30 settembre 2018

04 agosto 2018

Abbracciare tempo e spazio

Stasera la traduzione che sto completando ha lasciato spazio, anzi tempo, anzi spazio-tempo, alla seconda visione di un film che richiama, per quanto può, un libro bellissimo che lessi nel 2005 in italiano e nel 2009 in lingua originale: rispettivamente La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo e The Time Traveler's Wife.

Con un pochino d'imbarazzo, confesso di aver pianto come una fontanella. Il fatto è che l'opera si lega molto, troppo, al tema degli addii e al mio bisogno di abbracciare tempo e spazio. Un bisogno che talvolta si soddisfa, almeno un po', almeno per un po', nel ricordarsi, nel ritrovarsi, nella condivisione di storie e memorie e negli sguardi allungati ad accarezzare panorami noti che lasciano ogni volta scoprire qualcosa in più di sé (in entrambi i sensi custoditi da questo pronome riflessivo).

Comunque, a sfogarsi poi ci si sente meglio e ci si trova subito pronti a risorridere.

--
Link: da questo stesso blog, qualcosa più o meno a proposito di quanto sopra.

22 luglio 2018

Tropical

Qui sopra la grandinata, mentre nel cielo a destra del balconcino le nuvole sono ornate dai raggi solari. Cerco dalla parte opposta l'arcobaleno e incontro invece una mezzaluna pallida, un attimo prima che svanisca dietro le gocce sempre più fitte.
Bello, ma poi penso: chissà se questo sarà il succo climatico che ci toccherà sempre più spesso.
In tal caso, c'è da sperare che le dosi non siano troppo massicce, che ci si possa continuare a riderci su, godendone l'anomalia temporanea e non i terribili effetti... Per sperare con qualche probabilità positiva di rallentare il cambiamento climatico, però, sarà meglio darsi da fare a invertire la rotta, a cominciare da una maggiore consapevolezza nei piccoli gesti e nelle scelte quotidiane.

20 luglio 2018

Scatola di pioggia

American Beauty è uno dei due album acustici dei Grateful Dead.
Roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzo e che mi piace ancora un sacco, dentro la scatola di pioggia* in cui viviamo, tra gioia e malinconia, immensità e finitezza, unità e distacchi, ma con il canto sempre pronto a irrorarci l'animo e lo sguardo, l'euforia e il piantoriso, fin quando durerà e forse anche oltre, chissà.

* "Box of Rain" è il titolo del primo brano di questo LP uscito nel 1970.

06 luglio 2018

Non è uno spazio libero

È il rimescolio di vita e morte, tempo dei ricordi e lampi di non tempo, passato smarrito e futuro nostalgico, è tutto questo di sicuro, con la musica come eccipiente, a innescare poesia; è tutto questo di sicuro, ma probabilmente altro ancora, a innescare le lacrime, con la musica come grimaldello.
--
Giorgio Gaber, La libertà

Cannibalismi

La donna dei miei sogni varia secondo i sogni, forse dipende da quello che ho mangiato la sera prima.
Le donne dei sogni fagocitano le realtà indigeribili, ma in definitiva narcotizzano.
Lungo è il sonno che nutre l'oblio degli altri sogni, quelli da inseguire e trasformare in realtà.
La faticosa realtà, bella però, dove chi conta davvero deve essere, esserci, volermi sapere e sapere ingolosirmi.

29 giugno 2018

Where we belong

L'inizio e la fine, le partenze e i ritorni, gli addii e i nuovi saluti: tutto questo, condito da una dolce malinconia, c'è nella canzone che fu l'ultimo singolo dei R.E.M., come un sogno fatto nell'omonima fase del sonno, poco prima del risveglio decisivo.

S'intitola We All Go Back to Where We Belong, "Torniamo tutti dove ci sentiamo a casa" (a scuola si insegna sempre la formula "belong to" = appartenere, ma il verbo "belong" significa innanzitutto "sentirsi a proprio agio", "essere nel posto giusto"; che poi, volendo, è una sorta di appartenenza).

Ritorni e passi all'indietro ne ho fatti tanti in vita mia: non nel senso dell'arretramento, semmai del recupero, quasi una piccola ricerca (del tempo perduto) per ritrovare e ritrovarsi. Negli ultimi due mesi, però, due volte in particolare mi è risuonata questa frase, proprio musicalmente, così com'è cantata: per i miei genitori. Quel giorno in cui ho mollato per qualche ora le scadenze incombenti e sono corso a far gli auguri alla mamma per l'omonima festa, pur sapendo che l'unico modo per farsela contare valida sarebbe stato fermarsi a pranzo. Quella sera in cui mi sono imposto perché festeggiassimo il compleanno di papà il giorno giusto, il sei di giugno, a costo di avere una tavolata incompleta: eravamo meno di una decina, ma lui è stato contento.

A breve li accompagnerò in montagna e mi fermerò con loro: una sorta di ribaltamento dei ruoli, se penso che ci fu un tempo in cui il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, all'epoca giorno festivo) era la data canonica per l'epopea delle partenze vacanziere familiari.
Per l'ennesima volta, la meta sarà Castello di Fiemme, uno dei luoghi che possiamo chiamare "casa". Confido che il senso di appartenenza nutra adeguatamente in me la necessaria pazienza.

Intanto, godiamoci la canzone:

16 giugno 2018

All You Need Is Pop

Alla festa di Radio Popolare ci sono andato ieri sera per un paio di motivi, anzi qualcuno in più: per ascoltare il recital di Lella Costa (che ricordavo spiritosa e intelligente, ma che ho trovato bravissima sul palco, ancora meglio rispetto ai ricordi del passato), per bere la birra artigianale, per mangiare alle bancarelle del cibo da strada di qualità, per passare una serata in un parco, per fare un po' di chiacchiere, per sostenere la mia radio, alla quale sono abbonato da almeno un paio di decenni.
Abbonarsi significa sostenere l'informazione indipendente, merce rarissima, quasi quanto il giornalismo vero. Per abbonarsi bastano 90 euro all'anno (pochi centesimi al giorno).
"All You Need Is Pop" continua oggi (sabato) e domani (domenica).

05 giugno 2018

Ciculabet

Ho scoperto che questa parola, poesia della semplicità infantile, evocatrice di colori a macchie rosse sul ciglio delle strade o in mezzo ai campi, viene compresa in un'area ben più limitata di quel che pensavo.
Ho verificato che se dico "ciculabèt" a Milano, non mi capiscono nemmeno le persone che conservano una buona pratica dialettale. Questo perché solo in brianzolo (o quantomeno, in dialetto seregnese) si dice così "papavero" o "papaveri".
Non so a quali fonti attinga l'etimo, foriero di tanta affascinante stranezza, ma so che in me, outsider linguistico nella fanciullezza in Brianza, quale figlio di un napoletano e di una romagnola, il suono e il seme di questo lemma avevano attecchito ben bene, raggiungendo il livello di naturalezza degli assiomi.
Quand'ero piccolo, parecchi ragazzi appena più grandi di età usavano ancora il dialetto in famiglia e con gli amici e le mie orecchie, già bilingui in ambito domestico, si arricchivano d'altro idioma. Le scoperte si ampliavano poi d'estate, in Trentino, dove da bambini passavamo intere giornate con i coetanei valligiani molto più che con altri villeggianti.
Oggi permangono alcuni vivaci ricordi, rarefatti ma sgargianti, un po' come delle macchie rosse in un campo, eleganti e attraenti nella loro ammiccante immediatezza.


a cura di Giulio Pianese

scrivimi