08 giugno 2021

Che ne è di te?

Non viene facile rispondere al volo, né trovare le parole giuste per farlo. 

Innanzitutto, perché la domanda induce a porsene un'altra: quale "me"? Il "me" di qualche tempo fa, il "me" bambino... quale "me"? 

Se invece la si volesse intendere al pari di un finto interrogativo, un'interlocuzione convenzionale, che non è, occorrerebbe mettersi a fare un riassunto, cosa non bella e forse inutile, e comunque: un riassunto a partire da quando? 

"Che ne è di te?" bisognerebbe chiederselo di tanto in tanto, per non perdersi, per ritrovarsi, per riacciuffare il filo dei pensieri veri, la scia dei sogni che contano, il luccichio delle visioni d'antichi incanti, tra i cuscini di magiche filastrocche e i sofà delle favole conosciute a memoria, in compagnia d'onnipresenti melodie e d'arte inconsapevole ma bella. 

Che ne è di te tra un'amarezza e l'altra non sapresti sempre dirlo, ma tra un amaretto e l'altro ce n'è di dolcezza. 

Di te ci sono tracce nel mondo, parecchie e a diversi livelli di vicinanza e di profondità. Di te ci sono residui di memoria, in te e negli altri, fors'anche in oggetti, più o meno eterei. Di te c'è un segnale che ti precede e un nome che ti segue, un giudizio che forse t'attende e un presente impetuoso che tuttavia alle volte stenta a farsi strada tra tutti gli altri tempi. 

Vivere alla giornata con leggerezza è stata una benedizione e al contempo un errore, assaggiare il tempo nell'istante in cui concentra ogni dimensione una prelibatezza impagabile, ripensare un futuro malleando il passato, impossibile, ma il busillis è l'impalpabilità di tutto ciò che conta davvero, quel che c'è ma non si sa bene dove, un po' come la musica. 

A "Che ne è di te?" forse non saprò rispondere, però ci sono. 

Ci sono. Questo posso dirlo. 

08 maggio 2021

Di slancio

Lo slancio non manca, anzi, talvolta mi sembra di essere in un'eterna adolescenza, ma questa in verità è soltanto un'impressione, ché gli anni sul groppone un peso ce l'hanno. Lo vedi: guardi vecchie foto e noti le differenze cromatiche, tra l'ex chioma e il vecchio e nuovo pizzetto, che di tanto in tanto s'allarga in barba. Lo senti: qualche dolorino di troppo, e tempi di recupero che s'allungano sempre più. 

Per esempio, ieri all'intervallo ho accettato l'invito a qualche scambio di palleggi e bagher con le ragazzine di terza media, ma a un certo punto mi son lasciato coinvolgere troppo e non ho resistito all'istinto che dormiva da un ventennio d'inattività pallavolistica: mi sono tuffato per salvare un pallone e ce l'ho fatta, senza curarmi troppo di essermi dovuto rotolare sul terreno per addolcirne l'impatto. Pantaloni sporcati d'erba e terra, ma tutto bene. 
Solo che oggi mi sento addosso l'effetto d'immaginarie tumefazioni e abrasioni, manco m'avessero menato. So' gli anni, so'. Sul groppone, per l'appunto.

26 aprile 2021

Nel mio raccontare

Non ti devi preoccupare se sentirai lo strazio tra le parole del mio dire: è solo che m'immergo e nel raccontare m'intrido di quei momenti laceranti passati e ormai da tempo superati. 

Non ti devi ingelosire se sentirai la brama tra il mio dire e le parole: è solo che m'intrido nell'immersione del racconto di quei lucenti istanti lontani quanto il firmamento. 

Sappi però che ogni passato m'è presente sempre, più o meno intermittente, e a tasselli mi compone quasi quanto l'odierno esperire. 

Sono antico, contemplo moltitudini. 

23 aprile 2021

Per il soffio d'un soffione

Ha iniziato a prudermi il naso solo a guardarlo, quel tarassaco, o dente di leone, detto soffione nella sua veste bianca, quando i petali diventano piume pronte a diffondersi. Mi ha fatto prudere il naso solo a guardarlo disperdersi nella brezza, ed era solo un filmato. 

Penso sia l'effetto ritardato del lockdown duro dell'anno scorso, quando rintanati per mesi non abbiamo disturbato le proliferazioni naturali e queste si son moltiplicate esageratamente, per noi allergici, giungendo a molestarci in modo massiccio con una dozzina di mesi di ritardo. 

Non ho alcuna pezza d'appoggio per sostenere una tesi del genere, naturalmente, ma perché non sparare un'ipotesi a caso, tra un prurito e l'altro e poco prima di assumere un antistaminico, pratica che malgrado le sofferenze avevo totalmente sdegnato per anni, lustri, decenni. 

Sarà l'allergia, mi dico, a peggiorarmi l'umore e a incrementare l'insofferenza, ma so che in fondo non è vero, so che ci sono vari motivi, più o meno seri, a condizionarmi rendendomi un cuorcontento a intermittenza, con momenti non brevissimi in cui s'interrompe il sorriso. 

Naturalmente si tratta di un periodo, di situazioni transitorie, ma poiché tutto è transitorio, la consolazione è solo parziale e il transito che s'attende è quello dal "Via!", come a un Monopoli quadrimensionale, per poter ricominciare un nuovo giro. 

In tale attesa convivono impazienza e apprensione. Impazienza di riacquisire la facoltà di vivere tutte le normali pratiche più stimolanti, avvolgenti e soddisfacenti. Apprensione per quel che potrà essere o negarsi, o essere e poco dopo nuovamente negarsi. 

Nel frattempo mi gratto il naso e in ogni caso ci sorrido su. 

24 marzo 2021

Cosa s'osa fare

L'anno scorso non mi sarei mica azzardato, in zona rossa, a uscire di casa per diletto. Invece stavolta l'ho fatto. Senza rischi per nessuno, s'intende: ho inforcato la bici, il mio bel catorcio rosso, e mi sono inoltrato nelle vie ciclabili del Parco Nord, sconfinando di certo in territori comunali altri, ma senza mai uscire dal parco, resistendo alla tentazione di deviazioni che mi avrebbero permesso di andare a trovare persone care o di ravvivare relazioni sociali da troppi mesi sopite. 
Passata una settimana dalla prima dose di vaccino, la mia quotidianità non è cambiata, comprensibilmente, ma la visione del futuro concede qualche barlume di vecchia novità, una fuggevole percezione di ripristino, la fiduciosa convinzione che tutto l'umanamente possibile lo sarà di nuovo. Ecco cosa s'osa fare: guardare oltre l'orizzonte degli attuali eventi. 

24 febbraio 2021

22 febbraio 2021

Vigilie perenni

La vigilia per eccellenza era quella in cui si aspettava la befana. Si piazzavano le calze appendendole, in mancanza del camino, alla cappa in cucina (all'operazione si dedicava in genere nonna Teresita, esibendo ai nostri occhietti una sorta di fiduciosa competenza). Le calze erano lunghe e di lana, specificamente assegnate di anno in anno al medesimo scopo: accogliere e magicamente riempirsi di dolciumi e frutta. Tipicamente, le trovavamo il mattino dopo colme e appesantite con due arance, una in punta e una al tallone, diverse noci, noccioline e arachidi, qualche pezzo di carbone di zucchero e molte caramelle di varia foggia, dalle onnipresenti e apprezzate Rossana alle preferite e raramente disponibili mou (al caramello o alla menta-liquerizia), oltre a numerosi cioccolatini e a qualche leccornia di livello superiore, quale il marzapane a forma di frutta (solo molti anni dopo lo sentii denominare "frutta martorana"). 

Era l'Epifania un momento perfino più suggestivo del Natale, perché nonostante il tono minore, portava un carico di magia decisamente misterioso, con quel miscuglio di indiscutibile bruttezza e inscrutabile bontà che contraddistingueva la figura della Befana. 

Una vigilia densa di aspettativa, ma segnata da grande spensieratezza. 

Tante diverse vigilie costellarono poi la vita: molte condite dalla gradevole quanto effimera sensazione da sabato del villaggio, dove l'illusorietà esperita non inficiava l'attesa successiva. Altre, tese o addirittura drammatiche, in grado di arrestare il respiro fino alla risoluzione, bella o brutta che fosse. 

Altre ancora, la maggior parte, vigilie personalizzate, forse finte, forse più interruzioni di un flusso di vita che preludio di evoluzioni o rivoluzioni. Vigilie perenni, tipo quelle lunghe e recentissime del lockdown, vigilie da confinamento, attese buzzatiane o addirittura beckettiane, in cui però il personaggio che non arriva siamo noi stessi. 

Da qualche parte ho letto che "Il momento migliore per piantare un albero era venti anni fa. Il secondo momento migliore è oggi." 

Dunque, meglio regolarsi, meglio ricentrarsi, meglio sapere, pur senza rinunciare all'attesa. Meglio scriversi un promemoria, un intento, un motto: in ogni vigilia, l'importante è non dimenticare il presente. 

19 febbraio 2021

Giro e giravolta

Quasi un intero giro intorno al sole e siamo ancora sotto le nuvole di un confinamento più lungo di quanto avevamo immaginato all'inizio. 

Per andare oltre continueremo a fare tesoro di ogni situazione, anche quelle più difficili da gestire. Le mancanze saranno temporaneamente tamponate da interessi contingenti, ma l'impossibilità di usare liberamente il tempo futuro dei verbi, ossia di progettare, pesa tuttora, e comincia a pesare un po' troppo. 

Per venire oltre, come si dice in romagnolo, dovrai aspettare che tolgano i divieti, ma per questo ai tamponi dovranno essersi affiancati numerosi i vaccini. Aspettare è diventato il verbo, il Verbo, e la pazienza necessità più che virtù. 

Per trovarsi oltre continueremo a scrutare il blu, a incantarci di tenui o intensi brillii, a ricercare stelle buone, pur sapendo che di noi quegli astri se ne fottono beatamente. 

Quasi un intero giro intorno al sole e il sole non si vede per via delle nuvole. Quasi un'intera giravolta e nemmeno le stelle si vedono da qui. Ci resta però la musica, a tutte le ore. 

--bonus musicale: Cristina Donà, Stelle buone (1997)



a cura di Giulio Pianese

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