12 settembre 2019

Il primo consiglio

Ho iniziato: nelle classi è tutto uno zuccherino, con gli alunni che seguono partecipi ed entusiasti. Incrocio le dita dicendolo, ma in verità confido che continueranno a permettermi di accompagnarli nella loro crescita con un apprendimento attivo.
Per le attività collaterali, ovviamente non ho ancora assimilato le procedure e non posso dunque contare sugli automatismi che consentono di risparmiare energie per dedicarle a ciò che conta davvero. Comunque, anche colleghe già presenti in quella scuola negli scorsi anni confessavano di sentirsi affaticate dopo il primo giorno pieno: evidentemente abbiamo tutti messo più energia di quella necessaria.
Questo mi riporta al primo consiglio che ho dato ai ragazzi: Sapete quel è la prima regola per imparare l'inglese? Breathe! Respirate! Se stiamo in apnea non possiamo parlare, pensare, agire, vivere, o almeno non a lungo.

10 settembre 2019

Lacune

Viene lo sconforto mettendosi a discorrere con persone che non tengono conto dei fatti, dei dati, della realtà, né li vogliono leggere, considerare, studiare per rimediare alle proprie lacune. Mi riferisco al social network blu, quel giardinetto recintato che solo ogni tanto ne azzecca una.

Balliamoci su, va': in effetti ci rimango per gli amici e per il tango.

09 settembre 2019

Programmazione

Per il tango, mi arrivano inviti a eventi milongueri con molti mesi di anticipo, ma non mi piace programmare queste cose. Più che altro, non abbraccio facilmente l'idea di vincolare giornate, serate o fine settimana così in là nel tempo non potendo sapere quali altri impegni o incombenze sopraggiungeranno, né gradisco dare la mia adesione e poi sottrarla (al di là dell'eventuale esborso preventivo).
Come attestato di buona volontà e lungimiranza, mi pare già sufficiente prenotare due posti in milonga con quasi una settimana di anticipo (come ho fatto per il Treno che riapre il 15 settembre).

A proposito di programmazione, non mi piace nemmeno quella scolastica, sebbene ne intenda la necessità. Il fatto è che sono incline a insegnare focalizzandomi sulle persone e adeguando le lezioni alle loro capacità, al loro livello di competenze e alle loro specifiche necessità di apprendimento. Per questo, nei corsi privati, procedo navigando a vista, pur avendo ben chiari gli obiettivi finali. Quest'anno invece mi toccherà proprio, a breve, metter mano al pomposo e imprescindibile documento chiamato per l'appunto "programmazione".
Spero di riuscire comunque a mantenere la concentrazione più sui ragazzi che sui programmi, mirando alla concretezza della loro crescita ed evitando di smarrirmi nella fumosa astrazione di pretenziose normative.

08 settembre 2019

Buone telecomunicazioni

Oggi, ancora una volta*, sono stato tessitore di contatti.
Nel dopopranzo di una festa parrocchiale alla quale avevo accompagnato mia mamma per farla distrarre un po', è saltato fuori che un paio di volontari lì presenti erano stati allievi di Antonia Mazzoni, per me "la Tonina", che da Galeata era venuta a insegnare a Seregno negli anni '70, soggiornando anche a casa nostra per un po'.
Mi sono fatto dare il numero dall'agendina che mia madre conserva e aggiorna da non so quanti decenni e l'ho chiamata. Quando, dopo affettuosi saluti in romagnolo, le ho passato i suoi ex scolari Giovanna e Fiorenzo (che lei ricordava perfettamente), ho sorriso di gusto vedendo riaffiorare nelle loro espressioni gli atteggiamenti dei bambini di fronte alla "signora maestra".
È stato divertente e bello. Per loro, molto bello: l'hanno dichiarato, ma lo sapevo già, perché in questi ultimi anni in più occasioni ho parlato al telefono con la mia maestra Annamaria Bianchini e ogni volta è stata una gioia piena.

* come avevo già detto, a suo tempo bgeorg mi aveva inserito tra i "tessitori".

07 settembre 2019

La parola è d'argento

Le cose, anche quelle scontate, forse soprattutto quelle, bisogna dirle. Va bene tacere anziché parlare a vanvera o solo per riempire vuoti apparenti durante le pause di cui invece abbiamo bisogno, ma fidarsi dell'interpretazione di un silenzio, specie a distanza, non è sempre saggio.
Pensa a quante volte gli innamorati, più che mai bisognosi di rassicurazione, si ripetono sdolcinatezze che a rigor di logica non sarebbero necessarie, almeno fintanto che gli occhi brillano. Così, dichiara che vuoi bene a chi vuoi bene, anche quando si sa. Denuncia il senso di mancanza, assicura la tua disponibilità, pronuncia i nomi, evoca i gesti affettuosi, in attesa di poterli esprimere dal vivo.

06 settembre 2019

Silenzi d'oro

Sono quelli che mantieni con le persone cui vuoi bene, quando sai che è meglio per loro non subire interferenze. Per esempio con i figli, quando hanno bisogno di volare liberi per sperimentarsi; con le ex, quando hanno bisogno di staccarsi per trovare altre strade; con i genitori anziani, quando hanno bisogno di riposare.
Altri silenzi d'oro sono quelli che mantieni con chi sta lavorando sul serio e necessita di grande concentrazione; con chi sta ballando e vuole godersi la musica mentre cerca di interpretarla insieme a te; con chi sta leggendo, qualsiasi cosa stia leggendo. E naturalmente, come diceva Marquant in Zitti al cinema, quando si guarda un film sul grande schermo.

05 settembre 2019

Antidoto

Non ostanti il dolore al piede e l'orario già tardivo, direi che è tempo di tornare in milonga.
Vado a prepararmi, ché musica e abbracci, per chi non lo sapesse, sono il miglior antidoto alla stanchezza!

04 settembre 2019

Età

A una collega che scherzando denunciava la sua angoscia per gli imminenti 50 anni (portati splendidamente, mi pare), ho risposto: "Li ho già ampiamente compiuti e ti assicuro che non succede niente. La stessa sensazione di vertigine si era annunciata a ogni decennio, ma in realtà continui a fare tutto quel che facevi prima, solo che i tempi di recupero si allungano."
Mentre lo dicevo, un sorriso interiore mi rammentava le parole che Enzo Baldoni ci scriveva in Zonker Zone: "Ragazzi, i cinquanta sono una figata!" Non mi sento di dargli torto: in effetti ogni età della vita, finora, ha avuto e sta avendo la sua bellezza.
Con un piccolo distinguo: non posso più bere caffè la sera, pena un'insonnia di cui mai ho sofferto in passato.

03 settembre 2019

La malinconia

È quel che ti cattura senza lasciarsi prendere, che t'abbraccia con arti da fantasma, di nascosto ti fa visita e all'improvviso si svela quasi, comunque irraggiungibile.

È l'inafferrabilità delle striature cangianti d'una volta rosaceleste che si tinge d'arancione e grigiume a due passi o tre dal cobalto crepuscolare. È la lontananza irreversibile d'un bimbo piccolino che corricchia ridacchiante i primissimi passi sulla sabbia bagnata facendo la spola tra mamma e papà. È la musica frangibarriere che ambisce a farti abbracciare l'impossibile, ingannevole nel prometterti di comprendere in te e il tempo e lo spazio. È il ricordo di un ricordo, forse un sapore, un profumo, un colore mitizzati nel cristallo d'un istante che si crede irripetibile.
È il vuoto e il pieno d'un piantoriso agrodolce che ti snuda l'anima, è il pieno e il vuoto d'illusoria dulcamara.

La malinconia sa cantare i colori anche a voce spezzata, dipingere il sonno di veglie sognate, scolpire nelle nubi gli ardori agognati.
La malinconia è uno sbuffo della pentola a pressione delle emozioni, che senza quello sfiato s'addenserebbero in tristezza, producendo una pennellata di pece densa in luogo di acquerelli variopinti.

02 settembre 2019

Le prime volte

Quando viene a mancare qualcuno, mi dissero, il primo anno è il peggiore, in quanto zeppo di prime volte "senza".

In effetti, ad esempio, oggi per la prima volta non ho potuto far gli auguri di buon anniversario ai miei genitori e mi son dovuto limitare a telefonare alla mamma ricordando anche papà. Stamattina me ne ero astenuto perché lei mi era sembrata un po' così e ho svicolato, parlando d'altro, casomai il suo pensiero potesse distrarsi altrove almeno per un po'. Stasera invece, cenando con mia figlia, sua prima nipote, l'abbiamo richiamata e tra varie affettuose comunicazioni informative, ci siamo scambiati parole augurali (lei ricambia sempre gli auguri quando li riceve, anche al suo compleanno, per dire).

Le prime volte, per fortuna, non sono sempre negative. Lo so, e a tal proposito mi piace celebrare un tormentone di questo blog: "Quand’è l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?"

Le prime volte possono essere molto positive. Lo spero: sto iniziando una nuova avventura lavorativa. Sarà certamente un anno di prime volte. Gioiose, stimolanti, soddisfacenti, confido, giacché si tratta di insegnare inglese in una scuola media molto ben organizzata e accogliente.

01 settembre 2019

Capodanno amaro, anzi gustoso

Lo dicono in tanti che il vero capodanno sia il primo di settembre: prodromo del nuovo anno di attività, secondo lo schema ereditato dal calendario scolastico, rappresenta, con l'inizio dell'autunno meteorologico, l'avvio a un decisivo cambio di stagione ed è il tempo in cui i nodi cominciano a venire al pettine, soprattutto per tutto quanto è stato rimandato a "dopo le ferie".

È dunque un momento legittimo per i buoni propositi.
Sì, quelli che poi generalmente non si mantengono. La difficoltà nel metterli in atto si acuisce quanto più distanti si trovano dalle intenzioni autentiche. Formularne di troppo ambiziosi non porterà alcun risultato: meglio qualcosa di ben determinato, immediatamente verificabile e alla portata della nostra volontà.

Per esempio, nel mio caso, un mese senza dolci. Un bel sacrificio per me che sono goloso, ma primo passo necessario per riguadagnare una forma fisica accettabile.
Ritenendo di facilitarmi, ho preso la rincorsa e ieri ho assaporato un caffè senza zucchero. Mentre lo sorbivo, ho pensato al cioccolato extra fondente, quello dall'85 per cento in su, e mi sono goduto quella tazzina che di colpo non è stata più tristemente amara, offrendomi invece un gusto particolare e tutto suo, per una volta non occultato dal dannoso zucchero.

29 giugno 2019

Un fiume, un refolo, la luna

Un fiume, un refolo d'aria fresca, la luna, che ora invece è nascosta nel cono d'ombra planetario, sono presenti nella musica, nel desiderio e nel ricordo anche recente, anche presente.

La musica è quella di un vals, Pequeña, che inizia con il verso "Donde el río se queda y la luna se va", un vals più da ascoltare che da ballare, specialmente nell'interpretazione del Chino Laborde che ricordo una sera al Cristal (Spirit de Milan).

Il fiume è il Bidente ("il più bel fiume per pescare", dissero soddisfatti in quel di Galeata, presso il lavatoio di via Gallica, due appassionati di pesca sportiva, reduci da una gara da 33 kg di pesci catturati con l'amo senza ardiglione e rilasciati vivi e non feriti), che solca la valle natia e nel quale mi sono reimmerso or non è guari. Le acque che passano non sono mai le stesse, ma è bello sapere di esserci stati con le persone care, in carne o in spirito.

Il refolo è qui, ora, più che benvenuto dopo le ardue prove termiche della giornata.

Nel desiderio, oltre alla necessità di occuparmi con metodo e continuità di quel che va fatto, compresa la cura di sé (perché per fare le cose bisogna farle), c'è anche l'ambizione di portare il tutto in me nei diversi tragitti e nelle varie destinazioni (temporanee)*.

* "Sono qui di passaggio."
"Tutti lo siamo."

31 maggio 2019

L'iceberg del dolore

L'altra mattina sono caduto dalla bici e ho ancora le ginocchia sbucciate, come da bambino.
È successo mentre salivo di fretta sul bordo basso del marciapiede vicino all'entrata della Mazzini: un po' l'asfalto bagnato, un po' l'effetto rotaia, la ruota mi è scivolata di lato e ho dovuto lasciar andare il velocipede evitando di poco un impatto diretto con le auto parcheggiate. Sono atterrato nello spazio tra due veicoli, riuscendo a rimettermi in piedi senza nemmeno imprecare.
Al momento ho avvertito solo il dolore delle escoriazioni e ho fatto lezione normalmente, dopo essermi medicato grazie al kit gentilmente improvvisato da Frankie, storico e mitico bidello. Solo il giorno successivo sono emerse le acciaccature dovute ai colpi e contraccolpi subiti.

Così è l'effetto iceberg del dolore: ciò che spunta all'inizio è solo una minima parte di quanto soggiace. A questo penso, e un po' lo temo, quando sbuffo, m'arrabbio e mi struggo espirando il vuoto mentre fatico ad accettare l'irreversibilità degli eventi.
Per l'animo ferito dispongo innanzi all'occhio della mente gli antidoti: in primis la memoria, dettagliata forza del ricordo a scongiurare il tempo perduto, con la consolazione delle felicità passate, poi la ragionevolezza, capace di accompagnare l'accettazione, quindi gli affetti, potenti lenitivi ed efficaci nutrienti, non ultimi gli scambi d'energia umana, molteplici canali aperti e all'apparenza inestinguibili, e infine la consapevolezza dell'infinita finitezza di noi tutti, irresistibile magia di questo esistere.

E tuttavia, sai che c'è? Mi sta un po' sul cazzo l'irreversibilità degli eventi.

30 maggio 2019

Teacher

I ragazzi della 4a C stanno terminando il percorso scolastico al CIOFS e hanno realizzato un video con dediche a ciascun insegnante.
A me è toccato questo bellissimo pensiero:



He said "learning is never ending"
He put his heart out on teaching
So here we are thanking
Our Prof. Pianese who's watching

Bello perché centrato: "non si finisce mai d'imparare" lo dico sempre, e il cuore ce lo metto tutto.

11 maggio 2019

Papà Umberto

L'avevo scritto in piccolo: "papà mi manchi già", in fondo a una pagina ancora vuota del libricino delle firme, e solo dopo che s'è riempito sono andato a ripescare la scritta per accostarvi il mio nome. L'avevano appena portato lì, nella saletta condominiale che anni e anni fa aveva già accolto la nonna Teresita, ricomposto ed elegante nel suo completo gessato del giorno del matrimonio (completo mai più indossato da lui, che era aumentato di svariate taglie, ma utilizzato da me occasionalmente in gioventù per variare il look e da allora conservato nei miei armadi; pensando a quanto era dimagrito nell'ultimo anno e soprattutto durante l'ultimo lungo ricovero, m'è venuta l'idea di consegnarlo alla casa funeraria perché glielo facessero indossare). L'avevano appena portato lì, ricomposto nella bara, e il freddo della sua pelle era pungente quanto quello del vento che fuori soffiava facendosi gelida corrente sotto il porticato del palazzo. La duplice assenza di calore raggelava il cuore distillandone lacrime disperate.

Per lunghe ore e per tutto il giorno seguente, a nulla valeva farsi forza ogniqualvolta un qualsiasi riferimento verbale riportava all'evidenza l'enorme e triste perdita. Per questo su facebook scrivevo:
Le parole mi squassano. Come le leggo, le dico o le pronuncio, gli argini s'infrangono. Però di lì dovrò e vorrò passare. Ne scriverò e ne dirò. Intanto, l'immagine dell'estate scorsa che abbiamo scelto per ritrarlo. Con tutto il bene del mondo, il nostro papà Umberto, 6/6/1931 - 5/5/2019
Il giorno dopo (un lunedì al quadrato) sono andato lo stesso a scuola, dove ho insegnato per sei ore, piangendo solo negli intervalli tra una lezione e l'altra. Nel pomeriggio ero di nuovo accanto alla bara aperta, ma già il freddo veniva contrastato da un sole meno timido e dall'andirivieni ancor più nutrito di parenti e amici. Come viatico per la nottata, non sono mancato alla lezione di tango, dove musica e abbracci mi hanno aiutato moltissimo a staccare un po'.

Prima, per due mesi ci eravamo alternati tutti quanti (due fratelli e due sorelle, più la nostra mamma, i nostri figli e familiari, vari parenti e amici) per lasciarlo solo il meno possibile nelle peripezie ospedaliere iniziate a causa della frattura di un femore. Eravamo stati molto con lui, spaventandoci in più occasioni e risollevandoci insieme alle sue condizioni, purtroppo ogni volta un gradino più in giù della precedente. Come sempre succede, tuttavia, mi sembra di non esserci stato abbastanza: quel che soprattutto urla è il rammarico per la penultima sera, giunta dopo una giornata in cui papà sembrava quasi sulla via della ripresa: pur essendomi fermato lì oltre l'orario consentito, so che avrei potuto trattenermi ulteriormente e che l'avrei fatto se avessi potuto immaginare il seguito.

L'ultima notte io e mio fratello (con sua moglie) eravamo lì ad accarezzarlo fino alla fine anche se non era più vigile, con la saturazione che si abbassava e la pulsazione che s'affievoliva. Com'è sottile il confine! Com'è sottile, e non capisci più se il battito c'è o s'è arrestato, non lo capisci più nonostante il monitor, con l'allarme che continua a suonare e a essere annullato, perché non c'è un arbitro che fischia, è un digradare attraverso un territorio incerto, un territorio misterioso che si estende tra un qui e un lì di cui non sappiamo poi tanto. Le carezze non sono cessate neanche dopo il tracciato ufficiale (20 minuti di ECG piatto), quando siamo rientrati nella stanza insieme alla mamma che era sopraggiunta con le nostre sorelle e abbiamo continuato a sentire il calore del suo sangue, che è anche il nostro.

All'alba mi sono coricato e il sonno tardava a sopraffarmi, mentre s'affollavano numerosissime le immagini delle ultime settimane, tutte d'ambientazione tristemente simile, seppur piene di tenerezza. Allora ho fatto un esercizio mentale analogo a quando si pratica la respirazione profonda, diaframmatica: rilassando il cranio e chiudendo le palpebre, ho permesso alla memoria di fluttuare, come se sovrastasse immensi campi fioriti. Sono così emerse varie immagini, ricordi recenti o lontanissimi, di qualche anno o di pochi mesi, di diversi decenni o di qualche lustro, tutte testimonianze di una vita ricca di affetto e cura, di particolari spassosi o di normalità rassicurante, di senso della famiglia e di semplicità, quasi fosse ovvio essere un papà così bravo. Così bravo e così normale, capace di non lamentarsi mai per i doveri e le incombenze, dotato di un'acutezza mascherata da una grande adattabilità e dall'accettazione, ma pronto a incazzarsi platealmente e rumorosamente per quisquilie, alternando pazienza e irascibilità in modo quasi incredibile. Capace di godersi la quotidianità e sempre contento di accogliere, ha saputo trasmetterci un affetto indiscutibile e tutti i riferimenti necessari senza dover usare molte parole.

Sull'urna lignea predisposta per accogliere le sue ceneri, noi figli e nipoti abbiamo scritto o disegnato con dei pastelli forniti dall'impresa funebre. La mia frase l'ho scritta in rosso e firmata in blu: "Che bello è stato avere te come papà!".

Al funerale di papà ci sono stati più abbracci che in una bella serata di tango.

In chiesa, gremita di persone care, non avevamo previsto musica, troppo presi da tutto il resto, ma una signora al microfono intonava i canti liturgici. Dal primo banco, ho cantato anch'io quelli che conoscevo e nonostante l'emozione me la spezzasse, sentivo la mia voce uscire e amplificarsi quasi come nel tempo in cui ce l'avevo. Mia sorella Teresa che mi sedeva accanto a un certo punto si è messa a fare le doppie voci ed è stato bello.
Dopo la funzione, usciti sul piazzale ci siamo soffermati a salutare e salutarci prima che il carro funebre si avviasse al tempio crematorio. È stato un bagno di calore affettuoso, tanto calore e tanto affetto, molti abbracci e baci e sorrisi e un po' di piantoriso, una sorta di malinconica euforia, di gioia vitale in contrasto con la "sorella del sonno", ladra di un pezzo di noi che se n'è andato, ma impossibilitata a rubarci quanto di lui è in noi.

In casa della mamma, dove noi familiari siamo saliti con gli amici che hanno potuto e voluto farlo, a un certo punto l'atmosfera si è evoluta in una vera e propria festa, con focaccine, pizzette e biscotti, bibite e vino, tante chiacchiere e ricordi, parecchi aneddoti, alcuni "cult", altri di cui non rammentavamo l'esistenza, tante tessere del mosaico della memoria collettiva, quella in grado di far rivivere i tratti di chi ci manca, di renderlo presente anche se fisicamente non c'è più. "Ma quanto sarebbe stato contento Umberto di una cosa così?" ci siamo detti, credo a ragione, conoscendo il suo gradimento per la convivialità allargata.

E continua a volteggiare la rete di connessioni, intrecci, scambi e affetti che sa pescare dai fiumi di vita vissuta innumerevoli guizzanti esemplari, vivissimi istanti che niente e nessuno potrà portarci via: tutte cose che aiutano ad attraversare meglio il dolore, la tristezza e la malinconia, condendoli di gusto per le cose presenti e passate, di voglia di futuro e di interazioni affettuose.

Ecco, sintesi consolatoria e tanto vera, le parole che abbiamo fatto stampare sul retro della foto ricordo:

Qualcosa di te
in ciascuno di noi
per sempre.

20 aprile 2019

Nodi d'impermanenza

Tenere insieme tutti i fili è sempre più difficile, succede se non soffochi l'inclinazione a essere nodo relazionale ampio e aperto. La difficoltà nasce dall'esigenza di scegliere di momento in momento quali azioni intraprendere in via prioritaria tenendo conto degli impegni, degli affetti, degli auspici.

Dalla tensione a ricomporre il puzzle identitario del nostro intorno, sia esso ampio e rarefatto o circoscritto e denso, di quando in quando scaturisce un temporaneo blocco delle iniziative, blocco che va forzato per ripartire a essere e fare. Dopotutto, il più delle volte, basta darsi una mossa e il resto vien da sé, si spera.

Possiamo stare seduti sul cuor della terra, ma non siamo obbligati a restarci per sempre. Muovendosi anziché star fermi e facendolo in due, come succede nel tango in abbraccio chiuso, aumentano massa e velocità. Essendo queste le condizioni per il rallentare del tempo*, ecco spiegato il motivo per cui il ballo ringiovanisce.

Tenere insieme i fili vuol dire anche miscelare situazioni e iniziative, incontrando e facendo incontrare persone di ambiti differenti e dagli interessi variegati, oppure vedendo le stesse persone in ambienti diversi dal solito, innescando qualcosa di semplice e quasi banale, ma vero e godibile, come ad esempio un picnic quasitanguero al parco Nord a pasquetta.

* Carlo Rovelli, L'ordine del tempo

31 marzo 2019

Durata più o meno ampia e definita

Qui già il tempo è quello che è: poco, e questi che fanno? Gli rubano un'ora. Poi te la restituiamo, dicono. Certo, certo. Intanto però la corsa si fa più affannnosa, o per meglio dire, più affannoso risulta il pensiero che tenta d'anticiparla. La corsa, di per sé, nemmeno esiste. Anzi, è proprio quando le ondate di "cose da fare" affogano le rive che ci si blocca, non capendo più da che parte cominciare a sbrogliarsela.

Da qualche tempo, prima di iniziare la lezione nelle classi più turbolente in cui insegno inglese, prendo in prestito un orologio, possibilmente con le lancette, e chiedo a tutti quanti di dedicare un minuto a noi stessi, staccandoci per 60 secondi da cellulari, iPad, penne e quaderni, rimanendo svegli e in silenzio. L'idea l'ho presa da una lezione di Lorenzo Pierobon sull'uso della voce in ambito didattico e ho potuto constatare la verità di quanto ci aveva anticipato, ossia il generale gradimento dell'iniziativa da parte dei ragazzi. Per loro soprattutto, ma in fondo anche per molti di noi, non è agevole trovare nel corso della giornata momenti di quiete assoluta in cui ci si possa e voglia concedere il lusso di fermarci.

Riguardo al tempo, quel che succede fermandosi è che un po' lo si rallenta: quasi ne incrementassimo l'ampiezza, come se in un respiro più grande i petali della rosa infinita di ciascun istante trovassero modo di schiudersi, regalandoci per quegli attimi tranquilli un sentore d'eternità. A quel punto, sapremo soppesare l'importanza o l'irrilevanza delle incombenze e percepire quali petali assecondare a seconda delle azioni e modalità che intenderemo consacrare come irrinunciabili.

07 febbraio 2019

Un mare di roccia

Ad avere pazienza e abbastanza tempo, ci si renderebbe conto che le montagne non sono altro che un mare fatto di roccia, un mare terrestre dal respiro lentissimo e ampio, con qualche singulto che qua e là talvolta ci fa sobbalzare. Le catene montuose in prospettiva a scolorare, fascinose onde al rallentatore, frantumano il senso del tempo che crediamo nostro, dilatandolo e riducendolo con il loro quieto mantice impercettibile all'occhio minuto. Sospeso a mezz'aria lo sguardo, incerto tra materia e divenire si posa e rivola, s'allunga e riviene. In balia della malia vogliosa ad un tempo di tattilità e fluttuazione, si perde e si riperde, finché nel ritmo di un nuovo respiro ritrova il suo mare interiore, goccia non meno magica di quello più grande, là fuori e tutto intorno.

27 gennaio 2019

Giornata della smemoria

La fame. Il freddo. Il disagio di non potersi lavare. I pruriti. La sete. La fame. Il freddo. La sporcizia. La fame. La debolezza. Il freddo. L'impossibilità di riposare. La fame. La stanchezza. La sete. Lo sconforto. Il freddo. La mancanza di prospettiva. La paura. I dolori. Il disagio di patire ogni patimento. L'assenza di prospettiva. Il freddo. La stanchezza. La disperazione. La sete. Il dolore. Il disagio delle ferite non curate. Il non potersi lavare. Le rogne. La fame. La stanchezza. L'assenza di umanità. La disperazione. L'oblio del Sé. Fame sete freddo stanchezza oblio. Disperazione oblio. Il patimento dei patimenti.

Perché perché perché perché perché perché perché?
Perché?
Perché allora? Perché adesso? Perché ancora? Perché?

Ricordiamoci la nostra umanità per riconoscere quella degli altri. Ricordiamoci per riconoscerci.
Non tutto è perduto finché noi siamo noi e diamo spazio all'essere più che al negare.

Che l'amore possa sconfiggere la paura, sì, paura, poiché altro non è che paura quella prepotenza esibita e urlata: paura e pura debolezza.
Che l'amore dia la forza di superare paure e debolezze, le stupide paure dei prepotenti senza potenza umana.

Chi nega (e annega) l'altrui umanità, nega e annulla la propria.

08 gennaio 2019

Qui peraltro non s'era mai chiuso

Pare ci siano diversi blog d'epoca che in questi giorni, stiracchiandosi dopo un lungo sonno, contravvengono alla regola della Pizia (roba da Blog Club, più o meno). D'altro canto, non vedo perché non debba valere anche la regola di Livefast.

Comunque sia... ciao con la manina a Strelnik, al Many e a Mirumir, tanto per cominciare (qui m'era uscito un refuso che val più d'un lapsus: "tango per cominciare").

28 dicembre 2018

Promemoria

Facile facile: quando fai qualcosa, qualunque essa sia, ricordati di respirare e sarà più facile.
E inoltre: quando fai qualcosa, qualunque essa sia, se oltre a respirare ti ricordi di sorridere, ti verrà meglio.
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Nota utile: il sorriso va adeguato alle circostanze: in taluni casi andrà espresso solo interiormente.

14 dicembre 2018

S'accorciano

Luce. Buio. Luce. Buio. Luce. Buio. Luce. Un sorriso, un bel saluto. Una frustrazione, un'incazzatura. Affetto, sintonia. Introversione, distanza. Euforia immotivata, musica coinvolgente. Lagnosità varie, circoli viziosi. Contagi d'allegria, potenti spirali virtuose.

Luce. Buio. Un po' meno luce. Un po' più di buio. Ancora meno luce. Un po' di buio in più. Luce sempre più breve. Buio sempre più lungo. Per paura che la tenebra si mangi piano piano tutto il lume, si accendono le lucine: quelle delle candele di ḥănukkāh, quelle degli alberi di Natale, e prima ancora quelle delle lampade tradizionali del Diwali. Basterebbe salire in soffitta per averne anche qui: magari domani, magari dopodomani.

Luce breve e fioca. Buio, notte lunga. Luci piccoline stese mentre annotta. Lunghe notti buie e brevi accese intermittenze. Alba che confonde il giorno con il buio e poi di nuovo buio con le luci nella notte. Notte buio amori, stelle rilucenti. Buio che rifulge, notte nuovo giorno. Buio non più buio con il sole anche di notte. Luce buio luce buio luce.

Luce, buio. Le presenze, le assenze. Luce, buio. Buio, luce. Vecchi amici che ci sono sempre e altri che per sempre se ne vanno. Persone sempre vive nel ricordo anche quando non ci si vede quasi mai e persino quando vive, purtroppo, non sono più. Di una, conosciuta ai tempi delle prime ondate di blogger, ho saputo solo da pochi giorni. Mardin la voglio celebrare con parole da lei ritwittate qualche mese fa:
i am nothing more than a
feather caught in the wind,

but still, i fly.
[Sono nulla più che una piuma presa nel vento; ma comunque, volo.]

04 dicembre 2018

Sulla fiducia

Nell'autunno inoltrato, un saluto al sole eseguito al mattino presto si fa sulla fiducia.

Fiducia facile da riporre, peraltro, quando nel bluette antelucano là fuori si presenta un cielo da "a mille ce n'è", con la luna e la stellina, ovvero l'ultimo quarto del nostro satellite naturale e il brillio di Giove, che all'occhio nudo in questi giorni pare accompagnare la falce di luna girandole attorno in una gentile danza lenta.

Ci si ferma incantati, e poi ci tocca correre.

29 novembre 2018

Era ieri o ieri l'altro

Era ieri, sì, ieri, son sicuro: era ieri, o l'altro ieri, quando stavo al sole in cima ad una cresta dolomitica. Era forse il giorno prima quando al caldo bianco e blu la brezzolina greca accarezzava in spiaggia le mie voglie.
Saran passati cinque giorni da quel lungo viaggiare lungo vie deserte, una decina al massimo dai giri in autostop. Forse un paio di mesi, o tre, dagli umidi baci timidi e, te lo concedo, almeno un anno e mezzo da quel dieci e lode preso nel dettato. Magari un lustro avanti nemmeno c'ero ancora.
Invece un giorno e un mese dopo, andando e riavvolgendo, diverse e assai copiose ecco affiorare nitide, lucenti e sfarfallare poi trentaduemila e cento immagini, sottili come petali archiviati in un sussurro.
È così fatto, pare, della memoria l'almanacco, coi misteriosi anditi, suoi magici wormhole che in un baleno svelano stanzoni e bugigattoli, colori e panorami, distese e controcieli di luci radenti, meravigliosi attimi infiniti, distanti e vicini, meravigliosi attimi infiniti.

27 ottobre 2018

Prima che il tempo cambi

Prima che cambi il tempo, lascia risplendere quel tuo sorriso, capace di far scintillare gli occhi tuoi e quelli altrui.
Prima che il tempo cambi, riscopri ogni minuto e le sue frazioni, nidi d'eternità minuscole e preziose, spesso più imperdibili di quanto non appaia.
Prima che cambi il tempo, risoffia sulle nuvole direzionandole a forgiare forme e disegni disparati, protagonisti ingenui di vivide vicende e fantasie fiabesche.
Prima che il tempo cambi, richiama a te le ore del ricordo e della speme, lancette fisse nel cielo mobile dei giganteschi ruotismi d'ingranaggi vitali.
Prima che cambi il tempo, sii tu sole e vento. Qui.
Prima che il tempo cambi, sii tu l'istante. Ora.

30 settembre 2018

04 agosto 2018

Abbracciare tempo e spazio

Stasera la traduzione che sto completando ha lasciato spazio, anzi tempo, anzi spazio-tempo, alla seconda visione di un film che richiama, per quanto può, un libro bellissimo che lessi nel 2005 in italiano e nel 2009 in lingua originale: rispettivamente La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo e The Time Traveler's Wife.

Con un pochino d'imbarazzo, confesso di aver pianto come una fontanella. Il fatto è che l'opera si lega molto, troppo, al tema degli addii e al mio bisogno di abbracciare tempo e spazio. Un bisogno che talvolta si soddisfa, almeno un po', almeno per un po', nel ricordarsi, nel ritrovarsi, nella condivisione di storie e memorie e negli sguardi allungati ad accarezzare panorami noti che lasciano ogni volta scoprire qualcosa in più di sé (in entrambi i sensi custoditi da questo pronome riflessivo).

Comunque, a sfogarsi poi ci si sente meglio e ci si trova subito pronti a risorridere.

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Link: da questo stesso blog, qualcosa più o meno a proposito di quanto sopra.

22 luglio 2018

Tropical

Qui sopra la grandinata, mentre nel cielo a destra del balconcino le nuvole sono ornate dai raggi solari. Cerco dalla parte opposta l'arcobaleno e incontro invece una mezzaluna pallida, un attimo prima che svanisca dietro le gocce sempre più fitte.
Bello, ma poi penso: chissà se questo sarà il succo climatico che ci toccherà sempre più spesso.
In tal caso, c'è da sperare che le dosi non siano troppo massicce, che ci si possa continuare a riderci su, godendone l'anomalia temporanea e non i terribili effetti... Per sperare con qualche probabilità positiva di rallentare il cambiamento climatico, però, sarà meglio darsi da fare a invertire la rotta, a cominciare da una maggiore consapevolezza nei piccoli gesti e nelle scelte quotidiane.

20 luglio 2018

Scatola di pioggia

American Beauty è uno dei due album acustici dei Grateful Dead.
Roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzo e che mi piace ancora un sacco, dentro la scatola di pioggia* in cui viviamo, tra gioia e malinconia, immensità e finitezza, unità e distacchi, ma con il canto sempre pronto a irrorarci l'animo e lo sguardo, l'euforia e il piantoriso, fin quando durerà e forse anche oltre, chissà.

* "Box of Rain" è il titolo del primo brano di questo LP uscito nel 1970.

06 luglio 2018

Non è uno spazio libero

È il rimescolio di vita e morte, tempo dei ricordi e lampi di non tempo, passato smarrito e futuro nostalgico, è tutto questo di sicuro, con la musica come eccipiente, a innescare poesia; è tutto questo di sicuro, ma probabilmente altro ancora, a innescare le lacrime, con la musica come grimaldello.
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Giorgio Gaber, La libertà

Cannibalismi

La donna dei miei sogni varia secondo i sogni, forse dipende da quello che ho mangiato la sera prima.
Le donne dei sogni fagocitano le realtà indigeribili, ma in definitiva narcotizzano.
Lungo è il sonno che nutre l'oblio degli altri sogni, quelli da inseguire e trasformare in realtà.
La faticosa realtà, bella però, dove chi conta davvero deve essere, esserci, volermi sapere e sapere ingolosirmi.

29 giugno 2018

Where we belong

L'inizio e la fine, le partenze e i ritorni, gli addii e i nuovi saluti: tutto questo, condito da una dolce malinconia, c'è nella canzone che fu l'ultimo singolo dei R.E.M., come un sogno fatto nell'omonima fase del sonno, poco prima del risveglio decisivo.

S'intitola We All Go Back to Where We Belong, "Torniamo tutti dove ci sentiamo a casa" (a scuola si insegna sempre la formula "belong to" = appartenere, ma il verbo "belong" significa innanzitutto "sentirsi a proprio agio", "essere nel posto giusto"; che poi, volendo, è una sorta di appartenenza).

Ritorni e passi all'indietro ne ho fatti tanti in vita mia: non nel senso dell'arretramento, semmai del recupero, quasi una piccola ricerca (del tempo perduto) per ritrovare e ritrovarsi. Negli ultimi due mesi, però, due volte in particolare mi è risuonata questa frase, proprio musicalmente, così com'è cantata: per i miei genitori. Quel giorno in cui ho mollato per qualche ora le scadenze incombenti e sono corso a far gli auguri alla mamma per l'omonima festa, pur sapendo che l'unico modo per farsela contare valida sarebbe stato fermarsi a pranzo. Quella sera in cui mi sono imposto perché festeggiassimo il compleanno di papà il giorno giusto, il sei di giugno, a costo di avere una tavolata incompleta: eravamo meno di una decina, ma lui è stato contento.

A breve li accompagnerò in montagna e mi fermerò con loro: una sorta di ribaltamento dei ruoli, se penso che ci fu un tempo in cui il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, all'epoca giorno festivo) era la data canonica per l'epopea delle partenze vacanziere familiari.
Per l'ennesima volta, la meta sarà Castello di Fiemme, uno dei luoghi che possiamo chiamare "casa". Confido che il senso di appartenenza nutra adeguatamente in me la necessaria pazienza.

Intanto, godiamoci la canzone:

16 giugno 2018

All You Need Is Pop

Alla festa di Radio Popolare ci sono andato ieri sera per un paio di motivi, anzi qualcuno in più: per ascoltare il recital di Lella Costa (che ricordavo spiritosa e intelligente, ma che ho trovato bravissima sul palco, ancora meglio rispetto ai ricordi del passato), per bere la birra artigianale, per mangiare alle bancarelle del cibo da strada di qualità, per passare una serata in un parco, per fare un po' di chiacchiere, per sostenere la mia radio, alla quale sono abbonato da almeno un paio di decenni.
Abbonarsi significa sostenere l'informazione indipendente, merce rarissima, quasi quanto il giornalismo vero. Per abbonarsi bastano 90 euro all'anno (pochi centesimi al giorno).
"All You Need Is Pop" continua oggi (sabato) e domani (domenica).

05 giugno 2018

Ciculabet

Ho scoperto che questa parola, poesia della semplicità infantile, evocatrice di colori a macchie rosse sul ciglio delle strade o in mezzo ai campi, viene compresa in un'area ben più limitata di quel che pensavo.
Ho verificato che se dico "ciculabèt" a Milano, non mi capiscono nemmeno le persone che conservano una buona pratica dialettale. Questo perché solo in brianzolo (o quantomeno, in dialetto seregnese) si dice così "papavero" o "papaveri".
Non so a quali fonti attinga l'etimo, foriero di tanta affascinante stranezza, ma so che in me, outsider linguistico nella fanciullezza in Brianza, quale figlio di un napoletano e di una romagnola, il suono e il seme di questo lemma avevano attecchito ben bene, raggiungendo il livello di naturalezza degli assiomi.
Quand'ero piccolo, parecchi ragazzi appena più grandi di età usavano ancora il dialetto in famiglia e con gli amici e le mie orecchie, già bilingui in ambito domestico, si arricchivano d'altro idioma. Le scoperte si ampliavano poi d'estate, in Trentino, dove da bambini passavamo intere giornate con i coetanei valligiani molto più che con altri villeggianti.
Oggi permangono alcuni vivaci ricordi, rarefatti ma sgargianti, un po' come delle macchie rosse in un campo, eleganti e attraenti nella loro ammiccante immediatezza.

03 giugno 2018

In balia della malia

Tutt'e due con l'accento sulla i, beninteso. Così ci si sente ad ascoltare la voce di Marisol Martinez da Buenos Aires.
Posso ben dirlo, avendola sentita ad aprile con l'orchestra argentina del momento, la Romantica Milonguera, a maggio in duo con il bravo pianista Jean Filoramo (che avevo già sentito accompagnare il grande bandoneonista Osvaldo Barrios), e ieri sera con l'orchestra Solo Tango, formazione russa di livello mondiale e apprezzata anche in Argentina. Giustamente apprezzata, direi, perché in quattro esprimono e trasmettono un'energia essenziale e avvolgente con interpretazioni impeccabili e passionali al tempo stesso.
Marisol Martinez è indubbiamente bella, ma il fascino della sua voce è anche superiore alla sua avvenenza. Riesce a toccare corde profonde, attingendo direttamente al dire e al sentire proprio del tango tradizionale. Quando canta, viene contemporaneamente voglia di restare fermi ad ascoltare e di mettersi a ballare. La contraddizione viene risolta dal suo invito a riempire la pista di abbracci. Perché un suo invito non si può certo declinare, trovandosi in balia della sua malia.

02 giugno 2018

Cosa di tutti

Cercare di non farsi livellare verso il basso è un dovere verso sé stessi e un beneficio per tutti. Non dico sia facile riuscirci regolarmente, ma già pensarci ogni tanto può portare qualche frutto.
Che oggi sia la festa della Repubblica non deve indurci allo sconforto per il contrasto tra gli ideali del documento che la costituì e le ignobili bassezze di intrallazzatori e incapaci.
Pensiamo piuttosto al fatto che quel due giugno del quarantasei, oltre al referendum che sancì la scelta repubblicana, rendendoci cittadini anziché sudditi, fu anche la prima occasione in cui le donne ebbero l'opportunità di votare e di essere votate in elezioni politiche (nelle amministrative era già successo pochi mesi prima, nel marzo 1946). Inoltre, fu eletta l'Assemblea Costituente, che si occupò di redigere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.
La Repubblica non è cosa di altri: qualunque cosa le facciamo, la stiamo facendo anche a noi stessi.

01 giugno 2018

Comfort zone

Il presente, l'immediato, l'istante, il bambino che in te pretende, subito: un'indulgenza a pranzo, un'ulteriore leccornia in un'ottima gelateria, un giretto in bici con puntatina in biblioteca.
La capacità di gustarlo, quel presente, col giovinetto che in te scalpita gioioso, tuttora e nonostante: le chiacchiere in compagnie variabili, il compiacimento di assaporare golose combinazioni, il fresco arioso sulla pelle, la disponibilità a invertire la pedalata per dispensare viva cordialità, e la propensione a sorridere al mondo anche così com'è.
La prospettiva e le aspettative, la preoccupazione di procurarsi la quasi certezza del futuro piacere, in grado di contrastare l'ansia e di darti la forza di rimandarlo: nel ballo, nella lettura, nelle visioni, fors'anche nel resto.
Un futuro incerto, ma che non sia senza presente.

31 maggio 2018

You don't know what you've got till it's gone

Lo cantava Joni Mitchell in un verso di Big Yellow Taxi: non ti accorgi di quel che hai fino al momento in cui svanisce.
Averne la consapevolezza può consentirti di porvi rimedio, imparando a scorgere e apprezzare tutto ciò che di buono abitualmente daresti per scontato. Ciò e chi: cose e persone, situazioni e relazioni.

30 aprile 2018

Dieci album in 10 giorni

Qualche settimana fa Luca Talamazzi (caro amico e bravo chitarrista con cui ebbi la ventura e il piacere di collaborare negli Ohm Suite Ohm e nei Fragole e Sangue) mi nomina su facebook per una cosa "che può anche piacermi, sebbene non sia sicuro di continuare per 10 giorni di fila", questa:
Giorno 1 di 10 giorni. 10 dischi all time della tua vita. Qualcosa che realmente ha avuto un impatto su di te e che continui o continueresti ad ascoltare. Posta solo la copertina, non aggiungere spiegazioni. Uno al giorno. E nomina una persona al giorno.
Qui di seguito, le conseguenze.

Per il primo, me la cavo condividendo la stessa copertina di Luca Talamazzi, perché non mi sono mai stufato di riascoltare i Velvet Underground & Nico.
Però lo dico già: non nominerò nessuno, chi vuole partecipi, commentando o pubblicando.
Aggiungerò il link di (almeno) una canzone per disco. Adesso mi va di riascoltare subito I'll Be Your Mirror.

Secondo giorno: Bossanova dei Pixies, che uscì nel 1990.
Come singolo pezzo, scelgo Allison, di cui proponemmo la cover con i Pontebragas.

Terzo giorno, terzo album: The Queen Is Dead degli Smiths. Iniziai ad ascoltare molto spesso i loro pezzi durante la naja, sdraiato in branda la sera tardi. Certe volte i commilitoni mi chiedevano di abbassare o spegnere, perché nonostante le cuffiette, il walkman sparava troppo.
La canzone che scelgo è solo una delle tante, anzi tutte, belle, dell'album: There Is A Light That Never Goes Out. Una curiosità: l'apertura ricorda un pezzo dei Velvet Underground (There She Goes Again), che a loro volta riprendevano un pezzo di Marvin Gaye (Hitch Hike, la cui versione eseguita dai Rolling Stones ispirò lo scherzetto di Johnny Marr).

Il 4° album che scelgo è Mlah, quello d'esordio (1988) delle Négresses Vertes, che m'estasiarono anche dal vivo al Rolling Stone di Milano, in un concerto davvero irripetibile, anche perché di lì a pochi mesi Helno, il cantante, morì.
Dilemma per la selezione di una canzone, visto che quasi tutte mi piacciono tantissimo, ma opto per l'imprescindibile C'est pas la mer à boire.

5° su 10. Il mio primissimo acquisto da ragazzino delle medie, quando ancora non avevo lo stereo, fu la cassetta Rimmel di Francesco De Gregori.
La canzone che mi va di riascoltare è quella che dà il titolo all'album, uscito nel 1975.
Per i più giovani eventualmente ignari, un'audiocassetta era una cosa così.

6° su 10. Babele Dunnit, anch'egli coinvolto da Luca Talamazzi, dichiarava: "Degli Stones non so scegliere. Veramente un casino. Troppi, troppi pezzi eccezionali."
Invece io a questo proposito non ho dubbi, soprattutto perché questo doppio uscito nel 1972 l'ho ascoltato davvero moltissime volte anche di recente, avendone il CD in auto. Il lato buffo è che è stato mio figlio Lorenzo a riportarmelo all'attenzione pochi anni fa: "Ohi pa', devi assolutamente ascoltare questo!" E io, sorridendo fin da dentro: "Bello, eh? L'hai trovato nella colonna lì in Bovisa, vero? E chi credi l'abbia comprato?".
Rolling Stones, Exile On Main Street. Come singolo, stasera scelgo Tumbling Dice, ma non obietterei a qualsiasi altro pezzo di questo disco straordinario.

Una menzione per Neil Young non può mancare, quindi per il 7° su 10 propongo un suo album. Tra i tanti che riascolterei volentieri in qualsiasi momento, scelgo il primo che acquistai, verso la fine degli anni settanta: After The Gold Rush, pubblicato nel 1970.
Il disco iniziava così.

8° su 10. Oggi la palma d'oro va a Remain In Light, capolavoro dei Talking Heads, che scoprii nel 1980 grazie al mio primo insegnante d'inglese David Jelley.
Il singolo che ripropongo all'ascolto è The Great Curve, che tra l'altro contiene uno dei miei versi preferiti in assoluto e cioè: "The world moves on a woman's hips", il mondo si muove sui fianchi di una donna.

Per il 9° su 10, sfrutto il post di Maurizio Raspante. Per me i Jefferson Airplane sono e sono stati imprescindibili fin dall'adolescenza. Questo disco, poi, contiene diversi pezzi che varrebbero da soli il "prezzo del biglietto". Dunque, vada per Surrealistic Pillow (1967).
La voglia del momento è di omaggiare Jorma Kaukonen con il suo Embryonic Journey... però aggiungo qualche parola su Somebody To Love, al quale dedicai un post sul blog.

10° su 10 giorni: Sciò di Pino Daniele. Innanzitutto perché è un doppio dal vivo del 1984 che racchiude molti dei suoi pezzi migliori e poi perché fu proprio nell'autunno di quell'anno che assistei a un suo concerto a Milano, la sera prima di partire per Napoli in autostop. Quel concerto iniziò con Je sto vicino a te, di cui ti faccio riascoltare la versione tratta dal suo secondo album, Pino Daniele, del 1979.
In effetti, preferisco le versioni che si trovano nei dischi originariamente registrati in studio, ma per le regole di questo giochino non potevo inserire Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà, Vai mo', Bella 'mbriana e Musicante in un unico post.

25 aprile 2018

Buon 25 aprile!

Sto per andare in Bovisa, in giro in bici con l'ANPI a omaggiare e ricordare i partigiani caduti.
Oggi più che mai: ora e sempre Resistenza.
Se ci tieni ai diritti civili, che oramai diamo per scontati, ricorda e resisti anche tu. Possibilmente, producendo gioia.

31 marzo 2018

Regalarsi bellezza

Almeno di tanto in tanto, occorre una dose di bellezza gratuita.

È questo il succo di quel che ho cercato di trasmettere ai ragazzi di quarta qualche giorno fa al CIOFS. Era il 21 marzo e ho detto loro: Oggi è la giornata internazionale della poesia e ritengo giusto ritagliarci del tempo per qualcosa di bello. Vi farò una lezione diversa, sulla quale non interrogherò. Potete scrivere, se volete, ma non è obbligatorio. E ho parlato loro del sonetto, per sommi capi, descrivendo la differenza tra lo schema tipico del dolce stil novo e quello elisabettiano, per arrivare a William Shakespeare e presentarne il numero diciotto, come già avevo fatto in altre classi in anni passati. Questa volta però è stato meglio: mi hanno davvero fatto un regalo rimanendo attenti e concentrati per tutta l'ora e ponendo qualche domanda alla fine. Dopo la lettura, le spiegazioni e la traduzione, abbiamo concluso con l'ascolto della versione musicata e interpretata da David Gilmour. Mi sono poi goduto la contentezza incredula dei colleghi e della direttrice al racconto di quanto successo ("Ma i nostri?!").

Frequentare la poesia, cosa che si fa troppo poco, che io stesso faccio troppo di rado, nutre l'anima e ravviva interiormente come una pioggia di primavera i colori. È più o meno la stessa cosa che succede le rare volte in cui mi concedo di assistere a un concerto di musica classica. Prima di andare è la pigrizia a prevalere, magari condita da un vago timore di annoiarsi, mentre alla fine si esce sempre arricchiti e più belli dentro. Forse anche fuori, perché lo splendore autentico che emana dalla parte migliore di noi stessi è capace di farci sfolgorare oltre ogni aspettativa.

Coerentemente, l'altro ieri mi sono regalato la giornata e approfittando dell'ingresso gratuito alla Pinacoteca di Brera in occasione della riapertura delle sale napoleoniche, sono rimasto a girare e a guardare capolavori per oltre quattro ore. Mi sono procurato un'audioguida, alternando così ove possibile ascolto e lettura per la presentazione delle opere e non esitando a sedermi di tanto in tanto. Me la sono presa comoda, non ho saltato nemmeno una sala, nemmeno un quadro ho trascurato. Non possiedo competenze adeguate per opinare sul nuovo allestimento, ma posso dire di avere gradito molto la visita e di avere apprezzato il risultato visibile dell'ottimo lavoro di restauro effettuato dai tecnici e dagli studiosi di Brera.

11 marzo 2018

Veniamo un po' da tutte le parti e da nessuna

"Las cosas solo son puras si uno las mira desde lejos. Es muy importante conocer nuestras raíces, saber de dónde venimos, conocer nuestra historia, pero al mismo tiempo, tan importante como saber de dónde somos es entender que todos, en el fondo, somos de ningún lado del todo y de todos lados un poco."
(Jorge Drexler)

Le cose sembrano pure solo se le si guarda da lontano. È importantissimo conoscere le nostre radici, sapere da dove veniamo, capire la nostra storia. Allo stesso tempo, però, importante quanto sapere da dove veniamo è capire che, in fondo, siamo tutti un po' di tutte le parti e di nessuna.

Queste parole le ho ascoltate in una conferenza* su TED intitolata Poetry, music and identity (Poesia, musica e identità), scoperta grazie a un link rilanciato su facebook a proposito di un brano (dal minuto 7:30) in cui questo musicista parla della milonga e delle sue origini, nell'ambito di un discorso più ampio e molto interessante sulla multiculturalità.

Pace e bene.

(* in spagnolo, ma nel sito trovi la trascizione anche in altre lingue)

08 marzo 2018

Un augurio ripetuto

Non ho fatto gli auguri ad alcuna delle donne che ho incontrato oggi.
A scuola, però, a quattro diverse classi di adolescenti, ho espresso il mio augurio e cioè che in futuro non debbano più essere necessarie giornate come questa.
Ho spiegato e rispiegato cose ovvie ma evidentemente non scontate: che la condizione femminile è tuttora critica, che le donne sono oggetto di discriminazioni sia a livello sociale (ho portato l'esempio degli stipendi iniqui per differenza di genere), sia a livello familiare (ho parlato delle incombenze domestiche), sia soprattutto a livello di mentalità diffusa.
A proposito di quest'ultimo punto, ho tracciato un collegamento tra i pregiudizi più o meno sottili, ma comunque piuttosto radicati, e comportamenti inaccettabili quali la possessività ossessiva e la violenza, che coincidono con l'incapacità di stabilire rapporti paritari, riconoscere e comprendere le differenze, cogliere l'opportunità di crescere insieme, nel confronto e nello scambio permanente.

25 febbraio 2018

Non solo tango

Ho ricominciato ad andare in piscina e ricomincio a bere rooibos, che è buono e fa bene.
Rientrare in acqua clorata è un po' come andare in bicicletta: ci si rimette a pedalare senza pensarci e bracciata dopo bracciata si torna subito all'obiettivo minimo di qualche anno fa, cioè, per me che sono di poche pretese, 30 vasche. Tu che nuoti per davvero, abbi un po' di comprensione: negli ultimi anni avevo nuotato solo al mare o al lago, e sempre per brevissimi tratti. Da notare che per la prima volta ho fruito della piscina Costa, vicino alla quale abito da quasi 11 anni. La solita storia della tana dell'orso.

L'ennesima dimostrazione che basta guardarsi intorno per trovare, perfino nelle immediate vicinanze, possibilità di iniziative interessanti e attività utili o piacevoli, economiche o addirittura gratuite, me la fornisce anche il Pertini, dove in questo periodo, un venerdì al mese, si tiene la rassegna di conferenze "Alla scoperta dell'universo", a cura del Gruppo Astrofili di Cinisello Balsamo.
L'altra sera ho seguito quella sul telescopio spaziale Hubble. Lo sguardo sull'universo profondo è anche un avvicinamento al mistero e alla bellezza di scoprirne ogni volta un altro pezzetto, ancora, senza mai saziarsi, ma con la capacità di goderne, spicchio dopo spicchio. Per me si tratta di un arricchimento simile a quello ottenuto ascoltando musica classica dal vivo, un piacere che mi concedo raramente, ma senza mai pentirmene.

E a proposito di musica, stasera sarà quella del tango ad accompagnarmi in una nuova serata di abbracci. In questo 2018 ho quasi sempre variato milonga: Tangoy, Treno (anche stasera), Spazio A (tre volte per Rosa Morena e una per Oltretango), Milonguita (due volte), Sio, Café Dominguez, Pensalobien, Circolo Grossoni, Mariposa. Mi ripromettevo di andare a ballare una volta alla settimana, ma sto gradevolmente superando la media.

17 febbraio 2018

Un po' più in là del naso

In onore del Capodanno cinese, segnalo Risciò, un sito in cui si possono ascoltare interessanti podcast "a spasso per la Cina".
Su sollecitazione di mia figlia Francesca, per esempio, ascolto la puntata "La Cina in Africa".
Anche solo per guardare un po' più in là del nostro naso.

16 febbraio 2018

Sì, tromba!

Gli assoli che preferisco sono quelli che delineano una melodia riconoscibile.

Tanto per capirci, tipo la chitarra di George Harrison in Something, oppure, per chi ci ha conosciuti da vicino, tipo la chitarra di Darko (assolo dal minuto 3:30 circa) in Rumbablu dei Pontebragas.

Per la tromba, l'esempio perfetto per me è l'assolo di Concerto for Cootie, pezzo che Duke Ellington scrisse dedicandolo al suo trombettista Charles Melvin "Cootie" Williams: il cantato che la tromba propone irresistibile intorno al minuto due della canzone provoca un piacere che si rinnova a ogni ascolto e che oltre l'ascolto rimane.

02 febbraio 2018

Siamo quasi tutti immigranti

Ho messo il pollice in su a questa definizione di "immigrant" su Urban Dictionary:

immigrant
What every inhabitant of the USA is, except the Native Americans.

A: Dude, I fuckin hate them immigrants!
B: Well whaddaya think your great great great grand father was?


Te la traduco qui:
immigrante
Ciò che è ogni abitante degli Stati Uniti, tranne i Nativi americani.

A: Oh, li odio quei cazzo di immigranti!
B: Be', cosa credi che fosse il tuo trisarcavolo?

27 gennaio 2018

Shabbat

Oggi non ho lavorato.

Nel primo pomeriggio sono andato al parco Nord in bici, l'ho posata e mi sono accostato e mescolato al corteo che si stava formando per andare a omaggiare il Monumento al Deportato e commemorare così la Giornata della Memoria.
C'era più gente di quanto mi aspettassi, dietro e accanto ai labari dei Comuni e delle associazioni della zona; parecchi con il fazzoletto dell'ANED; numerose le presenze legate all'ANPI; nutrita e attiva la rappresentanza di una scuola media di Sesto San Giovanni; inoltre, con sollievo ho registrato la partecipazione di giovani e di ragazzi, che voglio immaginare pronti a rilevare la staffetta di ciò che non va dimenticato, non solo alle commemorazioni, ma nel quotidiano vivere.

Nei discorsi ufficiali, quasi tutti hanno menzionato Liliana Segre, di recente nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le parole di questa grande sopravvissuta, così piena di energia e generosa nel condividerla mentre rinnova i dolori vissuti raccontando per l'ennesima volta la sua testimonianza, le ho ascoltate proprio l'altro giorno. È successo al CIOFS di Milano, una delle scuole professionali in cui insegno, perché abbiamo deciso che i ragazzi potessero seguire la diretta del suo incontro con oltre duemila studenti al Teatro degli Arcimboldi, tramite il live streaming disponibile dal sito del Corriere della Sera.

Del suo racconto mi hanno toccato particolarmente in profondità (o forse dovrei dire proprio in gola, dove si forma il groppo del pianto) i punti in cui parla del suo rapporto col padre. "Come lo guardi tuo padre, come guardi un padre che ti chiede scusa per averti messo al mondo?", dice con voce che rimane ferma nonostante l'evidente dolore incommensurabile, dolore raddoppiato dall'effetto specchio, dal rimbalzo delle coscienze e del sentire, dal massacro degli affetti più cari. Orrori senza un perché. La figlia tredicenne che vede il padre tornare pesto da un interrogatorio e lo abbraccia ("In quel momento, era lui mio figlio."), la figlia che tenta di apparire relativamente serena per non aggiungere angoscia. La donna che riguardando indietro si sente nonna di sé stessa, che prova tenerezza infinita per quella piccolina e i tormenti che ha dovuto attraversare. La narratrice che trancia in una sola breve frase la separazione più dolorosa della sua vita: "Non lo rividi mai più."

Cito a memoria, potrei sbagliare di qualche sillaba, ma non sbaglio nel consigliarti di ascoltare quella testimonianza. Al momento, purtroppo, il link non risulta fruibile, ma se ne hai voglia puoi sentire la sua voce, insieme ad altre voci, nello speciale podcast realizzato da Radio Popolare.

15 gennaio 2018

Doce docet

Per me, c'è sempre bisogno di musica. Ormai, da tempo, la fonte è internet: in pratica sono passato dall'hi-fi al wi-fi.

Svantaggio: la qualità del suono. Vantaggio: la disponibilità immediata e variegata.

Vantaggio: soddisfazione subitanea delle pulsioni all'ascolto. Svantaggio: non sentire più o quasi più degli album interi, a scapito di pezzi che non vengono subito in mente ma che varrebbe la pena riascoltare un po' più spesso.

Vantaggi: interazione e nuovi ascolti.

A cavallo tra vantaggi e svantaggi di cui sopra, la facilità di creare delle playlist, come ad esempio quella che su spotify (versione gratuita su web) ho chiamato "doce" (dolce, in napoletano).

06 gennaio 2018

Cammini

Un proposito è quello di camminare un po' di più.
Stasera lo farò con la musica, in milonga, ma dicevo proprio in generale: nel quotidiano ordinario, ricordando sempre che quattro passi sono meglio di niente; poi, almeno di tanto in tanto, in quello straordinario, con qualche passeggiata un po' più lunga e magari, presto o tardi, un cammino vero e proprio.

31 dicembre 2017

Olio buono

Giusto prima che iniziassero le vacanze di Natale, quelle scolastiche, una collega insegnante ci ha presentato i suoi oli. Sì, perché, ci ha spiegato, ha un'azienda agricola nella Sicilia natia: Le Sette Aje. Curioso, come sempre mi accade per una produzione artigianale o meglio ancora fatta in casa, ho accettato l'invito ad assaggiarli. Li ho apprezzati tutti e sei, dal più delicato al più saporito, gustandoli su pezzetti di pane. Accattivanti quanto i loro nomi (Accussì, Accuddì, Canaddunaschi, Àmmini, Ciàvuru, Cafisu), mi hanno lasciato la vivificante sensazione di aver provato qualcosa di molto buono. È stato bello lasciarsi guidare nella degustazione e soddisfacente riconoscere sapori e retrogusti prima ancora di ricevere le informazioni dettagliate.

L'olio buono è olio buono, ma è ancora meglio se lo prendi direttamente dal produttore. Anni fa, per esempio, ne avevo acquistato una latta on-line dal contadino svizzero in terra toscana, Ste, il blogger di Voglia di terra. Buono e delicato. Come lui, dunque.

Ora mi resta la curiosità di provare il Bellapietra, prodotto dalla mia ex compagna di scuola e collega traduttrice Valeria Leotta (alias ranafatata). In verità vorrei anche, prima o poi, riuscire ad accogliere l'invito di andarli a vedere da vicino, i suoi ulivi nei pressi di Sciacca (il mare già lo apprezzai) e magari assaggiare qualche ricettina delle sue (tipo gli spaghetti innominati, una caponata, la cuccìa). Olio buono e tanto bene.

Però si può far festa

Ma tranquilli, rilassatevi che non scade niente a mezzanotte, mica siamo venuti qui con una zucca e dei topolini, o no?

30 dicembre 2017

Il giardino delle radio

Mentre traduco, spesso ho bisogno di piccoli stacchi: in questo momento, per esempio, sto sentendo Jazz Radio Manouche da Lione, Francia.
Questo grazie a un fantastico link rilanciato da Antonio Sofi: l'aggeggino si chiama Radio Garden e permette di ascoltare qualsiasi radio presente sul web in giro per il mondo, semplicemente spostandosi intorno al globo con il mouse e facendo clic. Voci dal mondo in diretta, che meraviglia.

29 dicembre 2017

Riviva il blog!

C'è una ragazzina* di 11 anni che ha aperto un blog. Si chiama 50mila pagine e parla di fumetti.

Ci ho curiosato e subito m'è balzato all'occhio un post contenente Diario di una schiappa. Avevo conosciuto la serie nel 2011, quando ebbi l'onore e il piacere di fare da interprete al suo autore Jeff Kinney.

Mi sono messo a rimestare nell'archivio, sorprendendomi nello scoprire di non avere scritto alcun post al riguardo. Ho però trovato questi appunti in un messaggio e-mail del 21 aprile di quell'anno a un'amica:
La settimana scorsa ho fatto da interprete a Jeff Kinney, l'autore di Diary of a Wimpy Kid ("Diario di una Schiappa" nell'edizione italiana), che era a Milano per alcune interviste e per incontrare i suoi fan ed è stato molto divertente, oltre ad avermi soddisfatto professionalmente. Ho portato ai miei figli il suo libro con dedica personalizzata: Lorenzo l'ha divorato mentre era qui da me e ne abbiamo riso insieme, poi me lo sono letto anch'io, ora tocca a Francesca. In effetti le vicende, i personaggi e le battute di questo "racconto a vignette" funzionano sia per i piccoli, sia per i più grandi.

*Mila è figlia d'arte, dato che sua madre è stata una delle prime blogger italiane: la pizia (vedi anche Mondo Blog).

28 dicembre 2017

Sette più uno

Ah, che nomi avevano i contadini!
Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore.

Cognome: Cervi. Senza dimenticare Quarto Camurri, fucilato insieme a loro dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia.

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bonus: Gianni Rodari, Compagni fratelli Cervi

24 dicembre 2017

Nonostante tutto

Per le mie associazioni mentali, se mi dicono "Marina Petrillo", ripenso subito alla "Zucca di Cenerentola", trasmissione che negli anni '90 andava in onda su Radio Popolare il sabato sera sul presto, per fare compagnia a chi si stava preparando per uscire. Marchio di fabbrica era innanzitutto la sigla Bella Símamær di Björk, tratta dall'album quasi sconosciuto Gling-Gló.

In realtà, le doti e abilità di Marina non si limitano alla conduzione di trasmissioni musicali o d'intrattenimento: giornalista, comunicatrice, interprete, scrittrice... basta una googlata per farsene un'idea.

Questi concetti pubblicati sul suo blog Alaska:
Adesso sappiamo che avere a disposizione praticamente tutta l’informazione del mondo non ci rende più informati, né cittadini più responsabili, né esseri più empatici o realmente connessi. Anzi. Infantilizzare i formati per “raggiungere un pubblico più ampio” non fa che distribuire a più persone un’informazione in pillole che ha perduto tutti i suoi nutrienti, ma non crea affatto un maggior numero di persone informate. Ci sono passaggi dell’assorbimento dell’informazione che non si possono saltare, e sono personali, e lenti, non c’è niente da fare.
sono tratti da un articolo ricchissimo (Il Grande Rancore), che ho letto grazie alle parole filtrate da Mafe che me l'hanno posto all'attenzione.

Uno dei numerosi punti chiave è questo:
tornare a leggere dei libri, a giocare, a cucinare, ad ascoltare la musica – occupazioni che ti sembrano gratuite e autoindulgenti se pensi costantemente che il mondo sta andando a fuoco. A stare il più possibile con persone che fanno, che allevano, che costruiscono nonostante tutto.
È qualcosa che, per me, non rappresenta solo un modo di ricaricarsi, ma uno degli obiettivi stessi del fare e dell'impegnarsi. Se non per andare verso un tentativo di gioia, possibilmente gioia condivisa, perché darsi tanto da fare, perché sacrificarsi? Semplificando un po', ripenso ai partigiani, che non lottavano "per la lotta", ma perché tutti potessero tornare a vivere una vita che valesse la pena di essere vissuta.

Sarò un cuorcontento sempliciotto, ma per me un carburante imprescindibile è il senso di festa collettiva, gioiosità, voglia di vivere. Sempre, anche quando si "lotta".

Motivo di gratitudine

"Cominciate col fare ciò che è necessario" è la citazione (di San Francesco) che m'è capitata l'altra sera a tavola nel bigliettino che accompagnava una carinissima decorazione natalizia, distribuita a noi colleghi da Giorgio Floridi.
Un monito che mi pare utilissimo a tutti i livelli, da quello della quotidianità a quello dell'evoluzione personale, dalle questioni organizzative a quelle relazionali, dalle faccende domestiche alla crescita spirituale.
Il punto critico, magari, può essere legato alla definizione di cosa risulti "necessario", ma quale che sia la risposta, il fatto di essersi posti la domanda sarà dirimente e qualificante per le nostre azioni successive, che in un modo o nell'altro porteranno a un successo, grande o piccolo, foriero d'altri e altri ancora.

Parole di connessione

Quest'anno le lucine le ho messe su all'ultimo momento, ma la parola "lucine" mi ha fatto tornare in mente che anni fa avevo scritto in 20 minuti un pezzo per Gallizio perdendone poi le tracce. Ora, grazie alla Wayback Machine, l'ho recuperato e lo ricopio qui:
Ho riacceso le lucine.

Il periodo è di nuovo quello, l’eterna vigilia, ma le parole avevano iniziato il loro andirivieni un po’ prima, scivolando sul ghiaccio dei polder e dei canali di campagna, prendendo la rincorsa dalle terre basse per giungere fino a qui. Un “qui” doppio, visto che stavo con un piede in ciascuna staffa: di giorno in una casa, di notte in un’altra, da solo solissimo, ma per scelta.

Un commento inatteso, una risposta, altri commenti, e poi g-talk. Una membrana che si apre e inonda i pixel di caratteri che già sorridono, perché niente si cerca. Poi, se una svolta dev’essere individuata, ci fu un tragitto in cui le parole restarono sospese per i venti minuti necessari a raggiungere l’altro computer. In attesa della nuova connessione, però, la connessione si rafforzò in modo decisivo. Ti aspetto. Ti porto con me. Rieccomi. Rieccoci.

Senza ancora saperlo, di persona ci si era già avvinghiati quella sera. In carne e ossa fu questione di qualche settimana più in là, quando le lucine si riaccesero ovunque e senza bisogno di elettricità. Je maakt me blij, vlinderfee.

18 dicembre 2017

Libri, che vizio

Hanno chiesto qual è stato il libro dell'anno:
Chiara Balzani a Il libro sul comodino
Forse è il momento di fare il thread: "libro dell'anno 2017". Potete sceglierne uno, letto quest'anno ma non per forza uscito quest'anno. Via.
Ho risposto:
Se valgono anche i saggi: Kate Fox, Watching the English (spassoso e illuminante)
Per la narrativa, quello che sto rileggendo: Sara Gruen, Water for Elephants
Riguardo a quest'ultimo, riporto qui le brevissime recensioni che scrissi dopo averlo letto nel 2008:

- questa è su anobii:
Dennis was right to say that it is a great story. Strong, moving, true, it goes back and forth in time, between an elderly house and a train circus. Two distinct time sets, two different narrative lines, but one voice, able to speak of life and death, hard times and real friendship, hate and wrath, love and passion, in a way that does not fail in capturing the reader till the very last line. At least.
- questa è su Letture e riletture:
Forte, commovente, autentico. La narrazione si alterna tra due diversi scenari cronologici e ambientali: il circo degli anni '30, una casa di riposo dei nostri giorni. La voce però è unica e sa parlare di vita e di morte, tempi duri e amicizia vera, odio e ira, amore e passione, in un modo che non manca di catturare il lettore fino all'ultimissima riga, come minimo.

17 dicembre 2017

Il gelo e il palo

Ho dovuto sghiacciare il parabrezza per la prima volta l'altro ieri sera. Sono grato di potermene stare al calduccio. Sembra scontato, ma ogni volta mi vengono in mente i senzatetto e il freddo che si trovano costretti a patire.

Il freddo mi ha un po' bloccato con la bici, nel senso che siccome mi sentivo un po' così così e temevo addirittura l'influenza, per un paio di mattine ho rinunciato a pedalare verso il lavoro, rassegnandomi a usare l'auto. Poi ci ha pensato una gomma a terra, che ho fatto riparare solo ieri, a far rimanere la rossa al palo.

Al palo non sono rimasto a lungo con il tango: ho saltato una lezione con la Caju, ma abbiamo recuperato seguendo una pratica guidata la sera successiva; riguardo alle serate in milonga, se venerdì mi sono rintanato, sabato ho invece partecipato al "Night&Day Solidale" organizzato da Oltretango allo Spazio A. Ci siamo divertiti e il ricavato questa volta è stato devoluto all'associazione Wondy sono io.

14 dicembre 2017

Reti di memoria

A proposito di memoria, mi piace poter contare su qualche ausilio per richiamarla, aiutare a evocarla, ravvivarla.
Per quel che concerne la rete, ogni scritto e ancor più ogni interscambio di cui vada persa traccia mi pare motivo di rammarico. Talvolta non c'è nulla da fare, ma per fortuna esiste l'archivio di internet, dotato di una "macchina per tornare indietro". Mi riferisco al sito archive.org e alla sua Wayback Machine.
L'organizzazione non governativa Internet Archive, che se ne occupa, non ha scopo di lucro e si basa sul contributo volontario di chi voglia donare anche pochi spiccioli, come ho fatto io oggi. Mi hanno mandato la ricevuta, eccola:
Your Internet Archive receipt [#1318-9155]
Thanks for your $10 payment to Internet Archive.
$10 at Internet Archive
Giulio Pianese —
December 14, 2017 #1318-9155

13 dicembre 2017

Fermo mezzo giro

La notte più lunga, l'inverno, le lucine per esorcizzare il buio sempre più incombente, tutte quelle cose lì, e santalucia, quest'anno sono giunte per dirmi di rallentare, anzi di fermarmi un momento, di prendermi il tempo per recuperare. Con una sorta di minaccia d'influenza, oggi il mio organismo mi ha suggerito e poi imposto di mettermi un po' giù, di riposare e rimandare tutto quanto.
Ho ubbidito, confidando che poi piano piano si possa di nuovo procedere spediti, pronti a soddisfare la sete di luce, che sappiamo tornerà, tra pochi giorni, a essere sempre più abbondante, rosicchiando minuti di giorno in giorno all'alba e al tramonto.

12 dicembre 2017

Attualizzare la memoria

Se ci sono cose, intendo cose accadute anche al di fuori della nostra cerchia ristretta, da non dimenticare, una di queste è sicuramente la strage di piazza Fontana.

Se posso permettermi un suggerimento, una maniera di attualizzare il ricordo è sostenere l'informazione indipendente.
Ne conosco un esempio valido e interessante: si chiama Radio Popolare e proprio in questi giorni è in campagna abbonamento (abbonato io lo sono da diversi lustri, e me ne vanto).

Certe cose, dicevo, vanno ricordate:
Milano, ore 16.37 di venerdì 12 dicembre 1969: un ordigno, composto da sette chili di tritolo, esplode nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio è atroce: 17 morti e 88 feriti.
Anche attraverso la musica.

11 dicembre 2017

Sopraffusi ma non sopraffatti

Anche se c'è sempre un'altra lavatrice da far andare, un nuovo mucchio di vestiti da riporre, un'altra catasta di piatti da lavare, quel tot di lavori da svolgere e le solite o insolite commissioni da espletare, ricordati di non arrenderti mai all'apparente impossibilità di poter soddisfare o almeno inseguire la sete di conoscenza, sia essa sotto forma di lunghe letture o di piccole curiosità: datti sempre la pena di voler imparare, datti sempre l'opportunità di ascoltare e cogliere, qua e là, nuovi fiorellini di bellezza e inutilità.
Oggi, grazie a giarina (alias Francesca Ferrari, pittrice e blogger) c'è stata occasione di venire a sapere che cos'è la calabrosa (galabrusa in vernacolo parmense). E se ti par poco, hai il cuore coperto di gelicidio.

10 dicembre 2017

La neve e le feste

Uno spruzzino di bianco, decorativo. Qualcuno magari tirerà fuori le ormai mitiche nevicate dell'ottantacinque, con Milano davvero ammantata sotto una coltre spessa. A me invece tornano in mente un paio di nevicate legate a feste che avevamo organizzato noi amici.

Una un po' tardiva, che verso la fine degli anni settanta ci spiazzò l'11 febbraio a Seregno, quando, adolescenti, nell'intento di dare vita a una "compagnia", avevamo allestito il seminterrato di un caro amico, con tanto di luci colorate, divani e stereo, acconsentendo a suonare l'odiata musica disco pur di accontentare le ragazze che avevamo invitato. Riuscimmo comunque a mandarla in porto, ma ho ancora presente la sensazione di restare intrappolato fino a metà polpaccio ad ogni passo, nel tragitto verso il "nostro locale".

L'altra, nella prima metà degli anni ottanta, fu invece in dicembre. La festa era la prima organizzata da me e dal Paio in una discoteca, ai tempi della scuola interpreti. Una nevicata imprevista decimò le presenze, ma non riuscì ad annullare la festa, né a rovinarcela, anche se poi alla fine rincasammo coi piedi bagnati dopo una lunga camminata notturna in una Milano semibloccata.

09 dicembre 2017

Desde hace muchos años

Lo spagnolo cominciai a masticarlo da giovinetto in Inghilterra, perché un gruppo di messicani e alcuni iberici mi rispondevano in castigliano sebbene fossimo tutti lì per imparare la lingua d'Albione.
L'anno successivo, quello del Mundial vinto dall'Italia, arrivai in autostop fino in Spagna insieme al mio amico Massimo, e i miei corrispondenti spagnoli erano stupiti dal fatto che mi ricordassi un sacco di espressioni dall'anno precedente. Vocabolario e modi di dire si ampliarono un pochino anche quando, qualche anno più tardi, tornai a Barcellona (per la finale di Coppa dei Campioni del Milan) e a Formentera (in vacanza con Licia). In seguito, continuai ad ascoltare quanto mi capitava e a leggere di tanto in tanto (un po' di tutto, dai fumetti ai porno, dalle poesie ai romanzi) e nel tempo me la sono sempre cavata, acquisendo anche qualche conoscenza grammaticale, seppure non in modo sistematico.

Negli anni '90, utilizzai la lingua anche per scrivere un paio di canzoni, quando cantavo nei Pontebragas. Oggi ho voglia di ricordarle qui, anche se non le canto da tantissimissimo tempo:
- una è Flor Andaluza (cliccaci su se vuoi leggere testo e traduzione)
- l'altra è Vida de alquiler (clicca qui per testo e traduzione, clicca invece qui per ascoltarla).

08 dicembre 2017

Da divano

Molto, nel godersi le cose, dipende dalle aspettative. Se inizi a vedere un film senza pretese (tu, non il film) in un orario inconsueto, perché tutta la giornata sta procedendo a orari inconsueti, e se poi risulta gradevole e di un certo qual spessore (il film, non tu dopo il pasto), la soddisfazione è maggiore del previsto e comunque sufficiente ad avvolgerti del piacevole tepore proprio della gratificazione.
Così è stato per The Majestic, con Jim Carrey e, tra gli altri, un grande Martin Landau. Il tema di fondo (ignobile maccartismo) è analogo a quello di Guilty by Suspicion (uscito dieci anni prima per la regia di Irvin Winkler e con Robert De Niro), del quale non raggiunge certo la portata, ma al quale, per oggi e dal divano, l'ho preferito perché volevo una cosa un po' tranquilla, con tanto di lieto fine. Inoltre, il motivo della perdita di memoria e d'identità (come ne L'uomo senza passato di Kaurismaki), non può non affascinare.

07 dicembre 2017

Desco e dischi

Un altro privilegio è quello di pranzare a metà settimana con entrambi i figli. Un po' fatto in casa (verze e broccoli stufati, straccetti di tacchino marinati in olio soia curry e cumino), un po' dalle magiche mani degli Antichi Sapori (arancini come Trinacria comanda e poi qualche dolcino siculo), il pasto è stato come dovrebbe sempre essere: un momento conviviale reso bello dalle reciproche presenze. Né più, né meno. Condimento aggiuntivo: musica varia. E stasera, la "prima" di Francesca alla milonga del Treno.

06 dicembre 2017

Kozmic Janis

Trovo sia un bel privilegio poter selezionare e ascoltare quasi qualsiasi pezzo ti venga in mente. Stasera, mentre salivo le scale, è stata una canzone di Janis Joplin a tornarmi intorno. L'avevo risentita oggi alla radio e con una breve googlata ne ho individuato il titolo, che al momento non ricordavo. Tratta dall'unico album solista pubblicato mentre era ancora viva, ecco Kozmic Blues. Di Janis che la canta, fa impressione pensare com'era giovane e come, da un certo punto di vista, non sembra lo fosse. L'energia, come il testo, è un misto di forza e disperazione, convogliate attraverso l'arte in un'espressività coinvolgente e travolgente, ancora e sempre.

05 dicembre 2017

Nomea culpa

Con il freddo e poche ore di sonno, ogni restrizione calorica diviene difficile da praticare volontariamente. Onomastico, mastico troppo, ma domani è un altro giorno e dopo il dolce dormire anche il calduccio ravviverà l'estate della volontà, giusto?

04 dicembre 2017

G 8

A Padova, Giotto mi ha deliziato vista e gola.
La prima, con gli affreschi e i dipinti. La seconda, con il gelato tra due fette di panettone caldo.

Rivolgersi, rispettivamente, alla meravigliosa oltremisura Cappella degli Scrovegni (e ai musei civici annessi), e alla gelateria di via degli Eremitani, che propone anche la pasticceria realizzata nel laboratorio del carcere di Padova, ottima ed efficace base di partenza per la riabilitazione e il recupero dei detenuti.

Le modalità di svolgimento della visita, con l'ingresso contingentato che avviene solo dopo una sosta nella sala di compensazione, permettono di gustarla ancora meglio, perché si è indotti a prepararsi, vuoi seguendo i filmati proposti, vuoi accedendo alla sala multimediale per opportuni approfondimenti. Una volta ammessi all'interno, sapendo di avere non più di un quarto d'ora a disposizione, si rimane concentrati e assorti, pienamente intenti all'ammirazione.

In verità, sono stato goloso anche con la vista.

03 dicembre 2017

Concentrazione

Vai in cortile e raccogli una foglia da terra; torna in classe, poggiala sul banco, osservala e scrivi cinque pensierini.
Più o meno con queste parole la mia amica Laura ricordava i tempi della scuola in bianco e nero, quella dei grembiuli e della maestra unica, con classi numerose di bimbi rispettosi e attenti.

Di questo compito semplice riconosco la modalità e apprezzo la qualità didattica diretta e indiretta: si induceva ciascun allievo a produrre quel che poteva rientrare nelle sue capacità e nello stesso tempo lo si obbligava a concentrarsi su un particolare e a spremerne più di quanto non potesse immaginare prima di provarci.

Una sorta di educazione alla densità attraverso piccoli passi compiuti tra minuzie immediatamente raggiungibili e disponibili. Quotidianamente, ogni piccola consistenza arricchiva il bagaglio di un'entità ponderale. Giorno dopo giorno, di densità in densità, d'intensità si arricchiva, imparando quasi senza accorgersene ad apprezzare la ricchezza intensa di tutto ciò che la semplicità avrebbe poi saputo recare in dono.

02 dicembre 2017

Meglio se uno a venticinquemila

Da sempre, messo davanti a una cartina geografica, mi c'incanto. La percorro con lo sguardo e la mente, la esploro, mi ci sposto, la riguardo e vi indugio, ne voglio sapere di più, la voglio capire, afferrare, comprendere in un abbraccio mentale, penetrare attraverso gli itinerari più diversi, perlustrare ricorrendola nei sensi più vaghi e vari, in un misto tra astrazione e aspirazione alla realtà cangiante del viaggio.

Alla fine poi non viaggio molto, ma le volte in cui riesco a farlo, mi piace sfruttare ogni opportunità di perdermi per ritrovarmi, tangendo rotte inusitate, deviando da quella principale per godere di soste e poste aggiuntive a quanto previsto inizialmente.
Bada: lo si può fare anche nella propria città. E per quanto abbracciare lo spazio evochi una messinscena, per quanto illusoria sia la potenza di quell'abbraccio, illusione più o meno pari a quella di potervi comprendere il tempo, la sensazione che ci si regalerà merita ogni slancio.

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bonus: la pagina Fappatori di mappe su frenf.it; le mappe di Reddit, ovvero MapPorn

01 dicembre 2017

Nel palazzo incantato

... e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi.
(Orlando Furioso, XII, 12)

Così l'Ariosto, e sembra che parli di noi quando ci colleghiamo, chessò, a facebook. Stiamo lì cinque minuti e scopriamo che è passata un'ora: ci mangiamo il tempo e ce ne facciamo mangiare, troppo spesso senza costrutto. Scorriamo su e giù e qua e là pagine e link e like e post e profili e filmati e canzoni, ma in cerca d'altro, in realtà, in cerca d'altro: perciò quel che troviamo ci lascia insoddisfatti e indugianti.

Incappiamo talvolta in qualcosa di bello e interessante, ma a quel punto il difficile è decidere di dedicarvi il tempo necessario, quasi sempre più di quanto siamo disposti a impegnarne, quasi sempre più di quanto crediamo di averne a disposizione. Sì, perché se manca il qui e ora, il tempo fugge e ci sfugge come non mai: solo laddove ce lo prendiamo, insieme al coraggio di volerne perdere un po', quello si adagia e si schiude, ricoprendoci di minuti con l'aprirsi dei suoi infiniti petali. Ciascuno di essi sarà leggibile tramite il sentire, con la dovuta calma, sedimentando percezioni al ritmo del respiro, e a quel ritmo s'assaporerà un momento voluto e davvero goduto.

17 novembre 2017

Pedala forza vai

Vale sempre la pena far aggiustare la bici, quella quasi gloriosa carretta rossa che mi permette di infilarmi tra il traffico anticipando i pesanti e puzzolenti quattroruote (li chiamo così quegli animaloni brutti solo quando non sono io a usarli) e di arrivare a destinazione un po' sudato ma con un senso di tonicità e qualche grado di soddisfazione.
Vale la pena gelarsi le mani perché non si trovano i guanti al mattino, vale la pena asciugarsi il naso al semaforo, vale faticare un po' per procedere spedito anche nelle rare salite. Vale ancora di più andarsele a cercare, quelle salite, attraversando il parco per tornare a Cinisello dalla Bovisa dopo un pranzo troppo lauto e con tanto sapore affettivo.
Vale tantissimo godersi le immagini attraverso il parco, con lo specchio del laghetto di Niguarda colorato dai riflessi degli alberi, bellimbusti che esibiscono spettacolari chiome provvisorie. Chiome simili si moltiplicano procedendo oltre e abbracciano lo sguardo assommandosi in foresta fatata che chiama a farsi esplorare.
Va, va, ma nel frattempo il buio si fa strada, il buio ti sorprende e a nulla valgono le lucine del Decathlon se le hai lasciate a casa sul comodino antiquato vicino all'ingresso. Una bianca una rossa, capaci di lampeggiare o di fissarti e di farsi notare comunque fino a 300 m, nientedimeno. Vai, vai, che sembra che arrivano i pompieri, diceva Gino il ciclista l'altra sera, dopo avermi raddrizzato la ruota: abilità che in questo caso vale più di un congiuntivo.

28 ottobre 2017

Ora e ancora

Il CD World Without Tears di Lucinda Williams me l'aveva regalato Wes, un americano che accompagnavo dai suoi clienti italiani facendogli da interprete. Se voglio ascoltarlo, però, mi tocca ricorrere a YouTube, perché il supporto fisico l'ho perso; evento per me più unico che raro, questo, nel caso di dischi, CD o anche cassette.

Tra i pezzi in elenco, quello che mi catturò fin da subito è il primo: Fruits of My Labor, sicuramente per la generosa dose di dolciastra malinconia che lo avvolge e che si porge all'orecchio amante di quegli unici momenti, all'animo vagante dai perduti struggimenti.

Ora, mentre lo ascolto e riascolto masticandone il testo, lascio che il lenzuolo del tempo svolazzi schiaffeggiando l'aria più o meno limpida degli spazi ampi, sentendomene lambire con levità, con levità. Lieve il sorriso, dolce lieve giunge una notte che sa di luna con un'aura che sa d'aurora, lattescente notte che sa già di alba, ora dopo ora e per un'ora ancora.

21 ottobre 2017

Euforica pienezza

A raccontarti una cosa di quando non c'eri mi sembrerebbe di farti ascoltare una cover dei Nouvelle Vague, quelli capaci di appiattire qualsiasi bella canzone capiti loro sotto gli spartiti.
Metti che nel racconto ci siano i tempi giusti: comunque mancherà lo spessore; magari c'è la storia, ma sciapidiscono i sentori; oppure ci sono le sensazioni, però mancano i riferimenti condivisi. Tante tante tante volte la condivisione non è facile, in taluni casi nemmeno ipotizzabile.

Eppure esistono e si verificano preziosi contatti umani con chi sa (quasi) esattamente quel che abbiamo provato e come lo abbiamo provato. Meglio ancora, ma lì si arriva al sublime, con chi riesce a leggere oltre, a leggerci oltre, più di quanto saremmo mai riusciti a fare da soli.
Lì si raggiunge un livello di crescita interiore, non necessariamente un'evoluzione, ma di sicuro una stupefacente dose di piacere e riappropriazione, con la capacità di andare a occupare i nostri interstizi nascosti, le nostre cavità emozionali meno frequentate, le parti a lungo trascurate del nostro immenso piccolo essere.

A metà strada, un intrico di scorciatoie ci facilita le cose: il compimento di percorsi in compagnia, la pratica comune di discipline o divertimenti, la compartecipazione ad attività, l'espressione di passioni, il fare insieme, l'essere per davvero.
Essere e fare vanno bene insieme, così come ascoltarsi l'originale.

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bonus: Blister in the sun, Violent Femmes (1982)

08 ottobre 2017

Domande da blogger a blogger

Maximiliano Bianchi (Strelnik) chiede:
Blogger della vecchia guardia (2002-03) cosa volete? Di che cosa vi fate? Dov'è la vostra pena? Quale è il vostro problema? Perché vi batte il cuore?
Rispondo di getto:
1) armonia e intensità.
2) di tango.
3) nei limiti della capienza del vivere e nelle distanze spaziotemporali degli affetti.
4) sanare il conflitto tra pulsioni ludico-epicuree e necessità economiche.
5) perché ho il sangue caldo e sorridente.

[qui le risposte degli altri]


a cura di Giulio Pianese

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