11 gennaio 2017

Teletrasporto

Stasera in auto stavo per metter su Now's the time di Charlie Parker, recuperato in Bovisa dai miei vecchi CD copiati da quelli della biblioteca, quando è partita la radio con una canzone di David Bowie, Loving the alien, seguita da altri suoi pezzi: Radio Popolare stava ritrasmettendo un bel JackSet e non me lo sono voluto perdere.
Tornato a casa, tra le altre cose ho scartabellato in rete ritrovando il titolo dell'album da cui è tratto. Era il 1984, usciva Tonight e fu così che insieme al Paio intitolammo una delle feste in discoteca che organizzammo in quel periodo, quello della Scuola Interpreti di via Silvio Pellico a Milano.
Un'altra, ispirati da un Bowie annata '76, la chiamammo "Golden Years", anni dorati. Dorati però non furono solo quegli anni, dorati furono sono e saranno anche mille altri momenti, mille altri sorrisi, e un'animadorata cui va stasera un grosso in bocca al lupo.

Giorno undici: anche con il teletrasporto guasto, le parole giungono e talvolta congiungono.

10 gennaio 2017

E dunque

Di certe cose, poche o tante o troppe, ti accorgi solo o soprattutto quando ti vengono a mancare. Vale in diversa misura per le persone, il cibo, gli affetti, il riscaldamento, gli amori, la voce, le connessioni sottili, la connessione telematica, il tempo, la salute, la serenità e qualsiasi altro esempio possa venirti in mente.

Giorno dieci: soffermarsi più su quanto c'è che non su quanto eventualmente sia distante, remoto, mancante o assente.

09 gennaio 2017

Brindo

Idealmente brindo a chi, trovandosi a dover attraversare dolori più profondi e gelidi delle acque più ardue, ha reagito permettendo che la vita di nuovo trionfasse ricominciando a pulsare, dal cuore ai muscoli del sorriso e fino alla condivisione di cose belle, sempre capaci di riaffiorare purché si lasci loro il tempo e la possibilità di farlo. Un brindisi anche musicale, con Roll Another Number di Neil Young.

Giorno nove: gli abbracci funzionano anche a distanza, da vicino però sono meglio.

08 gennaio 2017

Polvere di stelle

I numeri, o meglio le loro sequenze, me li raffiguro nello spazio. Lo stesso mi succede, anzi, ancora di più, con quelli del calendario. Così, gli anni i mesi i giorni si sgranano nel passato o nel futuro in varie e variabili forme davanti agli occhi della mente.

Forse è da lì che viene la voglia di abbracciare il tempo, quello vissuto, intendo, fino al momento presente, e magari di lanciare una carezza a quello di là da venire. So bene che tutto ciò altro non è che suggestione, ma il tentativo di comprensione, come quello di capire, già contengono nei termini utilizzati il desiderio di acchiappare e di contenere.

La verità probabilmente è che si tenta, quasi inutilmente, di fissare ciò che di più sfuggente ci troviamo costantemente ad affrontare dopo averlo immaginato: il tempo. Quasi inutilmente. Quasi, perché qualcosa resta, come polvere di stelle dopo un'esplosione galattica, o come lustrini dopo una festa. Festa che magari, seppure in qualche altra forma, prima o poi si riproporrà.

Giorno otto: provare a conciliare la capacità di vivere un giorno ogni giorno e di lasciare agio a un orizzonte temporale decentemente più vasto.

07 gennaio 2017

Rilucere

Ancora un po' di ore concesse a lucine e luminarie, che ci hanno accompagnato nelle settimane con meno luce diurna. Ora che le giornate si sono visibilmente allungate, possiamo salutarle e piano piano smontare anche le decorazioni.

Giorno sette: rievocare la storiella di Dumbo e della piuma per ricordarsi che la luce vera la si emana dagli occhi e attraverso le affettuosità, anche in assenza di energia elettrica.

06 gennaio 2017

Doni da lontano

Ieri sera, aspettando il penultimo metrò, due senegalesi alti alti mi hanno assolutamente voluto offrire un caffè alla macchinetta presso i binari a Porta Venezia. Mi hanno insegnato un saluto di pace (si porta il dorso dell'altrui mano alla propria fronte) e quando li ho ringraziati (Grazie, Merci, Jërëjëf!), mi hanno risposto che erano loro a dover ringraziare me perché erano loro ad aver regalato.

Questo mi ha immediatamente riportato alla mente una storiella dal già citato libricino 101 storie zen: "Dovrebbe essere grato chi dà" (qui trovi il pdf di tutto il libro), chiudendo così a Oriente il cerchio della serata, che con la mostra di Hokusai, Hiroshige e Utamaro già mi aveva offerto bellezza.

Giorno sei: secondo la tradizione spagnola, a portare i doni ai bambini sono Los Reyes, i Re Magi, gente policroma che viene da lontano.

05 gennaio 2017

Jazz senza ghiaccio

Batti un cinque se anche a te piace Charlie Parker!

Giorno cinque: riconoscere i propri simili grazie alle affinità, e sorridendosi sorriderne.

bonus: Charlie Parker Quintet, Scrapple From The Apple

04 gennaio 2017

Fantasticherie

Tra i supereroi della Marvel che leggevo da ragazzino, i miei preferiti erano i Fantastici Quattro. Sono sempre stato per il gioco di squadra, sarà per via della famiglia numerosa o dei pomeriggi in cortile con tutti gli altri bambini del palazzo.

Inoltre mi attiravano tantissimo le interrelazioni e le collaborazioni di tutti quei colorati personaggi dai superpoteri così specializzati e che spesso risultavano complementari, ma soprattutto gioivo se i personaggi di una testata comparivano nelle storie di un'altra.
Oltre ai Fantastici 4, seguivo regolarmente L'Uomo Ragno e mi piacevano anche i Vendicatori, i Difensori e gli X-Men. Devil di per sé non lo preferivo, ma una delle storie più belle in assoluto di quell'universo fu per me la doppietta "Un cieco li guiderà" (mi pare fossero i numeri 37 e 38 della serie), in cui il super-eroe disabile aiutava i quattro che avevano perso i superpoteri a combattere e sconfiggere ancora una volta il temibile Dottor Destino.

Anche oggi mi piace molto quando si mischiano le carte, quando le persone che conosco e mi sono care si conoscono e incontrano tra loro. Ai primi tempi del blog, bgeorg mi aveva inserito tra i "tessitori" e in effetti ci aveva azzeccato anche andando oltre questi pixel su schermo. Naturalmente, tessendo e cucendo bisogna pur fare attenzione a non pungersi, a non ferirsi e a non ferire.

Giorno quattro: riflettere sui superpoteri che si possiedono e affinarli, anziché impoltronirsi desiderandone altri.

03 gennaio 2017

Tris

Diceva Silvio Ceccato, a una lezione di estetica cui ebbi la fortuna di assistere ai tempi dell'università, che il valzer ci induce a girare in tondo perché è in tre quarti mentre noi abbiamo due piedi. Pare dunque una complicata compatibilità in grado di risolversi alla perfezione, quella tra gli esseri umani e il numero tre.

Di quest'ultimo, spicca il carattere ambiguo che qua e là gli si attribuisce: dalla supposta completezza della trinità all'evocazione di un'assenza nel tavolino a tre gambe; così pure nel triangolo, che passa dal privilegio di circonferenze inscritte e circoscritte alla scomodità di relazioni complicate (non tutti possono avere la rilassatezza di un David Crosby in Triad), oppure dalla falsa modestia dello strumento musicale allo scongiuro che accompagna il segnale mobile di pericolo.

Per tre lo fa chi fa da sé, da tre ricominciava il grande Troisi, tre sono gli elementi in un sacco di contesti diversi, leggendari fiabeschi fatati stregati. Come che sia, dal tressette alle tresche, sta sempre a te tener testa al tre: non tremare, datti tregua o perderai la trebisonda.

Giorno tre: lasciare il valzer a quelli del concerto di Capodanno e puntare invece sul tango vals, fiduciosi e appassionati.

bonus: di Triad, la versione dei Jefferson Airplane

02 gennaio 2017

Piacere terapeutico

Non trascurare il valore terapeutico di fare le cose che davvero ti piace fare.
Lo sai quali sono, e se ci pensi sai anche distinguerle bene da quelle che danno semplicemente dipendenza e, alla lunga, frustrazione. Un buon criterio, non esaustivo né infallibile, ma semplicemente utile per distinguerle, può essere di considerare se sono condivisibili, nella fruizione o nel racconto.
La scusa del tempo che manca è solo una scusa, soprattutto rammentando le dritte di Pennac, secondo cui pochi istanti sono meglio di niente.

Giorno due: ricordarsi che, in mancanza di lunghe camminate o escursioni, due passi sono sempre meglio di niente.

01 gennaio 2017

L'uomo propone, la nonna dispone

Capodanno senza tango, ma stavolta non per scelta.
La notte tra l'ultimo e il primo l'ho passata prevalentemente al pronto soccorso, dove era stata ricoverata mia mamma che aveva sbattuto la faccia a terra cadendo sul marciapiede sotto casa. Ora è stata dimessa e considerando la situazione sta abbastanza bene, anche se ha l'aspetto di una che si sia scontrata con Mike Tyson incazzato.
Niente brindisi di mezzanotte, dunque, ma complimenti e ringraziamenti a medici e personale infermieristico per la loro opera che continua anche quando noi normalmente ci divertiamo.

E pensare che un momento prima di ricevere la chiamata d'emergenza, stavo per scrivere di come, appropinquandomi a momenti d'abbracci in musica, sognassi di poterli estendere chilometricamente per avvolgervi, almeno per un istante, le persone care distanti, e in particolare i miei due tesori di figli.

Giorno uno: aprire le ali e lasciarsi planare sulle priorità, confidando che per tutto il resto si possa dare tempo al tempo.

23 dicembre 2016

Passaggio colorato

Il solstizio d'inverno e i giorni successivi sono il momento in cui i fautori del qui e ora incontrano la prospettiva. La luce e il colore del cielo dicono e dimostrano che le giornate tornano ad allungarsi, e non importa se la notte è ancora molto più lunga del giorno.

La felicità, se mai può darsi, è nella tendenza e nella credenza: ritenere che qualcosa di bello sia ripetibile e addirittura migliorabile può regalare una serenità grazie alla quale si apprezzeranno più facilmente sfaccettature, aspetti, minuzie, modi e fatti altrimenti negletti.

27 novembre 2016

Violenza e ignoranza, violenza è ignoranza

Riguardo alla giornata contro la violenza sulle donne, l'argomento mi è parso talmente ovvio da non farmi sentire la necessità di ribadirlo con qualche logo o dichiarazione ad hoc su facebook, come si usa.

Non per questo ritengo inutili le esternazioni, siano esse telematiche o, molto meglio, espresse mediante una manifestazione pubblica. Intendiamoci: non credo possano in qualche modo fermare i violenti, i quali lo sono innanzitutto perché non ascoltano né, forse, sanno farlo.
Cionondimeno, una dimostrazione di unità, comprensione, condivisione può servire a dare coraggio alle vittime dei soprusi, affinché osino contestare, contrastare, denunciare le violenze subite. Affinché non si sentano sole, ma soprattutto perché cessino di considerare normali dei comportamenti inaccettabili e subumani.

Educazione: la vicinanza è la più efficare nemica della violenza.

Se estendiamo un po' il concetto, attigui alla violenza sono gli atteggiamenti sprezzanti, pregiudiziali, ignoranti. Non di rado i misogini sono anche razzisti. Entrambi questi modi di porsi trovano terreno fertile nell'ignoranza: non so chi è l'altro, non lo riconosco, perciò, prudenzialmente, lo detesto. Da un'insicurezza di fondo nasce un'aggressività ingiustificata e stupida.

A scuola, noto che in generale nelle classi esclusivamente maschili prevale l'ostentazione di modalità da cavernicoli nel rapportarsi all'altro sesso, mentre nelle classi miste tale modalità è quantomeno attenuata, se non addirittura assente.

Occorre capire e far capire che avvicinarsi, conoscersi e riconoscersi è più interessante e più bello che farsi la guerra; che la conoscenza può avvenire solo attraverso un avvicinamento condito da curiosità e interesse; che riconoscendo l'altro, riconoscerò un'altra parte di me.

03 novembre 2016

Sacrifici

Ho fatto esercizio fisico, ieri sera: sono andato a piedi alla panetteria il cui pasticciere fa il pan dei morti così buono da resuscitarli.

31 ottobre 2016

Vigilia d'Ognittanghi

La luce, che se ne va un po' prima rispetto all'altro ieri, la rivedrai stasera in una zucca. Sorridile, lascia che t'illumini da dentro e risplendi a tua volta. Bailoween.

29 settembre 2016

L'eternità è nell'istante

Il tempo vola sempre via troppo veloce, vero? Corre e svanisce, fluttua e svapora, è una freccia che colpisce e di continuo frantuma l'illusorio restare.

Ricorda però che abbracciandosi, il tempo rallenta.

Forse perché subisce l'effetto della massa gravitazionale*, o perché così è più facile innescarne la dilatazione, come la rosa dai petali infiniti che si schiude nel persempre di meravigliosi istanti eterni.

Vieni qui, dai, stritoliamoci un po' in un baciabbraccio galattico.

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* Questo è vero per davvero, per masse molto grandi: l'hanno ricordato di recente alla conferenza "La fisica di Interstellar", all'auditorium del Pertini, il centro culturale sede della mai abbastanza lodata biblioteca civica di Cinisello Balsamo.

30 agosto 2016

C'è più gentilezza che cattiveria

Per esempio: mi hanno rubato il sellino della bici, un sellino da poco conto di una bici vecchiotta, recuperata da una cantina. Non so quanto possano ricavarci, credo zero, ma so che per me è stata una scocciatura (e l'ho declamato ad alta voce con vari e coloriti improperî) tornare dai miei giretti minivacanzieri e trovare il "canotto" nudo, quasi un dito medio alzato in risposta alla voglia di farsi una modesta ma allegra pedalata.

Ebbene: mentre mi accingevo a raggiungere il ciclista che ha aperto qui vicino, in via Giordano Bruno (l'avevo notato con riconoscenza, perché i ripara-bici sono sempre più rari), un condomino mi ha visto e mi ha detto di seguirlo in garage per sistemare la bicicletta. Detto fatto, mi ha regalato un sellino quasi nuovo, me l'ha montato e in più mi ha risistemato un parafango e le luci.
Son cose, cose che contribuiscono a giustificare l'anda da cuorcontento che spesso, qualche volta anche a sproposito, m'accompagna.

23 agosto 2016

Venezia è avvenente

I passi sono nelle gambe, che insaziabili ne richiedono altri e altri ancora. Dev'essere la conseguenza delle decine di migliaia compiuti andando per calli e campi e fondamente e sotoporteghi e ponti e salizade, mai sazi di bellezza casuale e imprevista.
Non avevo ancora letto Venezia è un pesce di Tiziano Scarpa, l'ho fatto solo al ritorno, ma l'istinto di girare a caso, perdendosi per ritrovarsi e solo di tanto in tanto consultare la cartina per capire dove si fosse capitati, quello è venuto da sé fin da subito, a Venezia.

Tra quelle che si posson dire, almeno due le cose fatte per la prima volta* a Venezia, entrambe nella prima giornata: il bagno al Lido e il tango in campo san Tomà. Non vedevo l'ora di provare a mischiare le due magie, musica e luogo, ed è valsa la pena farlo su quel selciato, cinto per l'occasione da lumini accesi. L'impianto era stato prestato dal gentilissimo gestore del Basegò, in cui ci siamo poi rifocillati con sfiziosi cicchetti e buon vino, apprezzando anche le competenti chiacchiere di chi ama far bene il proprio mestiere.

La musica che non m'è piaciuta, invece, è stata generalmente quella proposta dai musicisti di strada, troppo spesso noiosi o pessimi, a parte una cantante non potente ma espressiva in campo san Barnaba una sera. I suoni e i rumori, invece, facevano parte dell'incanto complessivo o lo co-generavano (spesso cercavo assonanze con le onomatopee di Marco Paolini nel suo Milione, visto anche a teatro tre anni fa).

Tra i sapori più deliziosi della minivacanza, le sarde in saor alla taverna San Trovaso e i tramezzini del bar Toletta, dove lo spritz al campari è stata una "tonada" almeno pari a quella di due giorni prima, in piazza Frutti a Padova. A proposito di Padova, anche lì era stato bello camminare più o meno per tutto il centro storico, fermandosi poi a cena al Bacaro Padovano, in zona ghetto (grazie alla dritta di ranafatata).

Andare a piedi, a lungo, è indubbiamente il modo migliore per farsi imbibire dai colorati aromi di un'atmosfera cittadina. Lasciare che le suole e gli occhi si posino anche sul non prescritto, scegliere mete ondivaghe e variabili, prediligere deviazioni e digressioni, rimodellare lo spaziotempo sull'estro dell'istante, divengono nel contempo fine e mezzo: strumenti di conoscenza diversa, obiettivi di godimento immediato.

I mezzi di trasporto che ci siamo concessi sono stati solo il vaporetto per il Lido il primo giorno e in ultimo quello dalla Salute alla Stazione ferroviaria per congedarci dal Canal Grande, inframmezzati da una gondola-traghetto all'altezza di Santa Maria del Giglio, breve ma intensa emozione che per soli due euro ci ha per una volta abbreviato il tragitto verso il nostro sestiere.

Quel che non abbiamo fatto è stato sottostare al martirio delle code, preferendo una volta tanto riunciare alle visite più clamorose, e scattare foto: credo sia una specie di record trascorrere a Venezia due notti e tre giorni tralasciando di immortalare in pixel o su pellicola almeno qualche esempio delle centinaia e centinaia di inquadrature che lo sguardo afferrava e tentava di ritenere.

Le menzioni da concedere sarebbero innumerevoli, ma un paio le voglio attribuire: le gentilezze ricevute, tra cui quelle che hanno permesso di scoprire qualche curiosità ascosa (per esempio, San Nicolò dei Mendicoli, grazie a un signore reduce dal supermercato in luogo semideserto, o le prospettive su tela del soffitto di San Pantalon, grazie a uno dei custodi) e il gelato alla crema veneziana gustatissimo al Fontego delle Dolcezze di campo Santa Margarita.

Ricevere come regalo posticipato di compleanno un viaggio è cosa bellissima. Anche perché, a differenza di un oggetto, che si può perdere o rompere, un'esperienza non te la potrà portare via nessuno (Alzheimer a parte, ovviamente). Rigrazie :-)**

Potessi scegliere, tornandoci farei base un'altra volta nel sestiere di Dorsoduro, che è anche quello in cui prima di ripartire ho incontrato per ben due volte la Marghe, fiore meravigliosamente cresciuto da una Sphera.
E poi, potendo, risponderei al richiamo della Giudecca, idea che accarezzavo soprattutto dalle Zattere.

Una bella cartolina ha solo due dimensioni, ma se ci entri diventano quattro, elevate ai cinque sensi (o sei, o sette, a seconda). Ed è allora che t'illude di lasciarsi divorare, mentre ti nutre d'insaziabilità.


* ennesime risposte alla domanda frequente Quand'è l'ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?

16 agosto 2016

Solchi dorati

"Pronto"
"Ciao"
"Ciao!"
"Allora, che desiderio hai espresso?"
"Veramente non ho nemmeno fatto in tempo..."
"Ah ah ah"
"... però quando quella luce ha solcato il cielo, in un certo senso il desiderio era già compreso: in quel momento mi stavo beando, ero tutto lì. Sai quando senti di non aver bisogno di niente da tanto che te la godi?"
"Sì, sì, bellissimo. Quando basta che entri aria dalle narici"
"Ecco, era come se fossi incluso nel tutto, una sorta di serena euforia, di presenza e completezza. La sensazione che bastasse esserci, che mi bastasse essere."

- - -

Riuscitissima la milonga de Las Estrellas organizzata da Tango23 di Bolzano presso le Distillerie Roner di Termeno; per me ancora di più, grazie alle mie amiche per l'affettuosa accoglienza ricevuta, a loro e alle altre tanguere per le piacevoli tande, agli amici e alle nuove conoscenze per la gradevolezza della serata.

Rientrando in val di Fiemme a notte fonda, sulla statale 48 a un certo punto ho accostato in una rientranza sicura, ho spento i fari e, sceso dall'auto, mi sono goduto una stellata sontuosa, un pieno di emozioni corredato dal passaggio di una stella cadente.
Meraviglia delle meraviglie!

05 agosto 2016

Il mio Trentino

Ieri sera, dopo qualche partita intergenerazionale a briscola, una breve passeggiata in cui quasi ogni passo ripercorreva le orme di ricordi ripetuti su e giù per le viuzze del paesino, Castello di Fiemme, quindi la buonanotte con il proposito di un giretto a piedi oggi. Oggi, però, piove, parecchio, quindi le escursioni montane sono procrastinate, si spera solo di ventiquattr'ore.

La voglia è quella di replicare e moltiplicare i bei giri di luglio, quando qui in val di Fiemme ero salito per festeggiare il compleanno di mia mamma e il mio.

Il primo giorno salimmo in zona Pale di san Martino: ascesa rapida al Castellazzo con mia sorella mentre i genitori ultraottantenni ci aspettavano alla Baita Segantini, dov'erano saliti con la navetta. Per rientrare al Rolle, però, fecero metà strada a piedi (mia mamma addirittura dal sentiero).

Il pranzo di compleanno della mamma lo prenotammo al passo Lavazè, dalla Maria. Prima però andammo agli Oclini, dove io e mia sorella Teresa facemmo una toccata e fuga sulla cima del Corno Bianco, che offre il miglior rapporto qualità/prezzo, per così dire, considerando che una cinquantina di minuti di fatica vengono ripagati da un panorama a 360 gradi che abbraccia il mondo: in una giornata serena, lo sguardo spazia, tra l'altro, fino a Corno Nero, Pala Santa, Latemar, Catinaccio, Sciliar, i ghiacciai alpini fino all'Austria e, dall'altra parte dell'Adige, le dolomiti del Brenta.

Il terzo giorno, alla vigilia del mio 53° compleanno e nonostante la vescica sul calcagno destro, aderii all'invito di mia sorella e di un nostro amico d'infanzia, Alberto C., per un'escursione un po' più impegnativa in termini di fatica. Accettai il consiglio di usare i bastoncini, che negli anni passati avevo sempre sdegnato, e dal Gardeccia (1.949) al Vajolet (2.243) fu ordinaria amministrazione. Dopo un cambio di maglietta, proseguimmo fino al Passo Principe (2.600), dove però arrivai qualche minuto dopo di loro e, non intendendo rallentarli ulteriormente, li invitai a proseguire senza di me, ipotizzando di rivederli sulla via del ritorno. Invece, dopo qualche esercizio per i piedi, ripresi coraggio e voglia e ricominciai a salire, con l'intenzione di raggiungere almeno la forcella sovrastante. Arrivatoci, pensai che mi sarei potuto allungare a vedere il passo Antermoia (2.770) e ne valse la pena. A quel punto, m'incamminai verso la cima Scalieret (2.889), senza nemmeno sapere bene il cammino da seguire. A un dato momento incrociai uno skyrunner (quei superatleti o superpazzi che corrono su e giù anche per le vette più impervie) che mi confermò di trovarmi sul percorso giusto. Loro stavano già ridiscendendo, a causa del vento troppo impetuoso, ma si fermarono ad aspettare che anch'io raggiungessi la meta.
Lasciai lì lo zaino e i bastoncini e proseguii camminando in cresta e assaporando il silenzio, o meglio, il canto delle montagne. Il vento si era placato e così rimasi un po' lì, incantato a guardare, ad ascoltare, a sentire, a sentirmi pieno di gratitudine e godimento. Capisco quelli che iniziando a inerpicarsi o addirittura ad arrampicare poi non riescono più a farne a meno, perché quelli sono momenti perfetti, di unicità e completezza, di annullamento e rinascita, di bella essenzialità, come orgasmi dell'anima, insomma.
Sulla via del ritorno, attraversando il ghiaione subito dopo passo Antermoia, provai uno spavento che mi fece sbucciare il ginocchio: tum, tum, tu-tutum, bum tum bubububububum tutum... una gragnuola di pietre che franava dai roccioni incombenti rimbalzando come i proiettili di un film d'azione, io che scartavo di lato per scappare, non capendo quanta roccia eventualmente sarebbe caduta giù. Non è stato niente di grave, per fortuna, ma un piccolo promemoria di quanto sia opportuno ringraziare la montagna ogniqualvolta ci permetta di salirle in groppa.

Il giorno dopo, come ogni 18 luglio ho compiuto gli anni, ma non mi sono sentito vecchio: d'altronde, finché ci si sbuccia le ginocchia, si è bambini, no?

Catinaccio d'Antermoia 17 luglio 2016


a cura di Giulio Pianese

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