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29 giugno 2018

Where we belong

L'inizio e la fine, le partenze e i ritorni, gli addii e i nuovi saluti: tutto questo, condito da una dolce malinconia, c'è nella canzone che fu l'ultimo singolo dei R.E.M., come un sogno fatto nell'omonima fase del sonno, poco prima del risveglio decisivo.

S'intitola We All Go Back to Where We Belong, "Torniamo tutti dove ci sentiamo a casa" (a scuola si insegna sempre la formula "belong to" = appartenere, ma il verbo "belong" significa innanzitutto "sentirsi a proprio agio", "essere nel posto giusto"; che poi, volendo, è una sorta di appartenenza).

Ritorni e passi all'indietro ne ho fatti tanti in vita mia: non nel senso dell'arretramento, semmai del recupero, quasi una piccola ricerca (del tempo perduto) per ritrovare e ritrovarsi. Negli ultimi due mesi, però, due volte in particolare mi è risuonata questa frase, proprio musicalmente, così com'è cantata: per i miei genitori. Quel giorno in cui ho mollato per qualche ora le scadenze incombenti e sono corso a far gli auguri alla mamma per l'omonima festa, pur sapendo che l'unico modo per farsela contare valida sarebbe stato fermarsi a pranzo. Quella sera in cui mi sono imposto perché festeggiassimo il compleanno di papà il giorno giusto, il sei di giugno, a costo di avere una tavolata incompleta: eravamo meno di una decina, ma lui è stato contento.

A breve li accompagnerò in montagna e mi fermerò con loro: una sorta di ribaltamento dei ruoli, se penso che ci fu un tempo in cui il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, all'epoca giorno festivo) era la data canonica per l'epopea delle partenze vacanziere familiari.
Per l'ennesima volta, la meta sarà Castello di Fiemme, uno dei luoghi che possiamo chiamare "casa". Confido che il senso di appartenenza nutra adeguatamente in me la necessaria pazienza.

Intanto, godiamoci la canzone:

10 settembre 2012

Dov'è il bello del ballo

La prima volta che vidi quel ballo di gruppo, anzi forse la prima volta che vidi un ballo di gruppo in assoluto, fu nel film Un'altra vita di Carlo Mazzacurati. La canzone faceva "Oggi qui / domani là / io vado e vivo così", in una versione opportunamente ritmata, e i personaggi la ballavano, o per meglio dire, la seguivano a tempo con una serie di mosse e passi preordinati, esibendo un'indolenza da stravaccamento post-abbuffata, oltre a un'insensatezza da zapping compulsivo nei confronti non già dello schermo televisivo, ma della vita tutta. Un imprinting per me decisamente pregiudizievole nei confronti dell'alligalli, hully gully de noantri.

In realtà, conoscere i passi di un ballo non è una cosa brutta, saperli eseguire è tutt'altro che disdicevole e non c'è niente di male a farlo in gruppo. Il senso di appartenenza, il rito, il divertimento condiviso, come pure la socialità, il superamento delle timidezze e financo l'esercizio fisico sono tutti fattori sufficienti. Mi delude però che si balli qualsiasi brano allo stesso identico modo e che siano tanto numerosi gli arrangiamenti orrendi.

Lontano dai passi preordinati sta invece il tango argentino, in cui l'imprevedibilità s'accompagna all'assoluta necessità di comunicazione continua tra i ballerini affinché la coppia danzante divenga entità unica che insieme crea. Comunicazione corporea fatta di muscoli e ascolto, di musicalità e passione, per quanto ci si riesca.

Riguardo all'hully gully, l'ho già ammesso, senz'altro sono influenzato dal pregiudizio originale, sicuramente non ho avuto davanti agli occhi gli esempi più apprezzabili, ma il punto di questa contrapposizione è un altro e comporta una scelta: da un lato, un adeguamento pedissequo e acritico che pur facilitando accesso e partecipazione, livella verso il basso aspettative e godimenti; dall'altro, un percorso difficile e inizialmente frustrante, che in seguito però presumibilmente permetterà un maggiore sviluppo creativo, una ricca ramificazione di varianti possibili, una nutriente vicinanza tra diverse sensibilità.

Se ti sembra che tale contrapposizione non riguardi solo il ballo, non posso darti torto.

09 settembre 2009

Qualcosa d'irresistibile

I tuoi capelli lisci e scuri, i tuoi boccoli biondi, la testa reclinata sulle mie ginocchia, le labbra che ancora non conoscevano lingua, il verde montano del tuo sguardo in campo d'ambra, quei due laghi azzurri incorniciati da chiome di grano, i baci timidi, l'audacia frammista a ritrosia, il calore ripetuto della passione a sorpresa, il bacio perfetto, le fossette lombari del tuo bacino mediterraneo, i tuoi mugolii da fuochi d'artificio continui, il prorompere dei tuoi seni al nostro primo lento, il sorriso bagnato quanto l'erba del giardino, l'incredibile creatura in carne e curve, il suggello di una luna rossa, la dolcezza consapevole, l'avventura di musica e parole, il batticuore dell'impeto, lo sfizio del desiderio condiviso, le vibrazioni radiose, le sontuose cavalcate e disperanti, le carezze del toccar con mano l'ineffabile, la complicità ormonale, il sudore totale, la moltiplicazione dell'essere, l'orgasmo dell'anima, lo sguardo a ventosa, i tuoi gesti di appartenenza, l'offerta, i portafortuna, le affettuosità terapeutiche, il ruggire del godimento, la golosità del gelato, la soavità dello scoprirsi, la grandezza del riconoscersi, la rinascita delle riaperture, la bellezza che sa illuminare, la speranza che fa innamorare.

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Rispondendo a "cosa vi colpisce in una donna?", dicevo per l'appunto: Come si muove nello spazio, come guarda, come sorride. La forma del culo, la differenza di diametro tra vita e fianchi. Poi si può approfondire e l'elenco sarebbe lunghissimo, perché in ciascuna c'è qualcosa di bello e in qualcuna qualcosa di irresistibile.

28 giugno 2012

Succede abbandoneandosi

Una volta un'animadorata, che per tutto il giorno era stata preda dello sconforto, mi disse: "Poi sono andata a ballare e mi è passato tutto. Se me lo avessero detto qualche mese fa, non ci avrei creduto."
È questo uno degli effetti del ballo quando il ballo è una passione vissuta, come quasi sempre capita nel caso del tango argentino, musica che prende corpo in una danza a quattro gambe che si prende l'anima e tutto il resto.

L'altra sera, alla festa di fine anno del corso, oltre al piacere del ballo c'era quello dello stare insieme. Un sentimento di contentezza per il fatto di esserci e che anche gli altri ci fossero: i compagni di corso e quelli più esperti, i volti delle complicità settimanali e quelli di felici incontri occasionali. Sì, certo, c'era la musica, c'erano cibo e libagioni, ma c'era anche un senso di appartenenza dovuto alla passione condivisa e alle difficoltà riconosciute, alle simpatie reciproche e alla bravura dei maestri nel tenere insieme il gruppo, che infatti fatica a separarsi, indugiando fino alle ore piccole anche a musica ormai spenta.

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Malena, nelle tue vene scorre il sangue del bandoneón.

28 dicembre 2006

Se proprio

Girano e rigirano catene, di sant'antonio o di san blogger, e come sempre attecchiscono (si viralizzano, direbbe qualcuno). Mica le critico: dopotutto sono spunti per parlare ancora un po' di sé in qualche altro modo, perfino quando si tratta di copiare alcune righe da un libro.
Tuttavia, se proprio, mi orienterei su un'idea come quella di Rillo, che potrebbe indurre ciascuno a scrutarsi meglio e a scrutare l'orizzonte. Per ora la rilancio, poi magari m'industrierò a rispondere elencando anch'io punto per punto Le cinque migliori cose fatte nel 2006 e I cinque migliori propositi per il 2007.

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Ecco, ci provo:

[migliori cose 2006]
1) Essermi concesso una vacanza extra da solo con i miei figli (grazie a preziose amicizie)
2) Aver fermato il tempo in meravigliosi istanti eterni, tante volte, mai abbastanza
3) Un viaggio partito come parentesi e diventato unico, tra stupore e senso di appartenenza
4) Aver fatto brillare occhi, aprire ali, sprizzare sorrisi
5) Essere stato Babbo Natale per molti bimbi.

[propositi 2007]
1) Ritrovare continuità lavorativa e stabilità economica
2) Far vivere l'Amore nel quotidiano e con i piedi per terra
3) Accelerare l'evoluzione spirituale
4) Preservare l'armonia per i miei cuccioli in qualsiasi situazione
5) Continuare a godere e far godere.

19 dicembre 2006

Impalcatura o scena

Sul palco i momenti difficili li hanno tutti, una volta o l'altra. Oltre ai piccoli inconvenienti materiali, come la rottura di una corda per un chitarrista, la perdita di una bacchetta per un batterista o il raffreddore per un cantante, quelli più insidiosi sono in realtà legati alla sfera emotiva.

Nel mio caso non sono mai giunti per via del pubblico o della paura da palcoscenico: le persone presenti tendo a percepirle come un aiuto, come fonte di energia e benevolenza. I rischi di défaillance, semmai, me li hanno procurati le assenze. Una volta faticai non poco a cantare Allison (cover dei Pixies inserita nella scaletta dei Pontebragas), perché con eccessiva fiducia nella mia disinvoltura avevo voluto dedicarla a un'amica morta qualche anno prima.
In altre occasioni, a formare pericolosi magoni da inghiottire o superare all'istante, sono intervenute associazioni d'idee tra il brano interpretato e situazioni particolari, malinconie sulle quali non ci si dovrebbe soffermare durante un'esibizione pubblica. Comunque son sempre riuscito a sfangarla e anzi in un paio di casi la carica emotiva ha perfino giovato all'intensità della resa.

Per il resto, fortunatamente di solito prevale la funzione terapeutica cui la musica sa assolvere e dal palco si scende sudati e felici.
Come ci si salga la prima volta, invece, lo racconta molto bene un corposo personaggio(*) in questo intervento.


(*) bassista con cui occasionalmente ho condiviso il palco, zonkerante con cui condivido l'appartenenza a una mailing list e il piacere della convivialità, da pochissimo ha aperto il blog L'Esprit De L'Escalier.

08 aprile 2006

Seguono 229 firme

Abbiamo scritto a Ciampi. Se ti va, diffondi pure. Grazie.

Caro Presidente

Siamo un gruppo di amici di Enzo Baldoni.
Da anni ci frequentiamo quotidianamente via internet grazie alle mailing list da lui fondate.
Recentemente Lei ha assegnato una medaglia d'oro al valor civile alla memoria di Fabrizio Quattrocchi.
Noi non vogliamo entrare nel merito di ciò: c'è già chi lo ha fatto, con opinioni diverse e contrapposte.
Non chiediamo una medaglia d'oro, che lui non avrebbe voluto e che noi non sapremmo dove appuntare.
Le chiediamo però un riconoscimento per il nostro amico Enzo, scomparso in Iraq dove, senza armi, era andato a cercare di capire le ragioni di una guerra, e ad aiutare, per quel che poteva, chi aveva bisogno, al di là della fede politica o religiosa.
Questo gli è costato la vita.
Per lui adesso vorremmo sì una medaglia, ma di cristallo: una medaglia simbolica alla chiarezza e alla serenità.
La chiarezza che Enzo amava cercare durante i suoi viaggi, e la serenità che ha saputo insegnare a chi ha avuto il privilegio di essergli amico.
La chiarezza per noi di capire infine cosa è realmente successo in quei giorni dell'agosto 2004, e la serenità che in parte ci restituirebbe il riavere ciò che resta del nostro amico di nuovo qui vicino.
Senza cerimonie e clamori, come Enzo e la sua famiglia ci hanno insegnato.

Con profondo rispetto.

N° | NOME | COGNOME | EVENTUALE MAILING LIST DI APPARTENENZA | PROVENIENZA
...
165 | GIULIO "ZU" | PIANESE | ZONKER'S ZONE | MILANO
...

03 marzo 2004

Come ti chiami? Da dove blogghi?

Laura756 sta realizzando una "blog mappa" italiana: basta scriverle per far inserire il proprio blog nella regione di appartenenza.

Per chi come me si appassiona a queste cose, ricordo l'esistenza di geoURL, che rende possibile una localizzazione geografica dei siti web molto precisa a livello mondiale. I miei vicini di blog sono qui.

03 settembre 2003

Dammi il tempo

Il tempo non solo non è organico alla logica quantitativa, ma è spesso spiazzante.
Pensa a quanto velocemente siano passati certi periodi e quanto invece impieghi a voler rivivere nel ricordo singoli istanti di una densità che sfiora l'eterno.
Il tempo non ha sempre lo stesso peso specifico: alle volte si lascia seguire dallo sguardo come nuvola ovattata, altre si appende deciso ai coglioni, forse per ricordarci l'appartenenza a un sistema gravitazionale.
In un caso o nell'altro, soavemente o drammaticamente, la levità è l'unica soluzione possibile.
Lievi carezze taumaturgiche.


a cura di Giulio Pianese

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