diretta, che meraviglia.

29 dicembre 2017

Riviva il blog!

C'è una ragazzina* di 11 anni che ha aperto un blog. Si chiama 50mila pagine e parla di fumetti.

Ci ho curiosato e subito m'è balzato all'occhio un post contenente Diario di una schiappa. Avevo conosciuto la serie nel 2011, quando ebbi l'onore e il piacere di fare da interprete al suo autore Jeff Kinney.

Mi sono messo a rimestare nell'archivio, sorprendendomi nello scoprire di non avere scritto alcun post al riguardo. Ho però trovato questi appunti in un messaggio e-mail del 21 aprile di quell'anno a un'amica:
La settimana scorsa ho fatto da interprete a Jeff Kinney, l'autore di Diary of a Wimpy Kid ("Diario di una Schiappa" nell'edizione italiana), che era a Milano per alcune interviste e per incontrare i suoi fan ed è stato molto divertente, oltre ad avermi soddisfatto professionalmente. Ho portato ai miei figli il suo libro con dedica personalizzata: Lorenzo l'ha divorato mentre era qui da me e ne abbiamo riso insieme, poi me lo sono letto anch'io, ora tocca a Francesca. In effetti le vicende, i personaggi e le battute di questo "racconto a vignette" funzionano sia per i piccoli, sia per i più grandi.

*Mila è figlia d'arte, dato che sua madre è stata una delle prime blogger italiane: la pizia (vedi anche Mondo Blog).

28 dicembre 2017

Sette più uno

Ah, che nomi avevano i contadini!
Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore.

Cognome: Cervi. Senza dimenticare Quarto Camurri, fucilato insieme a loro dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia.

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bonus: Gianni Rodari, Compagni fratelli Cervi

24 dicembre 2017

Nonostante tutto

Per le mie associazioni mentali, se mi dicono "Marina Petrillo", ripenso subito alla "Zucca di Cenerentola", trasmissione che negli anni '90 andava in onda su Radio Popolare il sabato sera sul presto, per fare compagnia a chi si stava preparando per uscire. Marchio di fabbrica era innanzitutto la sigla Bella Símamær di Björk, tratta dall'album quasi sconosciuto Gling-Gló.

In realtà, le doti e abilità di Marina non si limitano alla conduzione di trasmissioni musicali o d'intrattenimento: giornalista, comunicatrice, interprete, scrittrice... basta una googlata per farsene un'idea.

Questi concetti pubblicati sul suo blog Alaska:
Adesso sappiamo che avere a disposizione praticamente tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati, né cittadini più responsabili, né esseri più empatici o realmente connessi. Anzi. Infantilizzare i formati per “raggiungere un pubblico più ampio” non fa che distribuire a più persone un’informazione in pillole che ha perduto tutti i suoi nutrienti, ma non crea affatto un maggior numero di persone informate. Ci sono passaggi dell’assorbimento dell’informazione che non si possono saltare, e sono personali, e lenti, non c’è niente da fare.
sono tratti da un articolo ricchissimo (Il Grande Rancore), che ho letto grazie alle parole filtrate da Mafe che me l'hanno posto all'attenzione.

Uno dei numerosi punti chiave è questo:
tornare a leggere dei libri, a giocare, a cucinare, ad ascoltare la musica – occupazioni che ti sembrano gratuite e autoindulgenti se pensi costantemente che il mondo sta andando a fuoco. A stare il più possibile con persone che fanno, che allevano, che costruiscono nonostante tutto.
È qualcosa che, per me, non rappresenta solo un modo di ricaricarsi, ma uno degli obiettivi stessi del fare e dell'impegnarsi. Se non per andare verso un tentativo di gioia, possibilmente gioia condivisa, perché darsi tanto da fare, perché sacrificarsi? Semplificando un po', ripenso ai partigiani, che non lottavano "per la lotta", ma perché tutti potessero tornare a vivere una vita che valesse la pena di essere vissuta.

Sarò un cuorcontento sempliciotto, ma per me un carburante imprescindibile è il senso di festa collettiva, gioiosità, voglia di vivere. Sempre, anche quando si "lotta".

Motivo di gratitudine

"Cominciate col fare ciò che è necessario" è la citazione (di San Francesco) che m'è capitata l'altra sera a tavola nel bigliettino che accompagnava una carinissima decorazione natalizia, distribuita a noi colleghi da Giorgio Floridi.
Un monito che mi pare utilissimo a tutti i livelli, da quello della quotidianità a quello dell'evoluzione personale, dalle questioni organizzative a quelle relazionali, dalle faccende domestiche alla crescita spirituale.
Il punto critico, magari, può essere legato alla definizione di cosa risulti "necessario", ma quale che sia la risposta, il fatto di essersi posti la domanda sarà dirimente e qualificante per le nostre azioni successive, che in un modo o nell'altro porteranno a un successo, grande o piccolo, foriero d'altri e altri ancora.

Parole di connessione

Quest'anno le lucine le ho messe su all'ultimo momento, ma la parola "lucine" mi ha fatto tornare in mente che anni fa avevo scritto in 20 minuti un pezzo per Gallizio perdendone poi le tracce. Ora, grazie alla Wayback Machine, l'ho recuperato e lo ricopio qui:
Ho riacceso le lucine.

Il periodo è di nuovo quello, l’eterna vigilia, ma le parole avevano iniziato il loro andirivieni un po’ prima, scivolando sul ghiaccio dei polder e dei canali di campagna, prendendo la rincorsa dalle terre basse per giungere fino a qui. Un “qui” doppio, visto che stavo con un piede in ciascuna staffa: di giorno in una casa, di notte in un’altra, da solo solissimo, ma per scelta.

Un commento inatteso, una risposta, altri commenti, e poi g-talk. Una membrana che si apre e inonda i pixel di caratteri che già sorridono, perché niente si cerca. Poi, se una svolta dev’essere individuata, ci fu un tragitto in cui le parole restarono sospese per i venti minuti necessari a raggiungere l’altro computer. In attesa della nuova connessione, però, la connessione si rafforzò in modo decisivo. Ti aspetto. Ti porto con me. Rieccomi. Rieccoci.

Senza ancora saperlo, di persona ci si era già avvinghiati quella sera. In carne e ossa fu questione di qualche settimana più in là, quando le lucine si riaccesero ovunque e senza bisogno di elettricità. Je maakt me blij, vlinderfee.

18 dicembre 2017

Libri, che vizio

Hanno chiesto qual è stato il libro dell'anno:
Chiara Balzani a Il libro sul comodino
Forse è il momento di fare il thread: "libro dell'anno 2017". Potete sceglierne uno, letto quest'anno ma non per forza uscito quest'anno. Via.
Ho risposto:
Se valgono anche i saggi: Kate Fox, Watching the English (spassoso e illuminante)
Per la narrativa, quello che sto rileggendo: Sara Gruen, Water for Elephants
Riguardo a quest'ultimo, riporto qui le brevissime recensioni che scrissi dopo averlo letto nel 2008:

- questa è su anobii:
Dennis was right to say that it is a great story. Strong, moving, true, it goes back and forth in time, between an elderly house and a train circus. Two distinct time sets, two different narrative lines, but one voice, able to speak of life and death, hard times and real friendship, hate and wrath, love and passion, in a way that does not fail in capturing the reader till the very last line. At least.
- questa è su Letture e riletture:
Forte, commovente, autentico. La narrazione si alterna tra due diversi scenari cronologici e ambientali: il circo degli anni '30, una casa di riposo dei nostri giorni. La voce però è unica e sa parlare di vita e di morte, tempi duri e amicizia vera, odio e ira, amore e passione, in un modo che non manca di catturare il lettore fino all'ultimissima riga, come minimo.

17 dicembre 2017

Il gelo e il palo

Ho dovuto sghiacciare il parabrezza per la prima volta l'altro ieri sera. Sono grato di potermene stare al calduccio. Sembra scontato, ma ogni volta mi vengono in mente i senzatetto e il freddo che si trovano costretti a patire.

Il freddo mi ha un po' bloccato con la bici, nel senso che siccome mi sentivo un po' così così e temevo addirittura l'influenza, per un paio di mattine ho rinunciato a pedalare verso il lavoro, rassegnandomi a usare l'auto. Poi ci ha pensato una gomma a terra, che ho fatto riparare solo ieri, a far rimanere la rossa al palo.

Al palo non sono rimasto a lungo con il tango: ho saltato una lezione con la Caju, ma abbiamo recuperato seguendo una pratica guidata la sera successiva; riguardo alle serate in milonga, se venerdì mi sono rintanato, sabato ho invece partecipato al "Night&Day Solidale" organizzato da Oltretango allo Spazio A. Ci siamo divertiti e il ricavato questa volta è stato devoluto all'associazione Wondy sono io.

14 dicembre 2017

Reti di memoria

A proposito di memoria, mi piace poter contare su qualche ausilio per richiamarla, aiutare a evocarla, ravvivarla.
Per quel che concerne la rete, ogni scritto e ancor più ogni interscambio di cui vada persa traccia mi pare motivo di rammarico. Talvolta non c'è nulla da fare, ma per fortuna esiste l'archivio di internet, dotato di una "macchina per tornare indietro". Mi riferisco al sito archive.org e alla sua Wayback Machine.
L'organizzazione non governativa Internet Archive, che se ne occupa, non ha scopo di lucro e si basa sul contributo volontario di chi voglia donare anche pochi spiccioli, come ho fatto io oggi. Mi hanno mandato la ricevuta, eccola:
Your Internet Archive receipt [#1318-9155]
Thanks for your $10 payment to Internet Archive.
$10 at Internet Archive
Giulio Pianese —
December 14, 2017 #1318-9155

13 dicembre 2017

Fermo mezzo giro

La notte più lunga, l'inverno, le lucine per esorcizzare il buio sempre più incombente, tutte quelle cose lì, e santalucia, quest'anno sono giunte per dirmi di rallentare, anzi di fermarmi un momento, di prendermi il tempo per recuperare. Con una sorta di minaccia d'influenza, oggi il mio organismo mi ha suggerito e poi imposto di mettermi un po' giù, di riposare e rimandare tutto quanto.
Ho ubbidito, confidando che poi piano piano si possa di nuovo procedere spediti, pronti a soddisfare la sete di luce, che sappiamo tornerà, tra pochi giorni, a essere sempre più abbondante, rosicchiando minuti di giorno in giorno all'alba e al tramonto.

12 dicembre 2017

Attualizzare la memoria

Se ci sono cose, intendo cose accadute anche al di fuori della nostra cerchia ristretta, da non dimenticare, una di queste è sicuramente la strage di piazza Fontana.

Se posso permettermi un suggerimento, una maniera di attualizzare il ricordo è sostenere l'informazione indipendente.
Ne conosco un esempio valido e interessante: si chiama Radio Popolare e proprio in questi giorni è in campagna abbonamento (abbonato io lo sono da diversi lustri, e me ne vanto).

Certe cose, dicevo, vanno ricordate:
Milano, ore 16.37 di venerdì 12 dicembre 1969: un ordigno, composto da sette chili di tritolo, esplode nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio è atroce: 17 morti e 88 feriti.
Anche attraverso la musica.

11 dicembre 2017

Sopraffusi ma non sopraffatti

Anche se c'è sempre un'altra lavatrice da far andare, un nuovo mucchio di vestiti da riporre, un'altra catasta di piatti da lavare, quel tot di lavori da svolgere e le solite o insolite commissioni da espletare, ricordati di non arrenderti mai all'apparente impossibilità di poter soddisfare o almeno inseguire la sete di conoscenza, sia essa sotto forma di lunghe letture o di piccole curiosità: datti sempre la pena di voler imparare, datti sempre l'opportunità di ascoltare e cogliere, qua e là, nuovi fiorellini di bellezza e inutilità.
Oggi, grazie a giarina (alias Francesca Ferrari, pittrice e blogger) c'è stata occasione di venire a sapere che cos'è la calabrosa (galabrusa in vernacolo parmense). E se ti par poco, hai il cuore coperto di gelicidio.

10 dicembre 2017

La neve e le feste

Uno spruzzino di bianco, decorativo. Qualcuno magari tirerà fuori le ormai mitiche nevicate dell'ottantacinque, con Milano davvero ammantata sotto una coltre spessa. A me invece tornano in mente un paio di nevicate legate a feste che avevamo organizzato noi amici.

Una un po' tardiva, che verso la fine degli anni settanta ci spiazzò l'11 febbraio a Seregno, quando, adolescenti, nell'intento di dare vita a una "compagnia", avevamo allestito il seminterrato di un caro amico, con tanto di luci colorate, divani e stereo, acconsentendo a suonare l'odiata musica disco pur di accontentare le ragazze che avevamo invitato. Riuscimmo comunque a mandarla in porto, ma ho ancora presente la sensazione di restare intrappolato fino a metà polpaccio ad ogni passo, nel tragitto verso il "nostro locale".

L'altra, nella prima metà degli anni ottanta, fu invece in dicembre. La festa era la prima organizzata da me e dal Paio in una discoteca, ai tempi della scuola interpreti. Una nevicata imprevista decimò le presenze, ma non riuscì ad annullare la festa, né a rovinarcela, anche se poi alla fine rincasammo coi piedi bagnati dopo una lunga camminata notturna in una Milano semibloccata.

09 dicembre 2017

Desde hace muchos años

Lo spagnolo cominciai a masticarlo da giovinetto in Inghilterra, perché un gruppo di messicani e alcuni iberici mi rispondevano in castigliano sebbene fossimo tutti lì per imparare la lingua d'Albione.
L'anno successivo, quello del Mundial vinto dall'Italia, arrivai in autostop fino in Spagna insieme al mio amico Massimo, e i miei corrispondenti spagnoli erano stupiti dal fatto che mi ricordassi un sacco di espressioni dall'anno precedente. Vocabolario e modi di dire si ampliarono un pochino anche quando, qualche anno più tardi, tornai a Barcellona (per la finale di Coppa dei Campioni del Milan) e a Formentera (in vacanza con Licia). In seguito, continuai ad ascoltare quanto mi capitava e a leggere di tanto in tanto (un po' di tutto, dai fumetti ai porno, dalle poesie ai romanzi) e nel tempo me la sono sempre cavata, acquisendo anche qualche conoscenza grammaticale, seppure non in modo sistematico.

Negli anni '90, utilizzai la lingua anche per scrivere un paio di canzoni, quando cantavo nei Pontebragas. Oggi ho voglia di ricordarle qui, anche se non le canto da tantissimissimo tempo:
- una è Flor Andaluza (cliccaci su se vuoi leggere testo e traduzione)
- l'altra è Vida de alquiler (clicca qui per testo e traduzione, clicca invece qui per ascoltarla).

08 dicembre 2017

Da divano

Molto, nel godersi le cose, dipende dalle aspettative. Se inizi a vedere un film senza pretese (tu, non il film) in un orario inconsueto, perché tutta la giornata sta procedendo a orari inconsueti, e se poi risulta gradevole e di un certo qual spessore (il film, non tu dopo il pasto), la soddisfazione è maggiore del previsto e comunque sufficiente ad avvolgerti del piacevole tepore proprio della gratificazione.
Così è stato per The Majestic, con Jim Carrey e, tra gli altri, un grande Martin Landau. Il tema di fondo (ignobile maccartismo) è analogo a quello di Guilty by Suspicion (uscito dieci anni prima per la regia di Irvin Winkler e con Robert De Niro), del quale non raggiunge certo la portata, ma al quale, per oggi e dal divano, l'ho preferito perché volevo una cosa un po' tranquilla, con tanto di lieto fine. Inoltre, il motivo della perdita di memoria e d'identità (come ne L'uomo senza passato di Kaurismaki), non può non affascinare.

07 dicembre 2017

Desco e dischi

Un altro privilegio è quello di pranzare a metà settimana con entrambi i figli. Un po' fatto in casa (verze e broccoli stufati, straccetti di tacchino marinati in olio soia curry e cumino), un po' dalle magiche mani degli Antichi Sapori (arancini come Trinacria comanda e poi qualche dolcino siculo), il pasto è stato come dovrebbe sempre essere: un momento conviviale reso bello dalle reciproche presenze. Né più, né meno. Condimento aggiuntivo: musica varia. E stasera, la "prima" di Francesca alla milonga del Treno.

06 dicembre 2017

Kozmic Janis

Trovo sia un bel privilegio poter selezionare e ascoltare quasi qualsiasi pezzo ti venga in mente. Stasera, mentre salivo le scale, è stata una canzone di Janis Joplin a tornarmi intorno. L'avevo risentita oggi alla radio e con una breve googlata ne ho individuato il titolo, che al momento non ricordavo. Tratta dall'unico album solista pubblicato mentre era ancora viva, ecco Kozmic Blues. Di Janis che la canta, fa impressione pensare com'era giovane e come, da un certo punto di vista, non sembra lo fosse. L'energia, come il testo, è un misto di forza e disperazione, convogliate attraverso l'arte in un'espressività coinvolgente e travolgente, ancora e sempre.

05 dicembre 2017

Nomea culpa

Con il freddo e poche ore di sonno, ogni restrizione calorica diviene difficile da praticare volontariamente. Onomastico, mastico troppo, ma domani è un altro giorno e dopo il dolce dormire anche il calduccio ravviverà l'estate della volontà, giusto?

04 dicembre 2017

G 8

A Padova, Giotto mi ha deliziato vista e gola.
La prima, con gli affreschi e i dipinti. La seconda, con il gelato tra due fette di panettone caldo.

Rivolgersi, rispettivamente, alla meravigliosa oltremisura Cappella degli Scrovegni (e ai musei civici annessi), e alla gelateria di via degli Eremitani, che propone anche la pasticceria realizzata nel laboratorio del carcere di Padova, ottima ed efficace base di partenza per la riabilitazione e il recupero dei detenuti.

Le modalità di svolgimento della visita, con l'ingresso contingentato che avviene solo dopo una sosta nella sala di compensazione, permettono di gustarla ancora meglio, perché si è indotti a prepararsi, vuoi seguendo i filmati proposti, vuoi accedendo alla sala multimediale per opportuni approfondimenti. Una volta ammessi all'interno, sapendo di avere non più di un quarto d'ora a disposizione, si rimane concentrati e assorti, pienamente intenti all'ammirazione.

In verità, sono stato goloso anche con la vista.

03 dicembre 2017

Concentrazione

Vai in cortile e raccogli una foglia da terra; torna in classe, poggiala sul banco, osservala e scrivi cinque pensierini.
Più o meno con queste parole la mia amica Laura ricordava i tempi della scuola in bianco e nero, quella dei grembiuli e della maestra unica, con classi numerose di bimbi rispettosi e attenti.

Di questo compito semplice riconosco la modalità e apprezzo la qualità didattica diretta e indiretta: si induceva ciascun allievo a produrre quel che poteva rientrare nelle sue capacità e nello stesso tempo lo si obbligava a concentrarsi su un particolare e a spremerne più di quanto non potesse immaginare prima di provarci.

Una sorta di educazione alla densità attraverso piccoli passi compiuti tra minuzie immediatamente raggiungibili e disponibili. Quotidianamente, ogni piccola consistenza arricchiva il bagaglio di un'entità ponderale. Giorno dopo giorno, di densità in densità, d'intensità si arricchiva, imparando quasi senza accorgersene ad apprezzare la ricchezza intensa di tutto ciò che la semplicità avrebbe poi saputo recare in dono.

02 dicembre 2017

Meglio se uno a venticinquemila

Da sempre, messo davanti a una cartina geografica, mi c'incanto. La percorro con lo sguardo e la mente, la esploro, mi ci sposto, la riguardo e vi indugio, ne voglio sapere di più, la voglio capire, afferrare, comprendere in un abbraccio mentale, penetrare attraverso gli itinerari più diversi, perlustrare ricorrendola nei sensi più vaghi e vari, in un misto tra astrazione e aspirazione alla realtà cangiante del viaggio.

Alla fine poi non viaggio molto, ma le volte in cui riesco a farlo, mi piace sfruttare ogni opportunità di perdermi per ritrovarmi, tangendo rotte inusitate, deviando da quella principale per godere di soste e poste aggiuntive a quanto previsto inizialmente.
Bada: lo si può fare anche nella propria città. E per quanto abbracciare lo spazio evochi una messinscena, per quanto illusoria sia la potenza di quell'abbraccio, illusione più o meno pari a quella di potervi comprendere il tempo, la sensazione che ci si regalerà merita ogni slancio.

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bonus: la pagina Fappatori di mappe su frenf.it; le mappe di Reddit, ovvero MapPorn

01 dicembre 2017

Nel palazzo incantato

... e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi.
(Orlando Furioso, XII, 12)

Così l'Ariosto, e sembra che parli di noi quando ci colleghiamo, chessò, a facebook. Stiamo lì cinque minuti e scopriamo che è passata un'ora: ci mangiamo il tempo e ce ne facciamo mangiare, troppo spesso senza costrutto. Scorriamo su e giù e qua e là pagine e link e like e post e profili e filmati e canzoni, ma in cerca d'altro, in realtà, in cerca d'altro: perciò quel che troviamo ci lascia insoddisfatti e indugianti.

Incappiamo talvolta in qualcosa di bello e interessante, ma a quel punto il difficile è decidere di dedicarvi il tempo necessario, quasi sempre più di quanto siamo disposti a impegnarne, quasi sempre più di quanto crediamo di averne a disposizione. Sì, perché se manca il qui e ora, il tempo fugge e ci sfugge come non mai: solo laddove ce lo prendiamo, insieme al coraggio di volerne perdere un po', quello si adagia e si schiude, ricoprendoci di minuti con l'aprirsi dei suoi infiniti petali. Ciascuno di essi sarà leggibile tramite il sentire, con la dovuta calma, sedimentando percezioni al ritmo del respiro, e a quel ritmo s'assaporerà un momento voluto e davvero goduto.

17 novembre 2017

Pedala forza vai

Vale sempre la pena far aggiustare la bici, quella quasi gloriosa carretta rossa che mi permette di infilarmi tra il traffico anticipando i pesanti e puzzolenti quattroruote (li chiamo così quegli animaloni brutti solo quando non sono io a usarli) e di arrivare a destinazione un po' sudato ma con un senso di tonicità e qualche grado di soddisfazione.
Vale la pena gelarsi le mani perché non si trovano i guanti al mattino, vale la pena asciugarsi il naso al semaforo, vale faticare un po' per procedere spedito anche nelle rare salite. Vale ancora di più andarsele a cercare, quelle salite, attraversando il parco per tornare a Cinisello dalla Bovisa dopo un pranzo troppo lauto e con tanto sapore affettivo.
Vale tantissimo godersi le immagini attraverso il parco, con lo specchio del laghetto di Niguarda colorato dai riflessi degli alberi, bellimbusti che esibiscono spettacolari chiome provvisorie. Chiome simili si moltiplicano procedendo oltre e abbracciano lo sguardo assommandosi in foresta fatata che chiama a farsi esplorare.
Va, va, ma nel frattempo il buio si fa strada, il buio ti sorprende e a nulla valgono le lucine del Decathlon se le hai lasciate a casa sul comodino antiquato vicino all'ingresso. Una bianca una rossa, capaci di lampeggiare o di fissarti e di farsi notare comunque fino a 300 m, nientedimeno. Vai, vai, che sembra che arrivano i pompieri, diceva Gino il ciclista l'altra sera, dopo avermi raddrizzato la ruota: abilità che in questo caso vale più di un congiuntivo.

28 ottobre 2017

Ora e ancora

Il CD World Without Tears di Lucinda Williams me l'aveva regalato Wes, un americano che accompagnavo dai suoi clienti italiani facendogli da interprete. Se voglio ascoltarlo, però, mi tocca ricorrere a YouTube, perché il supporto fisico l'ho perso; evento per me più unico che raro, questo, nel caso di dischi, CD o anche cassette.

Tra i pezzi in elenco, quello che mi catturò fin da subito è il primo: Fruits of My Labor, sicuramente per la generosa dose di dolciastra malinconia che lo avvolge e che si porge all'orecchio amante di quegli unici momenti, all'animo vagante dai perduti struggimenti.

Ora, mentre lo ascolto e riascolto masticandone il testo, lascio che il lenzuolo del tempo svolazzi schiaffeggiando l'aria più o meno limpida degli spazi ampi, sentendomene lambire con levità, con levità. Lieve il sorriso, dolce lieve giunge una notte che sa di luna con un'aura che sa d'aurora, lattescente notte che sa già di alba, ora dopo ora e per un'ora ancora.

21 ottobre 2017

Euforica pienezza

A raccontarti una cosa di quando non c'eri mi sembrerebbe di farti ascoltare una cover dei Nouvelle Vague, quelli capaci di appiattire qualsiasi bella canzone capiti loro sotto gli spartiti.
Metti che nel racconto ci siano i tempi giusti: comunque mancherà lo spessore; magari c'è la storia, ma sciapidiscono i sentori; oppure ci sono le sensazioni, però mancano i riferimenti condivisi. Tante tante tante volte la condivisione non è facile, in taluni casi nemmeno ipotizzabile.

Eppure esistono e si verificano preziosi contatti umani con chi sa (quasi) esattamente quel che abbiamo provato e come lo abbiamo provato. Meglio ancora, ma lì si arriva al sublime, con chi riesce a leggere oltre, a leggerci oltre, più di quanto saremmo mai riusciti a fare da soli.
Lì si raggiunge un livello di crescita interiore, non necessariamente un'evoluzione, ma di sicuro una stupefacente dose di piacere e riappropriazione, con la capacità di andare a occupare i nostri interstizi nascosti, le nostre cavità emozionali meno frequentate, le parti a lungo trascurate del nostro immenso piccolo essere.

A metà strada, un intrico di scorciatoie ci facilita le cose: il compimento di percorsi in compagnia, la pratica comune di discipline o divertimenti, la compartecipazione ad attività, l'espressione di passioni, il fare insieme, l'essere per davvero.
Essere e fare vanno bene insieme, così come ascoltarsi l'originale.

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bonus: Blister in the sun, Violent Femmes (1982)

08 ottobre 2017

Domande da blogger a blogger

Maximiliano Bianchi (Strelnik) chiede:
Blogger della vecchia guardia (2002-03) cosa volete? Di che cosa vi fate? Dov'è la vostra pena? Quale è il vostro problema? Perché vi batte il cuore?
Rispondo di getto:
1) armonia e intensità.
2) di tango.
3) nei limiti della capienza del vivere e nelle distanze spaziotemporali degli affetti.
4) sanare il conflitto tra pulsioni ludico-epicuree e necessità economiche.
5) perché ho il sangue caldo e sorridente.

[qui le risposte degli altri]

27 settembre 2017

Visione periferica

"Third time lucky", si dice in inglese, la terza volta è quella fortunata. È un invito a provarci e riprovarci, ed è quello che mi ha permesso di ritirare finalmente il certificato penale, che mi serve per uno dei miei lavori. Oggi, inforcata la claudicante bici rossa, quella coi lucchetti che valgono più di lei, ce l'ho fatta a portarmelo a casa.

L'avevo ordinato on-line alla Procura di Monza, ma la prima volta non avevo le marche da bollo e tutti i tabaccai nei dintorni erano in pausa pranzo (cosa impensabile a Milano). Così, nervoso e deluso, ero tornato al parcheggio sotterraneo a pagamento per poi infilarmi nel dedalo dei sensi obbligati, fastidiosa trafila di chi è così stupido da voler raggiungere un centro storico in automobile.

La seconda volta, dopo essermi procurato le marche da bollo, c'ero andato in bici, evitando il delirio delle zone non accessibili e dei parcheggi rari e cari, solo che avevo letto male gli orari di apertura e sono arrivato un quarto d'ora dopo il tempo utile. Ero partito tardi per via di una gomma bucata (no, niente cavallette), due volte dal ciclista in un mese e stavolta proprio all'ultimo minuto. Diciamo che dopo aver trovato la porta del casellario sbarrata, c'era di che battezzare la giornata come infausta, e invece.

Invece mi sono aggirato per un po' tra le zone pedociclabili del capoluogo brianzolo, dove vagheggiavano e albeggiavano intensi e golosi ricordi, poi ho deciso di concedermi un giretto un po' casuale sulla via del ritorno, seguendo istinto e pedali e guardandomi intorno.
A guardarmi intorno, in verità, avevo cominciato già all'andata, ché la bassa velocità questo permette e invita a fare. Lì mi ero ritrovato esattamente nell'inesatto territorio di mezzo instabilmente ubicato tra zona urbana e campagne. Case e campi, un prato verde incolto e un capannone, due sterrate e un deposito di rottami spropositatamente elevato al di là di un muro, sorprendente metallico montone luccicante al sole del primo meriggio, corrusco come un mucchio di lucidi scudi guerrieri.
Una strada chiusa, così dice il cartello, ma non cambio rotta, la percorro e ne esploro le piccole ramificazioni, costeggiando dimore di foggia diversa, dai residui di antiche cascine a case e villette, talvolta perfino graziose. Proseguo tra sfondi diseguali fino al termine ultimo, un cantiere col cancello aperto dove un cane grasso aggressivo slegato mi induce a fare dietrofront, pedalando via dalla sua corsa abbaiante e riguadagnando con ostentata tranquillità la via di casa.
Per orientarmi, usavo le montagne: Grigne e Resegone come stelle polari, ma su fondali celesti attraversati da qualche bianca nuvoletta.

Il pensiero trovava analogie con le camminate extraurbane raccontate da Carlo Molinaro, un po' a zonzo e con poesia, e con gli sguardi posati da Gianni Biondillo sulle periferie.
Posare lo sguardo è un'arte, nel senso artigiano del termine, un mestiere quasi come quello di vivere, è un modo per preservare il respiro lungo e la capacità di far rilucere gli occhi anche di rimbalzo, grazie a un'inquadratura scandita da un giro di pedali che abbraccia il cielo e l'asfalto, le sterpaglie e il sole che si sdilinquisce su dei rottami. Non è tutto idillio quel che luccica, e nemmeno il resto, ma quando il soffio d'intorno te ne porge il pulsare, captalo, e sèntitici dentro. Sei tu e il mondo, e il mondo è tu.

31 agosto 2017

Memorabilia

Il giorno in cui tu sei nata mi stavo baciando con una davanti al Tudor Hall. Un bacio memorabile, scambiato con sensualissima allegria, perfetto ancorché unico, memorabile quanto il complimento poi ricevuto, vorace e morbido ad un tempo e come quello, gratis. Quella sera, perché fu di sera, non potevo sapere che stavi venendo al mondo, né che di lì a 26 anni mi sarei lasciato fotografare dai tuoi baci, flash scaturiti da complici risate condivise.
All'epoca ero già viaggiatore del tempo e fu probabilmente questo a suscitare la scintilla che riaccese d'allegria l'iridescente iride, facendoci sguinzagliare pulsioni con illogica tranquillità di spirito. Rispondendo alle tue di labbra mi riconoscevo nella polvere di stelle che ci aveva accompagnati, anticipavo la polvere di spezie che avrei incontrato più oltre, noncurante della polvere alla polvere che non riusciva più a spaventarmi.
Sarei poi ripartito, dopo un commiato di reciproca ilarità appassionata, verso rotte solitarie, inframmezzate da altri flash e rievocazioni, perle sul filo tralfamadoriano dei ricordi passati e futuri. Un giorno ci saranno di nuovo, un giorno ci sono già stati, un giorno ci furono e ci sono nuovi baci memorabili, ciascuno a caccia di un presente eterno nel tempo e nello spazio.

29 luglio 2017

Di grappa e altre bellezze

Ho usato due litri di Grappa Franciacorta Morbida per riempire i boccacci nei quali ora riposano alcoliche le ciorciole e i rametti di cembro che mi ha dato Walter della Baita Caserina perché potessi provare a farmi la grappa al cirmolo.
Non so quale sarà il risultato finale: intanto sto facendo il possibile, trasferendo ogni mattina i barattoli sul balcone perché si possano crogiolare al sole per tutto il giorno e riportandoli in casa la sera. Lo zucchero aggiunto si è già sciolto completamente, il colorito rosaceo è già stato acquisito, ma la pazienza è la virtù primaria per chi voglia sorbirsi dei bicchierini all'altezza delle aspettative.

Il colpo di fulmine gustativo era avvenuto quando, dopo una passeggiata in cresta sul Cornon, ero sceso col mio amico Franz a rifocillarmi alla Caserina. Qualche giorno più avanti, insieme a mio figlio Lorenzo avevamo ripetuto la camminata, allungandoci a percorrere il panoramicissimo monte Agnello prima di inoltrarci lungo il grazioso sentiero tra pini mughi e stelle alpine che dai "Cornacci" sovrasta da un lato la val di Fiemme e dall'altro l'ampio anfiteatro verde di Pampeago, incorniciato dalla magnificenza del Latemar, ma che offre alla vista, tra l'altro, anche l'intera catena del Lagorai, le Pale di San Martino, la Marmolada, il Piz Boè. In questa occasione, ripassando dalla Caserina per una fortaia di metà pomeriggio, insieme alla degustazione mi sono stati offerti gli onori boschivi atti alla produzione casereccia dell'ambita acquavite.

Mi rendo conto, scrivendone, che non si tratta solamente di voler ottenere una leccornia fine a sé stessa, ma di una sorta di tentativo di catturare la bellezza sensoriale promanante da un'intera area geografica che parla ai ricordi e alle voglie, comunicando quindi attraverso il tempo, dal passato al futuro, e che regala istanti sempre presenti grazie all'intensità della sua bellezza.

29 giugno 2017

Il pezzo

Ero lì in auto, mi accingevo a valicare il cavalcavia di Sesto quando ho avuto un'epifania euforizzante: dalla radio (Lifegate, in quel frangente) era partita poco prima Somebody to Love dei Jefferson Airplane, canzone che ascolto dalla fine degli anni settanta, quando acquistai il vinile del 1967 da cui è tratta, ossia Surrealistic Pillow, con tutta la band in posa sulla copertina rosa.

Il cielo era minaccioso, tanto da rievocare certe scene di A Serious Man, film dei fratelli Coen in cui proprio di questa canzone, che fa parte della colonna sonora, viene citato il testo da un rabbino come perla di saggezza ammannita a un ragazzino da redarguire.

Ebbene, mentre percorrevo in su e poi in giù quel cavalcavia, dopo essere stato catturato e trascinato dalle miscele vocali, con la vigoria di Grace Slick e il calore di Marty Balin, mi sono lasciato elettrizzare dagli intrecci strumentali, con la potenza del basso di Jack Casady, le irresistibili acidità della chitarra di Jorma Kaukonen e il sovrapporsi di tutti quanti, un proliferare di livelli d'ascolto che nel giro di tre minuti tre ti danno e ti tolgono tutto.

Lì mi sono detto: questo è IL pezzo. Ce ne sono tanti che mi emozionano e mi accompagnano da sempre, ce ne sono diversi che mi prendono totalmente, alcuni che ho addirittura sigillato come preferenze assolute, ma in quel momento, con forza, ho percepito e sentito così.

Subito m'è venuta voglia di scriverlo, ma non potevo fermarmi (ero di pronto soccorso tanguero, chiamato a far da cavaliere d'emergenza per una lezione cui partecipava anche mia figlia) e allora mi sono detto, e l'ho fatto: chiamo la Mi e glielo dico. Per fortuna m'ha risposto e così ho potuto condividere la sensazione, raddoppiando istantaneamente il piacere (e il sorriso, con questa romagnola che non vedo da quasi dodici anni).

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Signori e Signore: Jefferson Airplane, Somebody to Love

21 giugno 2017

Un pezzo

È arrivata oggi l'estate, eppure ne ho già vissuto un pezzo.

M'è successo qualche giorno fa, quando stavo estasiato in acque trasparenti e cilestrine, trasparenti e turchesi, trasparenti e blu, acque salate assolate, acque avvolgenti e beanti, le stesse che accarezzavano la spiaggia dove avevo lasciato maglietta costume e asciugamano, il cappellino da legionario e gli occhiali scuri nella loro custodia rossa, prima di avviarmi nudo verso l'iniziale contrasto termico che presto si sarebbe mutato in soave totalizzante carezza.

A Koufonissi pochi giorni ma intensi, ai quali ancora mi sento appeso, sebbene le circostanze m'abbiano obbligato a un rientro scandito da necessità incalzanti da incastrare tra gli impegni che già popolavano l'agenda. Preda della burocrazia per essere stato un sans papiers per via della destrezza di una mano disonesta calata nel mio marsupio il primo giorno di vacanza, nella calca sulla linea rossa della metropolitana, tra Syntagma e Panepistimio.
Per questo, dopo le vicissitudini tra la polizia turistica greca, i servizi consolari dell'Ambasciata italiana ad Atene e il recupero di lì a qualche giorno del documento provvisorio di viaggio (ETD) in quel di Paros, ho bussato qui da noi all'ufficio anagrafe e alla Polizia per ottenere, intanto, i certificati sostitutivi per poter esistere e guidare e mi sono procurato un cellulare, in attesa di una nuova carta di credito e della tessera sanitaria. Sì, perché ovviamente mi sono fatto rubare tutto il possibile.

Per fortuna c'era Martina ad aiutarmi e, la sera stessa, il tango a rapirmi: siamo andati in milonga nel quartiere di Psirri, raggiungibile a piedi dal nostro albergo, ed è stato davvero rinfrancante. Vaggelis Hatzopoulos, gentile quanto bravo, ci ha accolti molto cordialmente e ci siamo trovati subito benissimo per l'atmosfera, la musica, le persone e il pavimento perfetto. Il ballo, oltre che divertimento, si è confermato lingua franca, stendendo ponti comunicativi a ogni nuovo abbraccio, con in più l'effetto dei gol in trasferta nelle coppe europee.
Il tutto è stato una bella sorpresa, acuita dal contrasto con alcuni stradoni del centro (zona Omonia), abbandonati al degrado edilizio, sociale e anche economico, a giudicare dalla quantità di saracinesche serrate per sempre, o più probabilmente fino al momento in cui gli speculatori decideranno che i prezzi degli immobili si saranno abbassati a sufficienza per acquistare e mettersi a "riqualificare".
Quella sera, comunque, godemmo di una cenetta a Exarchia, quartiere vivacizzato da un sit-in studentesco, oltre che dai numerosi localini e ristoranti, prima di spostarci ad Agatharchou 15 per andare a ballare alla milonga El cabecéo che si tiene ogni giovedì (musica tradizionale, stile milonguero, età media un po' più bassa che da noi, parecchi tangueri e tanguere di ottimo livello).

03 giugno 2017

Piove col sole

Piove col sole. M'affaccio: una pioggerella allegra, rumorosa a intermittenza, rada e circoscritta. Dal cortile promana lo stesso odore che, in altro cortile, sentivo da piccolo. A pensarci, è lo stesso odore che sale sempre dall'asfalto in queste occasioni.
Piove col sole: tempo d'arcobaleni. Iridescente il futuro lo so immaginare, come la maglia dei ciclisti campioni del mondo dentro le biglie di plastica che facevamo rotolare sulla sabbia, prima al mare e poi in montagna, con tutti i bambini del luogo, noi unici villeggianti a comunicare nel dialetto locale.
Piove col sole. Smette e ricomincia, come un solletico al terreno riarso, come a stuzzicare le piante e i giardini qua sotto, che ora s'agitano al venticello reclamando, forse, più acqua. Il clima è di quando la brezza che t'agita la maglietta risulta carezzevole come uno sgrisolo.
Piove col sole: di certo non potrà durare fino a sera inoltrata. O nubi, o stelle, o tutt'e due.

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bonus d'obbligo: Creedence Clearwater Revival, Have You Ever Seen The Rain

23 maggio 2017

Mondo bombo

Il mondo non è quello che vogliono dipingere coloro che fanno esplodere ordigni (della grossa e cinica industria militare o del meschino terrorismo dei deficienti disperati).

Il mondo è un insieme di colori e di respiri. Voglio continuare a crederlo e a dirlo.

Anche per questo, oggi segnalo un libro suggerito dall'Apprendista libraio:
This is how we do it, di Matt Lamothe, illustra la vita quotidiana di sette bambini provenienti da sette paesi: Giappone, Italia, Uganda, Russia, Iran, Perù e India.
Qui sotto il breve video che lo presenta:



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bonus musicale e un pensiero a Manchester: Joy Division, Love Will Tear Us Apart

08 maggio 2017

Ke koan

Al koan "Qual è il suono di una mano sola?" qualche bravo jazzista avrebbe potuto rispondere: "Una rullata."
Qualcuno tipo Buddy Rich (qui con Charlie Parker, che a un certo punto gli sorride).

24 aprile 2017

Tempo al tempo

Il fatto che "ora" sia il punto medio del segmento che va da "10 anni fa" a "tra 10 anni" un po' di vertigini le dà. O forse sono brividi, come quelli che danno i colpi di calore determinati da un'esposizione prolungata all'azione del sole.

Vertiginoso è lo sguardo che affonda nel tempo se questo si estende bidirezionalmente. Siamo quasi perfettamente in grado di gestire proiezioni nel passato, anche molto remoto, o nel futuro, anche infinito; laddove però la proiezione si fa duplice, l'intendimento smette di funzionare: è la capienza a sfondarsi, per azione delle due aste telescopicamente allungate in versi opposti, è il capire a perdere i sensi, è la comprensione che cessa di afferrare per mancanza di presa.

Se invece "ora" è centrato nel mirino del sentire, i brividi sono più simili agli sgrisoli, il calore accarezza l'epidermide insieme all'aria che s'attraversa una pedalata dopo l'altra, gli occhi riconfezionano scorci già visti regalandoli allo sguardo goloso di semplicità e felice d'innocenti intense condivisioni.

Centrandosi nel mirino del sentire ci si toglierà forse un po' di prospettiva, ma con generosità verso di sé e gli altri ci si potrà e si potrà donare un meraviglioso effetto di sorridente soddisfazione. Per colmo d'immediatezza, potranno bastare, nell'ordine, ingredienti quali: Hangar Bicocca, bikemi, Wan Jiao, bikemi, passeggiata, Castello Sforzesco, bikemi, rientro.

E un bonus musicale, come (Nothing but) Flowers dei Talking Heads (1988).

31 marzo 2017

Alla sera

Il mondo rimpianto è un mondo perduto: erede del passato, erode il presente uccidendo ogni neonato nuovo momento. Tale strage d'innocenti istanti continuerà finché uno spiraglio di luce non giungerà a farsi salvatore del tempo per la vita a venire.

Ho visto una fessura nel cielo, disegnata in giallo: falcetto sottilissimo nel blu cobalto, abile a stagliarsi tra la promessa della ventura notte e il retrogusto crepuscolare figlio d'un tramonto sereno.

Ci ho infilato il dito e come una linguetta ho sollevato il velo dell'invisibile: sotto c'era un altro cielo uguale a quello, senza ancora nemmeno un tremolante brillio. Tempo d'uno sguardo, d'un'occhiata panoramica e il falcetto sottilissimo s'era fatto più intenso, più intenso il blu di sfondo, più vicina la promessa della notte, ma non una stella a rilucere.

La mano ha provato allora a rispalmare il velo dell'indicibile: la sfasatura della visione striava l'intera volta di sfumature incongrue, e il tremolante brillio che molteplice si proponeva alla miratura era come sdoppiato, con un lacerante effetto di finzione.

Un flashback improvviso, scarto temporale minimo ma efficace, m'ha quindi riportato alla vista iniziale: una tavola da favola, mirabilmente densa di promesse per l'occhio capace di paziente attesa. Ho visto una fessura nel cielo, disegnata in giallo: falcetto sottilissimo nel blu cobalto, dolce visione che si ridisegnava sul mio volto ardentemente sereno, ironico e sorridente.

Giorno di fine trimestre, giorno 90 da inizio anno, roba da angeli ubriachi.

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Lucinda Williams, Drunken angel

14 marzo 2017

Linea punto

Sto sfruttando la quaresima. Non si tratta di una vera e propria dieta, tant'è vero che ho cominciato di domenica e non, come nel più classico dei cliché, di lunedì. Comunque sia, da più di una settimana mi sto moderando nell'alimentazione: a dire il vero, lo sto facendo moderatamente, nel senso che non mi sono certo trasformato in un asceta, però di fatto mi sto astenendo dai dolci e soprattutto dai fuori-pasto. Erano soprattutto questi ultimi ad aver acquisito la capacità di moltiplicarsi per numero, qualità e quantità, contribuendo non poco ad arrotondarmi in modo abbondantemente indesiderato.

Chissà quanto mi ci vorrà per riacquisire una linea tale da non farmi sentire in imbarazzo con me stesso e con qualche "voce affettuosamente critica". So che a Pasqua mangerò la pastiera, ma l'obiettivo è quello di riuscire a mantenere la capacità di controllarmi anche a medio-lungo termine, così da stabilizzare eventuali conquiste di forma e peso. Naturalmente sono consapevole della necessità di incrementare l'attività fisica e so che lo farò, pur senza farne necessariamente un totem. L'importante, per qualsiasi percorso, è compiere il secondo e il terzo passo dopo il primo, di modo che questo non risulti un'eccezione, ma l'inizio di un bel cammino.

Giorno di metà marzo, quasi, e mentre scrivo riascolto dopo tanto tempo un CD che mi è caro per colei che vi canta: Welela.

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bonus per te che leggi: Miriam Makeba, Hapo Zamani

08 marzo 2017

Mimose

Servirà lo sguardo dell'antropologo, quello che ti fa apparire vicino ciò che è lontano e lontano ciò che è vicino. Quello che serve a sottolineare le ingiustizie e discriminazioni che sono talmente sotto gli occhi di tutti giorno dopo giorno da diventare invisibili.

Servirà insegnare o ricordare a noi stessi e ai figli maschi che uguaglianza non significa appiattimento, ma parità di diritti e riconoscimento delle proprie e altrui particolarità.

Servirà abbracciarsi, uomini e donne, esseri umani.
Servirà essere umani, sempre.

Buon otto marzo.

26 febbraio 2017

Sudiciume

L'incitazione cieca alla violenza avviene quando non si riesce a riconoscere l'altro come essere umano. Quando non solo non si vola, ma nemmeno si cammina, e anzi probabilmente si striscia nel proprio sudiciume morale.
Se ci si elevasse un pochino, con un minimo di distanza critica, ci si riconoscerebbe nell'altro e risulterebbe piuttosto difficile azzannarlo, o aizzargli contro altri cani striscianti nel medesimo sudiciume e a loro volta colpiti da cecità.

Come puoi invocare il tritacarne per "punire" delle azioni che alla fin fine non avrebbero danneggiato nessuno?

Sono molto disgustato. Se non si fosse capito, mi riferisco alle reazioni scomposte scatenatesi tra molti commentatori, noti e sconosciuti, nei confronti di due persone (malvestite e forse puzzolenti, ma persone come te, ricordalo) colte sul fatto mentre frugavano in cassonetti proibiti.
Nei cassonetti ci sta la spazzatura e allora vi chiedo: come si può essere gelosi dei propri rifiuti? Siete messi male, ma proprio male.

Giorno qualsiasi di un anno qualsiasi: era moderna, medio evo, età della pietra, prossimità all'estinzione o chissà che.

19 febbraio 2017

La mente corre per conto suo

Era importante per me tornarci entro oggi, al parco, per trasformare un episodio nell'inizio di una sequenza virtuosa. Ho ripetuto lo schema dell'altro giorno, mezz'ora in tutto tra camminata sostenuta e corsetta, ma questa volta mi è sembrato più agevole.

A riprova di ciò, il fatto che perlomeno nei primi venti minuti il pensiero vagava altrove, fino a lasciarsi abbracciare dalla moltitudine di tanguere che mi sono venute in mente (oltre a Martina, ovviamente). Ebbene, come ho già avuto modo di esternare conversando in milonga, noi maschietti del tango siamo piuttosto fortunati, giacché le tanguere sono tantissime, bravissime, bellissime, in sé e per come disegnano arpeggi nel mondo, sull'onde della musica e in armonia con la guida di chi sta con loro nell'abbraccio.

Ho anche ridacchiato tra me e me rilevando un'analogia con un meccanismo che mi si accendeva durante i turni di guardia ai tempi della naja in quel di Bolzano: per farmela passare, scorrevo mentalmente in ordine alfabetico le ragazze che conoscevo (non necessariamente in senso biblico) e passo dopo passo il fucile in spalla mi pareva più leggero e il turno meno noioso, sebbene in qualche caso mi risultasse in un certo qual modo ostacolata la camminata.

Giorno 50: quasi sotto il segno dei pesci, ma che importano i segni se puoi seguire altri indizi?

16 febbraio 2017

Le riserve stanno ancora tutte lì

Se è vero quanto ho sentito stamattina alla radio, e cioè che il grasso inizia a intaccarsi dalla mezz'ora di corsa in avanti, posso dire alla panza di non angustiarsi ancora per un po', visto che la sgambata al parco Nord l'ho fatta durare mezz'ora in tutto, alternando camminata veloce e corsetta (5 e 10 minuti) per due volte. Comunque, è sempre più che il nulla e inoltre già mi sento un po' meglio. E a proposito: le corde vocali sono pulite, me l'ha detto la laringoscopia fatta l'altro giorno al Niguarda.

Verso il Carnevale: ti maschererai? Se sì, come?

09 febbraio 2017

Memo

Ci sono foglietti vari e numerosi post-it ad affollare il paesaggio visivo di prossimità: dovrebbero fungere da promemoria e da sprone, ma rimangono lì così a lungo da risultare a un certo punto letteralmente invisibili, come se si mimetizzassero con lo sfondo (esiste una parola svedese su questo fenomeno: hemmablind, letteralmente "casa-cieco").

Oggi però me ne sono accorto e con una certa soddisfazione e perfino un pizzico di orgoglio ne ho eliminati un bel numero (nella raccolta differenziata, ovviamente, dopo aver strappato via la parte adesiva).
Tra di essi, quello che mi imponeva di provvedere ad anticipare la visita di controllo per la gola, così da contrastare le ansie di chi standomi intorno percepisce e talora patisce il mio perdurante abbassamento di voce. Domani si saprà già qualcosa al riguardo, presumibilmente.

Ora ne ho appiccicato uno nuovo: "torna a correre", dice.

325 giorni alla fine dell'anno: non è che ci sia poi tutto questo tempo.

06 febbraio 2017

In sbatta per la musica

Se ti senti giù di giri, mettine su quarantacinque.

Qualora non cogliessi immediatamente il senso di questa frase, ti toccherebbe viaggiare un po' a ritroso nel tempo, fino a incontrare solchi neri apparentemente circolari, ma in verità disposti a spirale su un materiale plastico chiamato vinile e utili a trasmettere l'informazione sonora, attraverso l'azione della puntina e della testina fonografica, per far uscire dalle casse la musica selezionata.
I 45 giri erano i singoli, con una canzone per lato, in genere quella di maggior successo più una mezza sorpresa. Tale successo veniva un tempo misurato settimanalmente da una classifica che si ascoltava alla radio, la Hit Parade presentata da Lelio Luttazzi (ReAnto R la sta riproponendo sul suo blog).

Pensa che sbatta, dover inserire ed estrarre un disco dal mangiadischi, o addirittura sistemarlo sul piatto dello stereo posizionando poi la puntina sui primi solchi, solo per sentire una canzone.
Personalmente, l'ho fatto molte più volte con i 33 giri, grazie ai quali per lo meno ti ascoltavi un'intera facciata, variabile come lunghezza tra il quarto d'ora abbondante e la mezz'ora scarsa. Il gesto, però, quello è rimasto nella memoria tattile, con le mani attente ad allargarsi per non far capitare i polpastrelli sulle tracce sonore nel momento in cui si estraeva l'ellepi dalla copertina, usando il pollice per il bordo esterno e il medio per sostenere il disco dal centro, dove stava l'etichetta. In un pomeriggio di studio liceale, mettevo come sottofondo parecchi tra i miei preferiti dell'epoca (che in alcuni casi continuo a preferire anche ora, per esempio Neil Young o i Jefferson Airplane) e mi alzavo di conseguenza dalla scrivania tutte le volte che serviva.
Con la pigrizia attuale, viziati dal clic facile, quella piccola fatica costituirebbe già un vaglio selettivo severissimo.

Sesta settimana: tu per quali dischi faresti volentieri quella piccola fatica?

03 febbraio 2017

Ricordi a voce

Ti ricordi, mi ricordo... Un verbo che se illumina il passato potrà essere fruttuoso per il futuro. Ripercorrere insieme pezzetti anche dolorosi per colmare buchi, riattraversarli per capire meglio e per guarire le ripercussioni delle ferite antiche.

Ti ricordo, mi ricordi? Un semplice ammicco, un cenno rassicurante sulla propria unità, così diluita nel tempo trascorso e nel vorticare di immagini sconnesse, di sequenze disgregate, di associazioni contraddittorie.

Ti ricorda, una voce amica e carissima, di fare i suffumigi, altrimenti la gola e la voce te le sarai giocate, a meno di non avere santi in paradiso e in calendario.

San Biagio: e se sei rimasto senza panettone?

02 febbraio 2017

Bene, grazie

Parlami di come si possano avere pensieri di ampio respiro mentre si sta tossendo.
No, però, oltre a ricordarti che poi passa, so che conosci l'opportunità di sfruttare ogni momento di pausa forzata come occasione per ricentrarti.
Bah, vedremo.

Candelora: cosa puoi ricavare dalla contraddittorietà dei proverbi?

01 febbraio 2017

Piressia?

'Sto mese, ci sarà un motivo se si chiama così, mi dicevo. Allora me la sono provata e non ce l'avevo. Però un po' conciatino mi sento e lo sono: tra un colpo di tosse e l'altro saluto dunque il mondo anzitempo e vado a rintanarmi sotto le pezze, sperando in una dormita ristoratrice.

Inizio del secondo mese: al risveglio hai pronunciato "rabbit, rabbit, white rabbit"?


a cura di Giulio Pianese

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