19 giugno 2011

Al parco, al parco!

Oggi ho risposto al richiamo della giornata che urla di azzurro e sole e sono tornato a corricchiare al parco Nord dopo oltre un anno.
Così, come se tutto fosse.

--
Bonus musicale: Everybody's Gotta Learn Sometime interpetata da Beck, canzone ipnotica da un film la cui parola chiave per me è "intimità".

16 giugno 2011

Kiss

Leggo del tempo e delle attese, leggo del pensiero nel respiro, riascolto rasentando il pericolo del cuore sullo strapiombo, mi si apre la bocca, esce la nota, forte, un po' rauca ma deve uscire, deve riaprirsi tutto l'ansimare dopo il troppo annegarsi, e pazienza se insieme alla determinazione escono da sole le lacrime, sono lacrime di perdono, di superamento dell'angoscia, soprattutto di quella ricusata, ed è a quel punto che mi viene in mente che oggi è un anno, un anno dallo stop delle radioterapie, un anno dal sollievo, ma non dall'abbandono del dolore, quello fisico del napalm in gola, quello più intimo e legato al desiderio e ai sogni infranti, non meno devastante seppur prolungato fino all'agonia, comunque non importa l'anniversario, importa quel che sa fare la musica, come sappia sempre scardinare tutto quanto, anche le difese che non si credeva di avere allestito, le armature che si vedono più facilmente osservando gli altri che non sé stessi, la musica che è magica e terribile e dolce e tremenda, la musica che vuole e deve risuonare dentro e fuori e anche a metà strada tra noi e gli altri, la musica che è vibrazione vitale anche quando ti scaraventa in aria senza essere lì a riprenderti quando cadrai, la musica che voglio riabbracciare, presto o anche non presto, per come sarò o non sarò capace, perché ricominci a colorarmi l'anima dei toni iridescenti che tanto mi piacciono, affinché l'incanto parta da dentro ancor prima che dalle meraviglie donate dagli inesauribili incontri del vivere.

10 giugno 2011

Tra pelle e spirito

Sonno, non ti ruberò campo per scrivere, lascerò sia tu a masterizzarmi il verbo di quel che non s'afferra. Corpo, comprimerò di schianto il tempo o carezzevolmente a compiacerti e accontentarti, e in notte di librato volo ti raggiungerò.

L'anima è di carne, in note di terreno ardire scandisce già l'attacco di un tacer che sa di sogno lucido. Un regno da scoprire, s'irradia un bel pulsare dal sé. Ammicca e poi svapora all'appello dell'esistere, puf. Ha il segno del tuo dire, nel muto temporale tra un trepidar di palpebre e un suo respiro, clic.

Dormo, ritroverò il tuo sonno, di remiganti sillabe tarpate. Voce risponderà allo sguardo mentre al vegliarti rivedrò il mio volto. Allora saprò del tuo e del mio sopore, oltre ogni tempo la bramosia di riallacciarci in tutti e sette i sensi.

18 maggio 2011

Vai

Guideresti, ora, o ti pensi a farlo, lungo un'autostrada con un clima soleggiato ma non troppo caldo, con una radio accesa su musica gradevole ma non tua, con intorno paesaggi non abituali ma nemmeno ignoti, le mani su un volante ubbidiente, la leva del cambio docile e poi abbandonata, un motore onesto e agile di un'auto noleggiata, dimentico delle pesantezze eppure consapevole di un semigusto che abbevera ogni respiro, di un semisorriso che condiscende a quasi ogni sguardo, di un pensiero latente che prova a riesumare quanto hai sepolto in giardino: la dinamite dei sentimenti vissuti a metà.
Vai e vai e vai, guardi bevi mangiucchi, vai, scivolando sull'essere, vai, vai, vai, ascolti e lasci vagare il sé a sospendere il fare, vai e non sai, non sai quando né se ti fermerai, vai e intanto dolce lieve giunge un'autocarezza indulgente, un incoraggiamento dell'anima a far ricircolare linfa e calore, un sussurro dal vento tra i prati a rammentarti che il cuore saprà dischiudere i suoi petali ad altri aneliti e forse, un giorno, a ciascun istante del vivere.

02 maggio 2011

Uno di questi giorni

Cosa si può dire alle persone care di un'intera vita, lontane nel tempo o nello spazio? Così scrivevo ascoltando One Of These Days di Neil Young poco più di un anno fa. Riascolto il pezzo e le parole, mi tocca e lo capisco perché so che non ci si perde, anche quando sembra che. Lo so per esperienza, e sebbene poi i successivi distacchi non siano meno dolorosi, anzi, insisto ad affermare che è bello, è umano, è meglio rimanere collegati tramite fili invisibili, elettrodi dell'anima che quando si tendono danno strappi in mezzo al torace, vicino al cuore, ma che quando trasmettono danno energia a tutto l'essere.

Il testo lo trovi qui e dice più o meno così:

Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti gli amici che ho conosciuto e proverò a ringraziarli tutti per i bei momenti passati insieme, anche se siamo cresciuti così distanti.
Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti i buoni amici che ho conosciuto, uno di questi giorni, e non ci vorrà molto.
Ringrazierò quel vecchio violinista country e tutti quei ragazzotti rudi che suonano rock and roll. Non ho mai cercato di bruciare ponti, anche se so di aver trascurato alcune cose buone.
Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti i buoni amici che ho conosciuto, uno di questi giorni, e non ci vorrà molto.
Da Los Angeles fino a Nashville, da New York alla mia prateria canadese, i miei amici sono sparsi qua e là come foglie di un vecchio acero. Alcuni sono deboli, altri forti.
Uno di questi giorni mi siederò a scrivere una lunga lettera a tutti i buoni amici che ho conosciuto, uno di questi giorni, e non ci vorrà molto.

28 aprile 2011

Come siamo Messi?

Da circa un decennio seguo il calcio solo saltuariamente, cosa che provoca tuttora sconcerto in chi mi conosceva prima, quando ero tifoso accanito.

Ciò detto, vi sono gioielli degni di ammirazione anche da parte degli agnostici ed è bene sottolineare comportamenti che rendono onore alla lealtà sportiva: nel filmato che s'intitola "Messi non si tuffa mai" si vede come il piccolo grande Lionel sdegni la possibilità di farsi fischiare sacrosanti falli a favore, cercando di continuare l'azione in qualsiasi condizione.

--
Tra l'altro, ieri sera ha segnato un gol strepitoso, come già sottolineava lucah.

24 aprile 2011

Attraverso

Risorgere si risorge, certo, come è certo che i buchi lasciati dai chiodi continuano a vedersi e si vedono perché ci sono, perché rimangono. Non crucciartene: nonostante tutto, lo sai, è meglio, molto meglio così che non cancellare tutto appiattendo la fisarmonica dei ricordi.

Dove inizi o finisca un uovo non è dato saperlo (le risposte "culo" e "bocca" non valgono), è un'altra versione dell'ouroboros, ma intuisci che se l'eterno ritorno esiste, la ciclicità ha luogo su una spirale e non su un cerchio, per cui ogni passaggio non sarà, non potrà mai essere identico al precedente. E meno male, altrimenti dimmi tu che sfizio ci sarebbe.

Mentre ti senti e sei padre e figlio con lo spirito giusto, lascia scorrere il laser sul disco fino alle tracce invisibili, è lì che troverai le sorprese pasquali.
Che le acque si aprano a permettere un buon passaggio oggi, che un mare rosso di fazzoletti al collo si richiuda sulle malvagità domani, per dar vita a nuovi respiri fino a innescare caldi sorrisi. Buona Pasqua e buon 25 aprile.

--
Gli Easter egg li trovi, per esempio, nei DVD per l'intrattenimento domestico.
L'ouroboros (detto anche: uroboro, oroborus, uroboros o uroborus) era menzionato in un romanzo di Vázquez Montalbán.
Bonus musicale: Paul Weller, You Do Something To Me

08 aprile 2011

La vita mi piace un mondo

Insieme alla tessera del cineforum mi avevano dato un libricino di presentazioni, che leggo sempre dopo aver visto il film. Stamane ho avuto la bella sorpresa di vedervi citato un post di Elena Chesta a proposito di Julia Child, alla quale sul grande schermo dà vita l'immensa Meryl Streep.
Sarà un po' infantile, ma è stato bello l'effetto di veder proiettato nel quotidiano vivere uno spicchio di vita sul web (ché il mondo delle reti relazionali come lo intendiamo qui, dicemmo e ribadiamo, non è virtuale -- e questo non è plurale maiestatico, ma sentire condiviso).

Sull'onda del sorriso scivola il ricordo e riemerge un aneddoto: un paio d'anni fa un mio amico e vecchio compagno di palco, preparando il suo matrimonio, chiese al suo attuale cantante di consigliargli un dj da ingaggiare per la festa. Lui gli indicò un certo Manlio e cercando conforto al parere rovistò su internet per qualche notizia, trovò una recensione e gliela spedì via mail. Era un mio vecchio post e la sera in cui ci presentarono ci ridemmo su tutti insieme, brindando alle coincidenze, ai cerchi, alle cerchie, ai cerchioni, e naturalmente al rock!
Il fatto è che il mondo è piccolo e la rete è grande.

A quel matrimonio, poi, fui casualmente catalizzatore di una specie di carrambata, presentando mio fratello a Elena Petulia: momenti di commossa ilarità quando venne fuori che Beppe e il padre di lei si conoscevano bene...
Gli è che il frantumarsi dei gradi di separazione mi diverte e mi fa gioire, quasi fosse una proiezione di quei lacci bianchi illuminati.

--
...finché mi risucchia una galassia a spirale dritto dritto nel dna dell'universo e risbucherò fuori nel mattino del tunnel blu senza ricordare nulla tranne una fragranza di buono e bello e uno sventolio di lacci bianchi a collegare il sempreora e il tuttovoglio con un bacio dal cuore del sole di notte, attraverso l’inverno a dar calore al nuovo chiarore.

04 aprile 2011

Oggi e sempre

Non c'è foto che tenga, figlio mio. Non c'è macchina da immagini abbastanza capiente, non grandangolo sufficientemente ampio, non esiste diaframma tanto sagace né obiettivo davvero capace di catturare tutto quel che smuovi tu e che il grandanimo effonde guardagodendoti nel naturale essere.
Il cielo, il caldo, la campagna a cinque passi dal solito ristare, una passeggiata tante volte esperita e sempre diversa, stavolta di più perché, ci rendiamo conto dai colori, per la prima volta è in primavera. Si dice che il mare sia blu e invece ne conosciamo le innumerevoli sfumature: lo stesso è per il verde del prato, lo vedi, lo vediamo. Poi, poco prima di dov'era quella volta il riccio, ecco i fiori viola delle ortiche, ben frequentati da bombi golosi. L'aratura marrone del granturco e poi di nuovo l'erba, morbida, giustaccogliente per sdraiarsi in un po' d'oblio.
Una fioritura bianca da andare a veder da vicino, nuovo spettacolo in ogni singolo fiore, rami da accarezzare, boccioli da incoraggiare e la magia del guardarli da sotto in su, spillone emotivo a trafiggere in unica estasi cuore occhio e cielo. La condivisione raddoppia il piacere, ne conveniamo. E poi ti vedo partire di corsa e tuffarti nell'erbetta alta, e percepisco l'enormità di un lievitare, dietro lo sterno e fino in gola, da cuorpompante che parola non cattura, per la felicità dell'essere, effimera ed eterna per ciascun istante. Non ho di che fissare in oggetto quel momento, ma non c'è foto che tenga, figlio mio, gioia grande. Sii.

01 aprile 2011

29 marzo 2011

Bestiaccia

Quelle d'idee sono associazioni a delinquere.
Cala la palpebra, vado a sciacquar la faccia, poi esco sul balcone dove mi trovo sempre a metà del cielo, di qua l'azzurro di là le nubi, che oggi sembrano voler seguire l'arco del sole per fargli da alabastro.
Ma cos'è 'sta sonnolenza, cos'è questo languore, sarà l'età o la primavera, sto per chiedermi, quando mi ricordo della maledetta zanzara che alle 4.55 m'ha svegliato per sempre, riaddormicchiarmi non vale come vero riposo, specialmente se il naso chiuso da presumibile allergia al cloro impedisce una soave respirazione. E va be', insomma, cosa vuoi che sia una zanzara, dove può portarti una luce accesa nel cuor del buio per darle la caccia... è che le associazioni d'idee son malandrine e insinuano lo struggimento dove la stanchezza lascia varchi.
Dunque non resta che scoprire un pezzo da ascoltare e lasciare che il pensiero vaghi attorno a formule di desiderio, tipo questa, magari: "Fammi fermare il tempo, fammi andare avanti e indietro nel tempo, a piacimento. Fammi fermare dove mi è piaciuto stare. Fammi restare lì per sempre. Per sempre."
Che poi so già che non accetterei, che vivere voglio vivere davvero, voglio, e per vivere davvero si va avanti e fino in fondo, si va, però... ma è tutta colpa delle associazioni d'idee, maledetta zanzara, e di un letto semivuoto.

--
Ribadisco anche qui l'attribuzione precisando che la formula presa a prestito è di Flounder.

25 marzo 2011

Bi-sogno

La voce deve riposare, l'orecchio no. Voglio musica, quella delle note e quella delle voci, quella dei sorrisi e delle domande, dei racconti e dei respiri. Ubriaco di sonno per le ore mancate, ebbro di acquazzoni salati per le vite svaporate, cerco carezze nell'aria e sono fatte di parole. O di ricordi. Parole e silenzi, lontananze e assenze. Scambi che colmano gli istanti e scolorano poi nello straniamento. Strani intrecci e pulsanti emozioni. Numeri e dadi. Lanci condivisi, slanci frustrati. Inchiostri di condizionali e di futuri negati, mancanze liquide capaci di riempirti fino all'implosione, tracciati geroglifici sul palmo di una mano. Il sentire passa dai polpastrelli, l'elettricità si avrà al contatto e solo allora la malinconia saprà farsi accarezzare via, almeno per un po', almeno per un po'. Devo appassionarmi di me. Universo, fammi le fusa, non sarà uno spreco.

--
Bonus: Carlos Gardel, El día que me quieras

23 marzo 2011

Di lei ci vivrei

Ieri era la giornata dell'acqua, ma voglio parlare dell'aria.
Di nuovo è il tempo in cui stendere il bucato fuori è non solo efficace, ma gradevole: affidi i panni all'aria e l'apertura sua te li profuma. La brezza soffia lieve, ma scompiglia e pare ebbrezza, strafatta di cromie che adescano la pelle. Seppure spalancato, l'occhio coglie l'invisibile e con respiro grato dice "vivo", ché è bene ricordarselo di quando in quando.
Di quando in quando è bene ricordarsi di quel che c'è e si dà per scontato. L'aria te lo insegna: magari non la calcoli, poi annaspi alla prima apnea. In verità, da queste parti, geopoliticamente parlando, s'annaspa tutto l'anno: la città e il suo hinterland sono fatti per la venerazione delle automobili, mai messe in discussione a favore dei portatori di polmoni.
Polmoni cercansi: polmoni rosa per scambi aerei senza bombardamenti, polmoni verdi per cittadini verdi di bile al semaforo rosso, polmoni d'acciaio per spasimanti dispnoici, polmoni pulsanti d'alacrità, polmoni allargati per chi agli spasmi caotici del quotidiano andirivieni fa ciao con la manina, almeno ogni tanto, per abbracciare il vento fino a scarmigliarsi il vivere.

--
Bonus musicale: Strade parallele (Aria siciliana) - Giuni Russo e Franco Battiato

P.S.: dell'acqua ha parlato ieri in tutti i sensi Mitì, cui oggi vanno gli auguri di buon compleblog.

22 marzo 2011

Turzo

Ieri ho fatto cinquantaquattro vasche. 54 per me non è un numero qualsiasi: invariabilmente nel pensiero mi si associa al cavolfiore e al suo torsolo.
Bisogna sapere che in casa mia si è sempre parlato a numeri, quelli della smorfia, o cabala napoletana, giacché nei numeri del lotto era il mestiere di mio padre e di entrambi i suoi genitori. Già ho detto di mio nonno e della sacralità che per me da bambino rivestivano le estrazioni del lotto. Quello che forse non ho mai scritto è che per me e i miei fratelli è sempre stato normale sentirsi chiedere dove fosse il 50 (pane) al momento di mettersi a tavola, chi avesse voglia di preparare il 34 (caffè) o se avessimo abbastanza 46 (soldi) in tasca prima di uscire. Il significato era per tutti quanti talmente ovvio che in caso di corrispondenze con termini sconvenienti, il numero veniva pronunciato a bassa voce o comunque in modo più discreto: era il caso del 18 (gabinetto) o dei vari riferimenti erotici: 6 e 29 (organi genitali femminili e maschili), 16 (il posteriore), 28 (le zizze).
Tornando al 54, mio nonno lo usava nella particolare accezione del "turzo 'e cavoliciore", che denota non troppo sgarbatamente una persona fessacchiotta. In effetti un po' fesso lo sono, però, come il cavolfiore, cotto son buono, assaggiami: ho un cuorcontento grato alla vita, gratinato d'amore è la morte mia.

--
Altri numeri smorfiati in questo blog: 12, 21, (42), 47-72-90, 2209.

21 marzo 2011

Che ci giunga

Da giorni cielo e sole ne proclamavano l'imminente rifiorire.
Primavera, stagione caricata a molla, pazza come marzo, incoraggiante come aprile, dolce come maggio. Scaturisce all'essere e sboccia, carica di novità inquietanti o spiazzanti, pregna di frizzanti meraviglie strane o incredibili, traccia fili in aria e si dipinge in acquerelli dalle imprevedibili cromie, straniandoti risboccia in densità colorate di magie.
Mentre il mondo incongruente rimbomba di orrori e pianti sfiguranti, la natura riesplode impetuosa ed è un carrarmato è un tornado è un'onda è una forza raggiante e mortale con la fretta di rivivere. Tu guardi al mondo e t'ingiostri, il globo puntino rotante che pulsa di affanni, il cosmico ritmo atrioventricolare che pompa ricordi dal futuro, negli occhi una nube di mistero toglie il tempo dal respiro e ti perdi girando nel vuoto del blu.
Eppure. Fai l'occhiolino a una luna bucaniera che immette argento squarcianubi con potente ardire. Quel mondo, lo stesso mondo si lascia guardare fin dietro i colori rivelavita e la scena si fa ricca di doni, lo sguardo vi ambisce e s'incanta, a lungo. Molti sono gli scrigni di bellezza e preziosità, qualcuno irresistibile. Bello che esistano, sebbene talvolta sia assai arduo imparare ad accontentarsi di ammirarli da lontano, come si fa con l'arcobaleno, creatura di luce capace di unire in un bacio il cielo e la terra.
Buona iridescente giornata.

28 febbraio 2011

Quello che non ho

Non è che non lo si possa fare, ma è inutile cercare quel che non c'è. O cercarlo dove non c'è.
Così è per il proverbiale "midi à quatorze heures" ("Non cercate il mezzogiorno alle due!", tale sarebbe risuonato in una resa letterale l'ammonimento che Madame Ponsy ci rivolgeva nel secolo scorso durante le lezioni di traduzione). Così è, pure, per un ventinove febbraio in un anno non bisestile. Così è, purtroppo, per i fili che pur aleggiando ancora in qualche dimensione sottile faticano a trovare o ritrovare gustosa consistenza nel mondo della comunicazione terrena.
Per questo tra poco si passerà direttamente al primo marzo, per questo l'orologio non tornerà indietro, per questo il sorriso punterà a ricentrarsi sul qui e ora. Ben sapendo, tuttavia, che un anno bisestile prima o poi torna, che ai fusi orari anticipati si può anche andare incontro e che il "qui e ora", se lo si vuol portar con sé, può stare anche in uno zainetto arancione.

--
Nota: dato che in rete c'è chi finisce anche qui cercando di capire come si traducano determinate espressioni, diciamo chiaramente che "chercher midi à quatorze heures" significa "complicarsi l'esistenza".

13 febbraio 2011

Quando gli occhi chiedono

Un film è davvero bello quando alla seconda visione risulta addirittura migliore. Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella, opera di notevole levatura per temi e trattazione, lo è.

Il tentativo di scrittura con cui si apre raddoppia per un momento il velo del fittizio dinanzi agli occhi dello spettatore, che non sa se un secondo schermo si frapponga tra fruizione e narrazione. Quando poi il racconto retrospettivo si rivela reale, dispiega un secondo intreccio di eventi e di emozioni: come in un'ouverture operistica, i temi si propongono subito tutti quanti, in una ricchezza sospesa.

Un caso archiviato, la volontà di ripescarlo dalla memoria e di riesumarne protagonisti e vittime, anche collaterali; un fastello di ricordi misti al rimpianto di un mancato vivere; una doppia vicenda che alternando i piani temporali si dipana a nuovi sviluppi. Sullo sfondo, la percezione di un'Argentina alla vigilia di orrende prevaricazioni. Il golpe, viscidume stramaledetto, strisciava già da prima e teneva ghermito il senso del giusto e il respiro dei giusti: contraltare pubblico, politico, della bellezza brutalizzata.

Gli attori sono bravi e ben diretti, ruoli secondari compresi. Tra di essi, quello di Pablo Sandoval, sottoposto del viceispettore Benjamín Esposito, rappresenta il personaggio chiave per le dinamiche del film. Detta i tempi comici, ha le intuizioni giuste per smuovere le acque dell'indagine, dice come stanno le cose anche sul piano privato, pronuncia il fondamentale discorso sulle passioni. Alcolista pervicace, impenitente, disadattato, nella sua innocente consapevolezza regala spunti quasi farseschi, ma lo si immagina capace d'eroismo tragico.

Titolo del romanzo ispiratore è La pregunta de sus ojos, letteralmente: la domanda dei suoi occhi. A saperli leggere, gli occhi, insieme agli sguardi che convogliano, danno la risposta, che solo il timore impedisce al protagonista di cogliere anche per sé stesso, oltre che per il caso da risolvere. Risposta che per qualcuno chiude le porte alla vita, alla speranza, alla voglia di futuro.

Eppure, perfino decenni dopo, le porte, anche quelle del cielo, si possono riaprire: basta accorgersene, trovare la chiave giusta per convincersi che quanto sembra impossibile, di rado lo è di fatto. L'esitazione e la paura fanno perdere interi tranci di vita. E invece, quando gli occhi chiedono, la risposta dev'essere tremendamente appassionata.

29 gennaio 2011

Giorni e giorni e giorni della merla

C’è un rituale, c’è un andare in tondo, ci sono bimbi che sorridono, mamme che salutano, frutta candita, nuvole di fiato. Gli sguardi non si posano per molto, cercano. Cercano in giro, come se sapessero di dover trovare altro. Trovare o forse ritrovare. Le giostre non sono mai fuori stagione, né lo è la fiamma dell’infatuazione, vera o fatua che sia.
Accanto, un luccichio di complicità colora l’iride e ancor più il sorriso, goloso di sapori da scoprire o forse riscoprire. Un gettone e si parte, il contatto è immediato e il rinculo subito cancellato dal primo urto laterale; si prendono le misure per districarsi girando all’infinito il volante e premendo il pedale tra urletti assortiti e l’antiritmo di canzoni melense sparate insulsamente fino a far gracchiare gli altoparlanti.

Lui sa che si fermerà per un po’, ma non a lungo. Non sa dove ha lasciato la sua vita e pensa che ha perso il destino o il senso di averne uno. Guarda e legge come in un fumetto i pensieri della sventola straniera che sta campendo del suo lunghissimo passo le vie dello shopping invernale: Ti sento nei miei capelli, sento il tuo odore mentre cammino specchiandomi tutta nelle vetrine e negli occhi di passanti ingolositi. Sono poche ore e già mi manchi. Il peggio è sapere che è solo un’anticipazione di quanto succederà domani, su quell’aereo, e poi i giorni seguenti, ogni volta che il piede premerà sulla tavoletta per accelerare la distrazione su un qualsiasi rettilineo.

Quei due ridono, quelle altre ammiccano complici, anche in quel gruppetto motteggiano sotto i portici. Il freddo non esiste o meglio non resiste alla voglia di identità: dimostrare le appartenenze serve e un filo di nudo anche d’inverno trova spazio. Occhi bistrati e bistrattati, troppo azzurre e troppo rosa le palpebre, troppo carico il kajal, pesanti le matite e catarifrangenti le labbra. Però esserci e sapersi lì insieme conta, conta più di tutto, e in quel momento basta. Tutto il mondo, fuori.

Di fronte allo specchio, ricorda di essere stato un bel bocconcino, conteso addirittura e capace di leggerezza, nonché di stupide leggerezze. D’altronde, le priorità erano altre. Rievoca la prelibatezza del gioco, un modo di essere e fare cui abbandonarsi con serietà, quella indispensabile alla gioia che sa di sé. Già, il gioco, da cui farsi rapire con estasi fanciullesca e in fin dei conti un po’ cogliona, sì, ma vera e piena di presente. Di fronte allo specchio, anni dopo, gli occhi sono arrossati, l’epidermide chiede protezione, le pupille scintillano cogliendo l’immensa velocità del cronosoffio, mentre tutto viene rimandato come se ci fosse davvero tempo, come se bastasse anelare per garantirsi la prospettiva di nuovi splendori, di splendori nuovi o rinnovati.

Tutti quanti aspettano che il sole torni a scottare sulla pelle, disposti a sacrificarglisi fino al rossore, fino alle bolle se necessario. Sperano anche nel vento, quello capace di far alzare in volo gli aquiloni. E in un’onda da cavalcare, la preferita, indorata dal sole, richiamata dal mare o dall’amare. Senza nemmeno ancora allertare l’apparato circolatorio, ecco che una nuova felicità, illusoria o meno, agile si fa strada tra lo schiudersi delle labbra e lo stupore dietro alle palpebre. I bimbi dalle guance tonde, intanto, starnutiscono aggrappati a un albero, in attesa di un viaggiatore del tempo che li venga a prendere.

27 gennaio 2011

Fantasmi e speranze



Quando arrivammo ad Auschwitz-Birkenau aprirono le porte dei vagoni. Eravamo mezzi morti, ma dovemmo metterci velocemente in fila per cinque. C'era un uomo con in mano un bastone. Con un movimento della mano mandava le persone a destra o a sinistra. Mia madre, il mio fratellino e mia sorella andarono a sinistra. Non li rividi mai più.

- Lilly Ebert, ebrea ungherese, sopravvissuta ad Auschwitz

[fantasmi dal sito How to be a Retronaut, segnalato giorni fa da mastra]


E una canzone sorridente, Ale Brider (Tutti fratelli), da riascoltare e di cui, volendo, leggere testo e (mio) riadattamento in italiano.

[speranze dalla musica, sempre, dall'animo fanciullo che non si rassegna, che non smette di cercare con lo sguardo dei sensi i fiori in mezzo agli orrori del non senso]

01 gennaio 2011

2011

Il tempo forse esiste e forse no, sarà anche vero che è tutta una costruzione, ma intanto il valore simbolico che ci autocostruiamo qualche effetto lo scatena. S-cateniamoci dunque, per viaggiare secondo inclinazione autentica, con l'auspicio di far risuonare i palpiti nelle armoniche più propizie al benessere intero. E siccome non è bene rinunciare al sole pur di ripararsi dalla pioggia, non ti auguro un anno senza lacrime, ma che per ogni lacrima ci siano mille sorrisi.

Buon anno nuovo colorato di sorrisi condivisi ;-)
e baci :-***


a cura di Giulio Pianese

scrivimi