- Prego, cosa desideri?
- Come sarebbe bello viaggiare nel tempo!
- Dici per esplorare la storia passata?
- Beh, no, pensavo più al viaggio nella propria vita.
- Bah, quella sarebbe roba da matti.
- Ma come, ma perché?
- Perché immagini di poter tornare indietro a sistemare le cose e invece le inguaieresti. Oppure, nella migliore delle ipotesi, sogni di rivivere i momenti più felici, dimenticando che quanto guadagneresti in consapevolezza, perderesti in stupore, gettando al vento cosmico ogni possibile emozionante magia.
- Veramente conosco gente che avendo una seconda opportunità ha fatto centro.
- Mmh, in cose pratiche, qualche volta, forse, ma come la mettiamo con le storie d'amore? Non vedi cosa succede quando due ex ci riprovano?
- Veramente conosco due che rivedendosi dopo qualche anno di stop si sono baciati, sono andati a vivere insieme e hanno pure fatto figli.
- Davvero? E poi?
- Ehm, poi hanno divorziato.
- Ahahahah, vedi?
- Ma che c'entra, tanto si sa che tutte le storie finiscono, perché o ci si separa o si muore.
- ...
- ...
- Uffa, d'accordo: fatti questo viaggio nel tempo.
- Uh, che bello, mi ci mandi?
- Sì. Lasciami concentrare...
- Bene.
- ...
- Ah, grazie, eh.
- Shhh!
- Scusa.
- ...
- Me la voglio ripercorrere tutta quanta, la vita, ah ah!
- Shh... Aspè, tutta quanta?
- Sì, perché?
- Mmh.
- ...
- ...
- ...
- Va be', d'accordo, però mi raccomando: ricordati di far finta di niente quando, venendo alla luce, palperai le tette all'ostetrica.
28 novembre 2013
Col cervello di tacchino
Dici Giorno del ringraziamento (Thanksgiving Day) e ti viene in mente il tacchino, al forno o arrosto.
Guardando però i video di alcuni disastrosi tentativi di frittura del tacchino, viene da dubitare su quale sia il sapiens e quale il pennuto tra i bipedi presenti. Insomma: data l'abissale immensità del genio della stupidità umana, come specie stiamo freschi, anzi siamo fritti o già alla frutta; se non ci siamo ancora estinti, ci sarà pure qualcuno da ringraziare.
Guardando però i video di alcuni disastrosi tentativi di frittura del tacchino, viene da dubitare su quale sia il sapiens e quale il pennuto tra i bipedi presenti. Insomma: data l'abissale immensità del genio della stupidità umana, come specie stiamo freschi, anzi siamo fritti o già alla frutta; se non ci siamo ancora estinti, ci sarà pure qualcuno da ringraziare.
25 novembre 2013
Ogni oggi
"Quelli che vivono annoiandosi o non vedendo l'ora che il tempo passi non li capisco; io ogni nuovo giorno che arriva penso: che figata, un giorno in più." Questo diceva tanti anni fa una mia amica, malata terminale.
Seppure da un diverso punto di vista, coincide con la già citata massima di Jango Edwards, secondo cui ogni giorno è un giorno speciale, che avevo già sentito in precedenza e che ho sempre cercato di fare mia.
Anche perché, se ci si pensa, malati terminali lo siamo tutti, come faceva notare John Irving alla fine del suo romanzo Il mondo secondo Garp (nelle parole di mio zio Aldo traslate dal romagnolo: "Ció, siamo di una specie che muore!").
Puoi avere anche qualche fastidio o dolore, ma in ogni oggi c'è sempre qualcosa per cui vale la pena. Per esempio, tra le altre cose, stamattina c'era un'aurora bellissima, una luce giallazzurra a stagliare profili neri come in un paesaggio africano da fumetto, con il contrappunto d'una mezza luna e di vaghe stelle a punteggiare il blu che schiariva.
Seppure da un diverso punto di vista, coincide con la già citata massima di Jango Edwards, secondo cui ogni giorno è un giorno speciale, che avevo già sentito in precedenza e che ho sempre cercato di fare mia.
Anche perché, se ci si pensa, malati terminali lo siamo tutti, come faceva notare John Irving alla fine del suo romanzo Il mondo secondo Garp (nelle parole di mio zio Aldo traslate dal romagnolo: "Ció, siamo di una specie che muore!").
Puoi avere anche qualche fastidio o dolore, ma in ogni oggi c'è sempre qualcosa per cui vale la pena. Per esempio, tra le altre cose, stamattina c'era un'aurora bellissima, una luce giallazzurra a stagliare profili neri come in un paesaggio africano da fumetto, con il contrappunto d'una mezza luna e di vaghe stelle a punteggiare il blu che schiariva.
22 novembre 2013
A cena fuori
Figurati se trovi chiuso dai Cinesi! Solo una volta da qualche parte non so più dove era apparso un cartello di "chiuso per ferie" e aveva fatto scalpore, sebbene il periodo sabbatico fosse limitatissimo: dal 16 al 18 agosto. Eppure stasera abbiamo trovato chiuso il Long Chang. Il fatto che fosse "per rinnovo locali" nulla ha tolto allo stupore mio e dei miei figli.
Prontamente abbiamo virato verso la rosticceria siciliana di fiducia, trovandola però strapiena. Così abbiamo finito per ripiegare sul kebab della Bovisa, non prima di esserci procurati una porzione a testa di sarde alla beccafico, da gustare e trangugiare nei pochi passi tra il locale e la vettura (io) e durante il tragitto automobilistico (loro due).
Inutile soggiungere che il miglior condimento della serata, ovviamente, è stata per me la loro presenza, e la dilatazione affettiva di ogni lasso di tempo passato insieme.
Prontamente abbiamo virato verso la rosticceria siciliana di fiducia, trovandola però strapiena. Così abbiamo finito per ripiegare sul kebab della Bovisa, non prima di esserci procurati una porzione a testa di sarde alla beccafico, da gustare e trangugiare nei pochi passi tra il locale e la vettura (io) e durante il tragitto automobilistico (loro due).
Inutile soggiungere che il miglior condimento della serata, ovviamente, è stata per me la loro presenza, e la dilatazione affettiva di ogni lasso di tempo passato insieme.
21 novembre 2013
Tra il dire e il fare
Si dice che il fare conti più del dire, però è innegabile che il dire, quando dice davvero, sappia aiutarci a delineare meglio il reale, avvicinandolo alle nostre facoltà di comprensione e memoria. Tutto questo, ovviamente, funziona se non si permette che il dire appiattisca e ingabbi, lasciando invece che suggerisca e suggelli, attraversando con prudenza e delicatezza le fasi del tratteggio e del dipinto prima di azzardarsi in quelle della precisazione e della definizione.
Ci sono poi i casi in cui il dire, parlando del fare, riesce a essere vero in modo semplice, e anche per questo ancora più bello. Uno di questi mi pare sia l'intervento della mia amica Laura a proposito di volontariato in quel di Bolzano, che voglio riportare integralmente qui:
Ci sono poi i casi in cui il dire, parlando del fare, riesce a essere vero in modo semplice, e anche per questo ancora più bello. Uno di questi mi pare sia l'intervento della mia amica Laura a proposito di volontariato in quel di Bolzano, che voglio riportare integralmente qui:
Quante e quali chiavi per aprire la città? Sicuramente molte e diverse.
Quando racconto di aver scelto di dedicare un po' del mio tempo a svolgere delle attività insieme a persone che vivono la sofferenza psichica, capita che mi venga posta la domanda: "Ma non hai paura?" "Paura di che?" Allora capisco che una di queste chiavi (probabilmente la mia) è la voglia di "conoscere" o almeno di "provare a conoscere".
Ci si blocca e ci si spaventa davanti ai segni della sofferenza, perché spesso questi sono molto evidenti e nascondono tutto il resto, ma se ci si avvicina con la voglia di conoscere e di capire si scopre che dietro l'apparenza ci sono belle persone, ricche di qualità e di attenzioni per gli altri; perché chi conosce davvero la sofferenza ha una particolare sensibilità nel comprendere quella di chi gli sta vicino.
Per quanto mi riguarda, mi sono avvicinata casualmente all'associazione tramite un'amica che teneva uno dei corsi offerti e vi ho partecipato come "esterna". Non sapevo quali fossero i volontari e quali fossero "gli amici" e in alcuni casi, senza il coraggio di chiedere informazioni, mi domandavo: "Ma questo, sarà un volontario o "un amico"?" È capitato anche che mi chiedessero: "Ma tu sei una volontaria o un’amica?" Secondo voi? :-)
L'altro giorno una persona che frequenta uno dei corsi come "esterna" diceva di essersi resa conto che il confine tra la cosiddetta "normalità" e la sofferenza psichica è una linea molto sottile. In effetti sembra enorme solo se ci si ferma all'apparenza, al gonfiore o al rallentamento provocato dai farmaci, all'abbigliamento poco curato, a un atteggiamento particolare. A me sembra solo di incontrare belle persone che a volte raccontano storie difficili e dolorose, che hanno una forza invidiabile nel convivere con le loro fragilità e le loro paure.
Di recente abbiamo avuto un incontro con un gruppo di Roma. Tre di loro erano donne molto segnate (esteriormente?) dalla sofferenza psichica. Nell'immediato ho pensato: "Mi sa che qua è dura!" Ci siamo seduti tutti intorno a un tavolo per pranzare e lentamente abbiamo cominciato a scambiarci informazioni ed esperienze. È un peccato che non ci fosse stata una telecamera nascosta e che adesso non possiate vedere il filmato di quell'incontro, perché mi piacerebbe che vi accadesse quello che è accaduto a me: piano piano vi accorgereste che non notate più il dente che manca, ma sorrisi che illuminano, che non sentite più respiri affaticati, ma riflessioni profonde, che non vedete più sguardi bassi e cupi, ma occhi vivaci e attenti.
Tutto questo non per dire "datevi al volontariato", ma per proporvi di non scappare quando il vicino di casa "matto" sta salendo le scale: provate magari una volta con un sorriso, una volta con un buongiorno ad avvicinarlo e piano piano potreste accorgervi che lui ha semplicemente più paura di voi, è più solo di voi e che in alcuni casi le cose ci fanno paura solo perché non le conosciamo.
18 novembre 2013
Autodosaggio
Essere: riguardo al "chi sono", mi vado bene, ma sul "come sono" non devo smettere di lavorarci. Si tratta, in poche parole, di aggiustare i dosaggi di epicureismo e stoicismo, o di convincersi che una migliore autodisciplina sia foriera di maggiore, o più duraturo, piacere futuro.
17 novembre 2013
Spettatore interessato
Ieri il patatino cresciuto ha disputato la sua prima partita di pallanuoto. Me lo guardavo così teneramente già durante i preparativi a bordo vasca, che mi sono tornate in mente le parole di Elio la prima volta che lo vidi all'ex bar di Sphera, quando mi chiese, indovinando, se ero separato. Al mio stupore per la sua intuizione precisò che si capiva dal modo in cui guardavo mio figlio, lì presente. In effetti, vale per quasi tutto: ci si capacita pienamente di ciò che è prezioso soprattutto nel momento in cui scarseggia o viene a mancare (anche se in verità sui miei figli ho sempre puntato sguardi instancabilmente beati, con la "a").
Ieri è stato un esordio un po' duro per i nostri ragazzini, letteralmente sommersi dagli avversari, più grandi e ben più esperti di loro, ma l'esperienza è stata assorbita con spirito e per il verso giusto. Sono contento, per loro e anche per me: oltre a mio figlio, ne conosco un paio fin dalla più tenera età ed è un bell'effetto vederli crescere così.
Ieri è stato un esordio un po' duro per i nostri ragazzini, letteralmente sommersi dagli avversari, più grandi e ben più esperti di loro, ma l'esperienza è stata assorbita con spirito e per il verso giusto. Sono contento, per loro e anche per me: oltre a mio figlio, ne conosco un paio fin dalla più tenera età ed è un bell'effetto vederli crescere così.
16 novembre 2013
Tutto questo tango
Non sarà un'esagerazione, tutto questo tango? Me lo chiedo perché, sebbene sia lontano anni luce dal livello di disinvoltura cui vorrei approdare, mi trovo sempre più spesso ad averci a che fare. Non è solo il corso da seguire, quelli in cui ripassare gratis, qualche raro stage e alcune serata in milonga. Sono anche gli ascolti musicali (che in verità iniziarono, in modo assai piacevole, ben prima che pensassi d'iscrivermi a un corso), per i quali le occasioni si moltiplicano, on- e off-line. Sono anche i passi che mi tornano in mente mentre sono in coda da qualche parte (ma mi trattengo, per non fare come quelli di Full Monty). Sono anche, o soprattutto, i sogni che accolgono, tra le altre, la voglia di ballare.
15 novembre 2013
Rispalancare la notte
Per una volta che avrei voglia di mettermi sotto le pezze, tuffarmi nel profondo del sonno e dormire al calduccio di una stanchezza che per una volta non reclama altro, mi toccherà invece rispalancare la notte e attraversarne un pezzo in auto per andare a recuperare un pezzo importante, ovvero la progenie lato femminile in libera uscita con amiche e amici. Ma per una volta, e per tutte le volte che sarà, che sia pure; tanto prima o poi, una volta o l'altra, il sonno lo recupererò (prima che diventi eterno, mi raccomando).
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Colonna sonora d'occasione: Duerme mi amor (Carlos di Sarli - Horacio Casares)
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Colonna sonora d'occasione: Duerme mi amor (Carlos di Sarli - Horacio Casares)
14 novembre 2013
Rispondere sì
Rispondere sì come un bambino a cui hanno chiesto se vuole fare un giro sulla giostra: anche così, qualche volta, si emana un senso di purezza, ma dipende dal modo in cui si posano gli occhi sul vivere e da come se ne accolgono i quesiti.
06 novembre 2013
Poi ci sono
No, poi ci sono anche le bellezze e i momenti in cui te le riesci a godere. Non dico i momenti perfetti, anche perché se stai lì a cercare il momento perfetto, ti perdi intanto quelli belli. Ci sono le bellezze, però i momenti in cui te le riesci a godere esistono solo se te li concedi. Per esempio, se indugi in cima alle scale che dovrebbero portarti al metrò da prendere, trattenendoti al piano terra della Stazione Centrale rivolto verso sud, con gli occhi voluttuosi catturati dalla tridimensione e slanciati oltre le transenne e le tristezze dei lavori in corso. Se lo fai, quegli occhi potrebbero trovarsi a registrare e trasmettere godimento direttamente dal megaschermo del cielo cangiante nell'ora del crepuscolo, sontuoso nell'incorniciare una realtà cittadina fatta di luci che s'accendono e profili che s'innalzano in verticale. Così m'inebrio del crescente più che mai nitido e del lucente astro d'accompagnamento: Venere, sospetto, che mentre parlo al telefono cerco dietro il pennone dell'ormai meravigliosa Torre Breda, a un certo punto intenta a occultarlo. Più da presso, il Pirellone pare quasi altrettanto indiscutibile, ma forse è tutto un pezzo di città che oggi vuole riscattarsi iscrivendosi al girone delle delizie, almeno una volta ogni tanto. Il girone delle delizie mi piace, il girone delle delizie non mi stufa mai, né viene a mancare la voglia di condividerlo, in qualunque modo si riesca.
04 novembre 2013
Quasi un'invocazione
Un po' di pioggerella è arrivata. Meno male, visto che stamane, nei dintorni di un'alba mancata, mi ero appuntato questo sfogo:
Non è vero che noto solo le cose belle. Ecco: stamattina, aperta la finestra, subito l'ho richiusa per il cattivo odore dell'aria là fuori. La pianura padana è una camera a gas. Stavolta sono bastati due giorni nei pressi dell'appennino romagnolo a ricordarmelo. Se non si mette a soffiare un po' di vento o a scendere un po' d'acqua, non basterà una mascherina, ci vorranno le bombole per uscire tranquilli.
31 ottobre 2013
Concatenazioni
Halloween, dice, e subito penso "31 ottobre", e alla faccia del Paio tonda che ride per la vita e il compleanno e le zucche. Arancioni e con le facce, le zucche, come in quella festa nel suo cortile. Alla zucca, penso, e ai relativi tortelli, specialità mantovana, per l'appunto, che però recentemente avrei potuto gustare al desco tanguero di un'ottima cuoca salentina. Ho rinunciato, invece, avendo già optato per una serata a teatro. Serata e applausi ben spesi per lo spettacolo Antropolaroid, di e con Tindaro Granata, capace di moltiplicarsi in scena per dar vita a un'intera saga familiare dispiegata su quattro generazioni e di farlo con bravura in modo interessante, molto divertente e a tratti toccante. Famiglia è quella che si allarga nel tempo passato e futuro, quella che al presente ritrovi nello spazio vicino e lontano, è quella cui corri incontro mettendoti in viaggio. Famiglia e piezz'e core: coi miei figli sarò domani e per tutto il ponte d'Ognissanti. Dico "Ognissanti", che poi ricorre nell'etimologia di Halloween o Hallowe'en, però in realtà mia cugina mi ha chiesto se vado giù "per i morti". Ci vado, ci vado, per i morti e per i vivi, ad abbracciare più in là del tangibile la linea del tempo, sotto quelle colline variopinte che tanto mi rimasero impresse da piccolo. Ci vado nonostante mi perda l'opportunità di godermi almeno un pezzo di ZuccaTangoFestival, che furoreggerà a Milano in questi giorni. Zucca, tango e festa si trasformino in un bell'augurio per tutti, anche perché, non so come mai, mi sento come se fossimo alla vigilia di qualcosa. Ah, certo, la vigilia d'Ognissanti, ma forse anche altro.
Aspettando Pivot
Grande Marzia, che si aggiudica ancora una volta il plauso per la migliore definizione di un passo tanguero al corso di Antonio e Anna.
In questo caso si trattava di una variante della sacada, che ci viene insegnata ora e che imparerò forse tra un anno, in cui il cavaliere deve (come sempre, peraltro) ascoltare in modo particolare la dama, attenderne il movimento e cogliere l'unico momento opportuno per completare il proprio.
In questo caso si trattava di una variante della sacada, che ci viene insegnata ora e che imparerò forse tra un anno, in cui il cavaliere deve (come sempre, peraltro) ascoltare in modo particolare la dama, attenderne il movimento e cogliere l'unico momento opportuno per completare il proprio.
30 ottobre 2013
25 ottobre 2013
Quasi a tracciare un senso
I piccoli gesti che c'insegnarono da piccoli sono quelli che riacquistano sapore se glielo dai tu, colorandoli di consapevolezza nel momento in cui ti accorgi di replicarli in automatico. Tipo nel tenere il lembo della manica mentre t'infili un maglione sopra un altro indumento a maniche lunghe. Proprio come quando ti vestivano, da piccolo, dopo il bagno, gli asciugamani e il borotalco.
La sensazione bella non è dettata da nostalgie o rammarichi, bensì da una sorta di percezione unitaria del sé, attraverso tempo e spazio, quasi a tracciare un senso. Illusorio, forse, ma né più né meno delle costellazioni: disegni immaginati da occhi e menti umane, solchi di bellezza tracciati tra le luci, e luci in sé.
La sensazione bella non è dettata da nostalgie o rammarichi, bensì da una sorta di percezione unitaria del sé, attraverso tempo e spazio, quasi a tracciare un senso. Illusorio, forse, ma né più né meno delle costellazioni: disegni immaginati da occhi e menti umane, solchi di bellezza tracciati tra le luci, e luci in sé.
21 ottobre 2013
Puntate
Da qualche parte una volta lessi: "Action expresses priorities". In altre parole: conta quel che fai, ed è quel che fai che conta per te, non altro.
La riflessione è immediata, facile e quasi banale sul proprio vissuto, per quanto possa risultare utile come indicazione o come stimolo.
Diventa invece drammatica quando la si applica ad analizzare comportamenti estremi, tipo quelli di chi giocando d'azzardo si gioca tutto quanto, di fatto escludendo anche i propri cari dall'orizzonte del proprio interesse e considerazione.
È quella la vera malattia: non saper più riconoscere che cosa vale davvero, non riuscire a distinguerlo dal truffaldino godimento del brivido effimero e frustrante, quello di chi crede di poter vincere mentre sta perdendo tutto.
Viene una rabbia, a pensarci, rabbia che raddoppia a ripensarci, rabbia che si fa sconforto constatando, sia pure a distanza, i danni enormi procurati da tali comportamenti.
Smettila, pirla, guardati intorno: c'è di meglio, ti dico, e non è un azzardo.
E tu, se sei uno spacciatore di febbre da gioco, fatti un esame di coscienza e comincia a spegnere qualche slot machine.
Come al solito, un piccolo passo può essere l'inizio di un lungo cammino.
La riflessione è immediata, facile e quasi banale sul proprio vissuto, per quanto possa risultare utile come indicazione o come stimolo.
Diventa invece drammatica quando la si applica ad analizzare comportamenti estremi, tipo quelli di chi giocando d'azzardo si gioca tutto quanto, di fatto escludendo anche i propri cari dall'orizzonte del proprio interesse e considerazione.
È quella la vera malattia: non saper più riconoscere che cosa vale davvero, non riuscire a distinguerlo dal truffaldino godimento del brivido effimero e frustrante, quello di chi crede di poter vincere mentre sta perdendo tutto.
Viene una rabbia, a pensarci, rabbia che raddoppia a ripensarci, rabbia che si fa sconforto constatando, sia pure a distanza, i danni enormi procurati da tali comportamenti.
Smettila, pirla, guardati intorno: c'è di meglio, ti dico, e non è un azzardo.
E tu, se sei uno spacciatore di febbre da gioco, fatti un esame di coscienza e comincia a spegnere qualche slot machine.
Come al solito, un piccolo passo può essere l'inizio di un lungo cammino.
20 ottobre 2013
Senza fiatare
Probabilmente si tratta di uno degli ordini più deleteri impartitici da piccoli. Fare qualcosa "senza fiatare" significava ovviamente "senza opporsi", "in silenzio perfetto", ma fin troppo spesso l'atteggiamento inconsapevolmente adottato è proprio quello di smettere di respirare, procedendo in apnea nello svolgere qualsiasi compito. Gli esempi seguiti in modalità automatica sono quelli di madri ansiose o di adulti talmente concentrati su uno specifico gesto da sospendere l'attività respiratoria. Trattenere il respiro come garanzia di precisione è in realtà una truffa, perché si aumentano le tensioni e il risultato a lungo andare sarà deleterio. Prova semplicemente a non smettere mai di respirare e quasi tutto si alleggerirà. Il ritmo del fare sarà più vivo che stancante e anche mangiare sarà più appagante se lo farai inspirando ed espirando anziché senza fiatare.
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Nota: il suggerimento di respirare mentre si mangia l'avevo letto da Flounder, ma non trovo in quale suo post.
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Nota: il suggerimento di respirare mentre si mangia l'avevo letto da Flounder, ma non trovo in quale suo post.
17 ottobre 2013
Tra le quali il cincischiare
O perché ci sono troppe cose buone da mangiare, cose belle da fare, motivi per cincischiare, o perché ci sono mancanze da colmare di cui consolarsi, sta di fatto che i buoni propositi si frantumano come terra secca o si spetasciano come manciate di fango scagliate contro un muro intonacato. Spetasciarsi rende meglio l'idea rispetto a spiaccicarsi; anche perché, auspicabilmente, non si tratta di una resa definitiva. Prima o poi ci si disciplinerà, prima o poi si tornerà in forma, prima o poi si ricomincerà a riordinare con puntualità e a pulire con solerzia. Forse, addirittura, un giorno ci si porterà avanti con le cose da fare, fino ad avere più tempo per le cose buone e le cose belle, tra le quali il cincischiare non troverà posto, tranne che una volta ogni tanto.
15 ottobre 2013
Cose di fuori casa
La settimana scorsa ho rotto il cellulare. Mi è caduto di piatto sull'asfalto, dalla parte del vetro, e la botta l'ha oscurato, pur senza fratture visibili. Da allora sto usandone uno vecchio che ho ripristinato: il Nokia 1100, la cui sigla in effetti ricorda il nome di un'auto d'altri tempi, quelli dei ricordi in bianco e nero.
Ovviamente ho perso l'accessibilità a gran parte della rubrica, nonché a qualche foto e ai messaggi archiviati. La perdita degli SMS pervicacemente conservati è una costante che si ripete a ogni incidente riguardante il telefonino. Non è la prima volta, infatti, che l'aggiornato aggeggino di turno cessa di funzionare, in modo più o meno traumatico, obbligandomi come soluzione d'emergenza a ricorrere all'antenato, apparentemente immarcescibile.
Come da quasi tutto quel che mi capita, cerco di trarre un possibile insegnamento e in questo caso mi pare quasi ovvio sintetizzarlo nella necessità di evitare l'eccessivo attaccamento a ciò che è stato, in modo che non funga da remora per le nuove navigazioni.
Non si tratta di dimenticare il passato, cosa che mi farebbe orrore in quanto grave perdita di esperienze vissute, bensì di superarlo. Superarlo sapendo che niente di ciò che conta andrà perduto, perché dall'essenziale non ci si distacca (* e **).
Ovviamente ho perso l'accessibilità a gran parte della rubrica, nonché a qualche foto e ai messaggi archiviati. La perdita degli SMS pervicacemente conservati è una costante che si ripete a ogni incidente riguardante il telefonino. Non è la prima volta, infatti, che l'aggiornato aggeggino di turno cessa di funzionare, in modo più o meno traumatico, obbligandomi come soluzione d'emergenza a ricorrere all'antenato, apparentemente immarcescibile.
Come da quasi tutto quel che mi capita, cerco di trarre un possibile insegnamento e in questo caso mi pare quasi ovvio sintetizzarlo nella necessità di evitare l'eccessivo attaccamento a ciò che è stato, in modo che non funga da remora per le nuove navigazioni.
Non si tratta di dimenticare il passato, cosa che mi farebbe orrore in quanto grave perdita di esperienze vissute, bensì di superarlo. Superarlo sapendo che niente di ciò che conta andrà perduto, perché dall'essenziale non ci si distacca (* e **).
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