Stasera la traduzione che sto completando ha lasciato spazio, anzi tempo, anzi spazio-tempo, alla seconda visione di un film che richiama, per quanto può, un libro bellissimo che lessi nel 2005 in italiano e nel 2009 in lingua originale: rispettivamente La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo e The Time Traveler's Wife.
Con un pochino d'imbarazzo, confesso di aver pianto come una fontanella. Il fatto è che l'opera si lega molto, troppo, al tema degli addii e al mio bisogno di abbracciare tempo e spazio. Un bisogno che talvolta si soddisfa, almeno un po', almeno per un po', nel ricordarsi, nel ritrovarsi, nella condivisione di storie e memorie e negli sguardi allungati ad accarezzare panorami noti che lasciano ogni volta scoprire qualcosa in più di sé (in entrambi i sensi custoditi da questo pronome riflessivo).
Comunque, a sfogarsi poi ci si sente meglio e ci si trova subito pronti a risorridere.
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Link: da questo stesso blog, qualcosa più o meno a proposito di quanto sopra.
04 agosto 2018
22 luglio 2018
Tropical
Qui sopra la grandinata, mentre nel cielo a destra del balconcino le nuvole sono ornate dai raggi solari. Cerco dalla parte opposta l'arcobaleno e incontro invece una mezzaluna pallida, un attimo prima che svanisca dietro le gocce sempre più fitte.
Bello, ma poi penso: chissà se questo sarà il succo climatico che ci toccherà sempre più spesso.
In tal caso, c'è da sperare che le dosi non siano troppo massicce, che ci si possa continuare a riderci su, godendone l'anomalia temporanea e non i terribili effetti... Per sperare con qualche probabilità positiva di rallentare il cambiamento climatico, però, sarà meglio darsi da fare a invertire la rotta, a cominciare da una maggiore consapevolezza nei piccoli gesti e nelle scelte quotidiane.
Bello, ma poi penso: chissà se questo sarà il succo climatico che ci toccherà sempre più spesso.
In tal caso, c'è da sperare che le dosi non siano troppo massicce, che ci si possa continuare a riderci su, godendone l'anomalia temporanea e non i terribili effetti... Per sperare con qualche probabilità positiva di rallentare il cambiamento climatico, però, sarà meglio darsi da fare a invertire la rotta, a cominciare da una maggiore consapevolezza nei piccoli gesti e nelle scelte quotidiane.
20 luglio 2018
Scatola di pioggia
American Beauty è uno dei due album acustici dei Grateful Dead.
Roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzo e che mi piace ancora un sacco, dentro la scatola di pioggia* in cui viviamo, tra gioia e malinconia, immensità e finitezza, unità e distacchi, ma con il canto sempre pronto a irrorarci l'animo e lo sguardo, l'euforia e il piantoriso, fin quando durerà e forse anche oltre, chissà.
* "Box of Rain" è il titolo del primo brano di questo LP uscito nel 1970.
Roba del secolo scorso che ascoltavo da ragazzo e che mi piace ancora un sacco, dentro la scatola di pioggia* in cui viviamo, tra gioia e malinconia, immensità e finitezza, unità e distacchi, ma con il canto sempre pronto a irrorarci l'animo e lo sguardo, l'euforia e il piantoriso, fin quando durerà e forse anche oltre, chissà.
* "Box of Rain" è il titolo del primo brano di questo LP uscito nel 1970.
06 luglio 2018
Non è uno spazio libero
È il rimescolio di vita e morte, tempo dei ricordi e lampi di non tempo, passato smarrito e futuro nostalgico, è tutto questo di sicuro, con la musica come eccipiente, a innescare poesia; è tutto questo di sicuro, ma probabilmente altro ancora, a innescare le lacrime, con la musica come grimaldello.
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Giorgio Gaber, La libertà
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Giorgio Gaber, La libertà
Cannibalismi
La donna dei miei sogni varia secondo i sogni, forse dipende da quello che ho mangiato la sera prima.
Le donne dei sogni fagocitano le realtà indigeribili, ma in definitiva narcotizzano.
Lungo è il sonno che nutre l'oblio degli altri sogni, quelli da inseguire e trasformare in realtà.
La faticosa realtà, bella però, dove chi conta davvero deve essere, esserci, volermi sapere e sapere ingolosirmi.
Le donne dei sogni fagocitano le realtà indigeribili, ma in definitiva narcotizzano.
Lungo è il sonno che nutre l'oblio degli altri sogni, quelli da inseguire e trasformare in realtà.
La faticosa realtà, bella però, dove chi conta davvero deve essere, esserci, volermi sapere e sapere ingolosirmi.
29 giugno 2018
Where we belong
L'inizio e la fine, le partenze e i ritorni, gli addii e i nuovi saluti: tutto questo, condito da una dolce malinconia, c'è nella canzone che fu l'ultimo singolo dei R.E.M., come un sogno fatto nell'omonima fase del sonno, poco prima del risveglio decisivo.
S'intitola We All Go Back to Where We Belong, "Torniamo tutti dove ci sentiamo a casa" (a scuola si insegna sempre la formula "belong to" = appartenere, ma il verbo "belong" significa innanzitutto "sentirsi a proprio agio", "essere nel posto giusto"; che poi, volendo, è una sorta di appartenenza).
Ritorni e passi all'indietro ne ho fatti tanti in vita mia: non nel senso dell'arretramento, semmai del recupero, quasi una piccola ricerca (del tempo perduto) per ritrovare e ritrovarsi. Negli ultimi due mesi, però, due volte in particolare mi è risuonata questa frase, proprio musicalmente, così com'è cantata: per i miei genitori. Quel giorno in cui ho mollato per qualche ora le scadenze incombenti e sono corso a far gli auguri alla mamma per l'omonima festa, pur sapendo che l'unico modo per farsela contare valida sarebbe stato fermarsi a pranzo. Quella sera in cui mi sono imposto perché festeggiassimo il compleanno di papà il giorno giusto, il sei di giugno, a costo di avere una tavolata incompleta: eravamo meno di una decina, ma lui è stato contento.
A breve li accompagnerò in montagna e mi fermerò con loro: una sorta di ribaltamento dei ruoli, se penso che ci fu un tempo in cui il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, all'epoca giorno festivo) era la data canonica per l'epopea delle partenze vacanziere familiari.
Per l'ennesima volta, la meta sarà Castello di Fiemme, uno dei luoghi che possiamo chiamare "casa". Confido che il senso di appartenenza nutra adeguatamente in me la necessaria pazienza.
Intanto, godiamoci la canzone:
S'intitola We All Go Back to Where We Belong, "Torniamo tutti dove ci sentiamo a casa" (a scuola si insegna sempre la formula "belong to" = appartenere, ma il verbo "belong" significa innanzitutto "sentirsi a proprio agio", "essere nel posto giusto"; che poi, volendo, è una sorta di appartenenza).
Ritorni e passi all'indietro ne ho fatti tanti in vita mia: non nel senso dell'arretramento, semmai del recupero, quasi una piccola ricerca (del tempo perduto) per ritrovare e ritrovarsi. Negli ultimi due mesi, però, due volte in particolare mi è risuonata questa frase, proprio musicalmente, così com'è cantata: per i miei genitori. Quel giorno in cui ho mollato per qualche ora le scadenze incombenti e sono corso a far gli auguri alla mamma per l'omonima festa, pur sapendo che l'unico modo per farsela contare valida sarebbe stato fermarsi a pranzo. Quella sera in cui mi sono imposto perché festeggiassimo il compleanno di papà il giorno giusto, il sei di giugno, a costo di avere una tavolata incompleta: eravamo meno di una decina, ma lui è stato contento.
A breve li accompagnerò in montagna e mi fermerò con loro: una sorta di ribaltamento dei ruoli, se penso che ci fu un tempo in cui il 29 giugno (SS. Pietro e Paolo, all'epoca giorno festivo) era la data canonica per l'epopea delle partenze vacanziere familiari.
Per l'ennesima volta, la meta sarà Castello di Fiemme, uno dei luoghi che possiamo chiamare "casa". Confido che il senso di appartenenza nutra adeguatamente in me la necessaria pazienza.
Intanto, godiamoci la canzone:
16 giugno 2018
All You Need Is Pop
Alla festa di Radio Popolare ci sono andato ieri sera per un paio di motivi, anzi qualcuno in più: per ascoltare il recital di Lella Costa (che ricordavo spiritosa e intelligente, ma che ho trovato bravissima sul palco, ancora meglio rispetto ai ricordi del passato), per bere la birra artigianale, per mangiare alle bancarelle del cibo da strada di qualità, per passare una serata in un parco, per fare un po' di chiacchiere, per sostenere la mia radio, alla quale sono abbonato da almeno un paio di decenni.
Abbonarsi significa sostenere l'informazione indipendente, merce rarissima, quasi quanto il giornalismo vero. Per abbonarsi bastano 90 euro all'anno (pochi centesimi al giorno).
"All You Need Is Pop" continua oggi (sabato) e domani (domenica).
Abbonarsi significa sostenere l'informazione indipendente, merce rarissima, quasi quanto il giornalismo vero. Per abbonarsi bastano 90 euro all'anno (pochi centesimi al giorno).
"All You Need Is Pop" continua oggi (sabato) e domani (domenica).
05 giugno 2018
Ciculabet
Ho scoperto che questa parola, poesia della semplicità infantile, evocatrice di colori a macchie rosse sul ciglio delle strade o in mezzo ai campi, viene compresa in un'area ben più limitata di quel che pensavo.
Ho verificato che se dico "ciculabèt" a Milano, non mi capiscono nemmeno le persone che conservano una buona pratica dialettale. Questo perché solo in brianzolo (o quantomeno, in dialetto seregnese) si dice così "papavero" o "papaveri".
Non so a quali fonti attinga l'etimo, foriero di tanta affascinante stranezza, ma so che in me, outsider linguistico nella fanciullezza in Brianza, quale figlio di un napoletano e di una romagnola, il suono e il seme di questo lemma avevano attecchito ben bene, raggiungendo il livello di naturalezza degli assiomi.
Quand'ero piccolo, parecchi ragazzi appena più grandi di età usavano ancora il dialetto in famiglia e con gli amici e le mie orecchie, già bilingui in ambito domestico, si arricchivano d'altro idioma. Le scoperte si ampliavano poi d'estate, in Trentino, dove da bambini passavamo intere giornate con i coetanei valligiani molto più che con altri villeggianti.
Oggi permangono alcuni vivaci ricordi, rarefatti ma sgargianti, un po' come delle macchie rosse in un campo, eleganti e attraenti nella loro ammiccante immediatezza.
Ho verificato che se dico "ciculabèt" a Milano, non mi capiscono nemmeno le persone che conservano una buona pratica dialettale. Questo perché solo in brianzolo (o quantomeno, in dialetto seregnese) si dice così "papavero" o "papaveri".
Non so a quali fonti attinga l'etimo, foriero di tanta affascinante stranezza, ma so che in me, outsider linguistico nella fanciullezza in Brianza, quale figlio di un napoletano e di una romagnola, il suono e il seme di questo lemma avevano attecchito ben bene, raggiungendo il livello di naturalezza degli assiomi.
Quand'ero piccolo, parecchi ragazzi appena più grandi di età usavano ancora il dialetto in famiglia e con gli amici e le mie orecchie, già bilingui in ambito domestico, si arricchivano d'altro idioma. Le scoperte si ampliavano poi d'estate, in Trentino, dove da bambini passavamo intere giornate con i coetanei valligiani molto più che con altri villeggianti.
Oggi permangono alcuni vivaci ricordi, rarefatti ma sgargianti, un po' come delle macchie rosse in un campo, eleganti e attraenti nella loro ammiccante immediatezza.
03 giugno 2018
In balia della malia
Tutt'e due con l'accento sulla i, beninteso. Così ci si sente ad ascoltare la voce di Marisol Martinez da Buenos Aires.
Posso ben dirlo, avendola sentita ad aprile con l'orchestra argentina del momento, la Romantica Milonguera, a maggio in duo con il bravo pianista Jean Filoramo (che avevo già sentito accompagnare il grande bandoneonista Osvaldo Barrios), e ieri sera con l'orchestra Solo Tango, formazione russa di livello mondiale e apprezzata anche in Argentina. Giustamente apprezzata, direi, perché in quattro esprimono e trasmettono un'energia essenziale e avvolgente con interpretazioni impeccabili e passionali al tempo stesso.
Marisol Martinez è indubbiamente bella, ma il fascino della sua voce è anche superiore alla sua avvenenza. Riesce a toccare corde profonde, attingendo direttamente al dire e al sentire proprio del tango tradizionale. Quando canta, viene contemporaneamente voglia di restare fermi ad ascoltare e di mettersi a ballare. La contraddizione viene risolta dal suo invito a riempire la pista di abbracci. Perché un suo invito non si può certo declinare, trovandosi in balia della sua malia.
Posso ben dirlo, avendola sentita ad aprile con l'orchestra argentina del momento, la Romantica Milonguera, a maggio in duo con il bravo pianista Jean Filoramo (che avevo già sentito accompagnare il grande bandoneonista Osvaldo Barrios), e ieri sera con l'orchestra Solo Tango, formazione russa di livello mondiale e apprezzata anche in Argentina. Giustamente apprezzata, direi, perché in quattro esprimono e trasmettono un'energia essenziale e avvolgente con interpretazioni impeccabili e passionali al tempo stesso.
Marisol Martinez è indubbiamente bella, ma il fascino della sua voce è anche superiore alla sua avvenenza. Riesce a toccare corde profonde, attingendo direttamente al dire e al sentire proprio del tango tradizionale. Quando canta, viene contemporaneamente voglia di restare fermi ad ascoltare e di mettersi a ballare. La contraddizione viene risolta dal suo invito a riempire la pista di abbracci. Perché un suo invito non si può certo declinare, trovandosi in balia della sua malia.
02 giugno 2018
Cosa di tutti
Cercare di non farsi livellare verso il basso è un dovere verso sé stessi e un beneficio per tutti. Non dico sia facile riuscirci regolarmente, ma già pensarci ogni tanto può portare qualche frutto.
Che oggi sia la festa della Repubblica non deve indurci allo sconforto per il contrasto tra gli ideali del documento che la costituì e le ignobili bassezze di intrallazzatori e incapaci.
Pensiamo piuttosto al fatto che quel due giugno del quarantasei, oltre al referendum che sancì la scelta repubblicana, rendendoci cittadini anziché sudditi, fu anche la prima occasione in cui le donne ebbero l'opportunità di votare e di essere votate in elezioni politiche (nelle amministrative era già successo pochi mesi prima, nel marzo 1946). Inoltre, fu eletta l'Assemblea Costituente, che si occupò di redigere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.
La Repubblica non è cosa di altri: qualunque cosa le facciamo, la stiamo facendo anche a noi stessi.
Che oggi sia la festa della Repubblica non deve indurci allo sconforto per il contrasto tra gli ideali del documento che la costituì e le ignobili bassezze di intrallazzatori e incapaci.
Pensiamo piuttosto al fatto che quel due giugno del quarantasei, oltre al referendum che sancì la scelta repubblicana, rendendoci cittadini anziché sudditi, fu anche la prima occasione in cui le donne ebbero l'opportunità di votare e di essere votate in elezioni politiche (nelle amministrative era già successo pochi mesi prima, nel marzo 1946). Inoltre, fu eletta l'Assemblea Costituente, che si occupò di redigere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.
La Repubblica non è cosa di altri: qualunque cosa le facciamo, la stiamo facendo anche a noi stessi.
01 giugno 2018
Comfort zone
Il presente, l'immediato, l'istante, il bambino che in te pretende, subito: un'indulgenza a pranzo, un'ulteriore leccornia in un'ottima gelateria, un giretto in bici con puntatina in biblioteca.
La capacità di gustarlo, quel presente, col giovinetto che in te scalpita gioioso, tuttora e nonostante: le chiacchiere in compagnie variabili, il compiacimento di assaporare golose combinazioni, il fresco arioso sulla pelle, la disponibilità a invertire la pedalata per dispensare viva cordialità, e la propensione a sorridere al mondo anche così com'è.
La prospettiva e le aspettative, la preoccupazione di procurarsi la quasi certezza del futuro piacere, in grado di contrastare l'ansia e di darti la forza di rimandarlo: nel ballo, nella lettura, nelle visioni, fors'anche nel resto.
Un futuro incerto, ma che non sia senza presente.
La capacità di gustarlo, quel presente, col giovinetto che in te scalpita gioioso, tuttora e nonostante: le chiacchiere in compagnie variabili, il compiacimento di assaporare golose combinazioni, il fresco arioso sulla pelle, la disponibilità a invertire la pedalata per dispensare viva cordialità, e la propensione a sorridere al mondo anche così com'è.
La prospettiva e le aspettative, la preoccupazione di procurarsi la quasi certezza del futuro piacere, in grado di contrastare l'ansia e di darti la forza di rimandarlo: nel ballo, nella lettura, nelle visioni, fors'anche nel resto.
Un futuro incerto, ma che non sia senza presente.
31 maggio 2018
You don't know what you've got till it's gone
Lo cantava Joni Mitchell in un verso di Big Yellow Taxi: non ti accorgi di quel che hai fino al momento in cui svanisce.
Averne la consapevolezza può consentirti di porvi rimedio, imparando a scorgere e apprezzare tutto ciò che di buono abitualmente daresti per scontato. Ciò e chi: cose e persone, situazioni e relazioni.
Averne la consapevolezza può consentirti di porvi rimedio, imparando a scorgere e apprezzare tutto ciò che di buono abitualmente daresti per scontato. Ciò e chi: cose e persone, situazioni e relazioni.
30 aprile 2018
Dieci album in 10 giorni
Qualche settimana fa Luca Talamazzi (caro amico e bravo chitarrista con cui ebbi la ventura e il piacere di collaborare negli Ohm Suite Ohm e nei Fragole e Sangue) mi nomina su facebook per una cosa "che può anche piacermi, sebbene non sia sicuro di continuare per 10 giorni di fila", questa:
Per il primo, me la cavo condividendo la stessa copertina di Luca Talamazzi, perché non mi sono mai stufato di riascoltare i Velvet Underground & Nico.
Però lo dico già: non nominerò nessuno, chi vuole partecipi, commentando o pubblicando.
Aggiungerò il link di (almeno) una canzone per disco. Adesso mi va di riascoltare subito I'll Be Your Mirror.
Secondo giorno: Bossanova dei Pixies, che uscì nel 1990.
Come singolo pezzo, scelgo Allison, di cui proponemmo la cover con i Pontebragas.
Terzo giorno, terzo album: The Queen Is Dead degli Smiths. Iniziai ad ascoltare molto spesso i loro pezzi durante la naja, sdraiato in branda la sera tardi. Certe volte i commilitoni mi chiedevano di abbassare o spegnere, perché nonostante le cuffiette, il walkman sparava troppo.
La canzone che scelgo è solo una delle tante, anzi tutte, belle, dell'album: There Is A Light That Never Goes Out. Una curiosità: l'apertura ricorda un pezzo dei Velvet Underground (There She Goes Again), che a loro volta riprendevano un pezzo di Marvin Gaye (Hitch Hike, la cui versione eseguita dai Rolling Stones ispirò lo scherzetto di Johnny Marr).
Il 4° album che scelgo è Mlah, quello d'esordio (1988) delle Négresses Vertes, che m'estasiarono anche dal vivo al Rolling Stone di Milano, in un concerto davvero irripetibile, anche perché di lì a pochi mesi Helno, il cantante, morì.
Dilemma per la selezione di una canzone, visto che quasi tutte mi piacciono tantissimo, ma opto per l'imprescindibile C'est pas la mer à boire.
5° su 10. Il mio primissimo acquisto da ragazzino delle medie, quando ancora non avevo lo stereo, fu la cassetta Rimmel di Francesco De Gregori.
La canzone che mi va di riascoltare è quella che dà il titolo all'album, uscito nel 1975.
Per i più giovani eventualmente ignari, un'audiocassetta era una cosa così.
6° su 10. Babele Dunnit, anch'egli coinvolto da Luca Talamazzi, dichiarava: "Degli Stones non so scegliere. Veramente un casino. Troppi, troppi pezzi eccezionali."
Invece io a questo proposito non ho dubbi, soprattutto perché questo doppio uscito nel 1972 l'ho ascoltato davvero moltissime volte anche di recente, avendone il CD in auto. Il lato buffo è che è stato mio figlio Lorenzo a riportarmelo all'attenzione pochi anni fa: "Ohi pa', devi assolutamente ascoltare questo!" E io, sorridendo fin da dentro: "Bello, eh? L'hai trovato nella colonna lì in Bovisa, vero? E chi credi l'abbia comprato?".
Rolling Stones, Exile On Main Street. Come singolo, stasera scelgo Tumbling Dice, ma non obietterei a qualsiasi altro pezzo di questo disco straordinario.
Una menzione per Neil Young non può mancare, quindi per il 7° su 10 propongo un suo album. Tra i tanti che riascolterei volentieri in qualsiasi momento, scelgo il primo che acquistai, verso la fine degli anni settanta: After The Gold Rush, pubblicato nel 1970.
Il disco iniziava così.
8° su 10. Oggi la palma d'oro va a Remain In Light, capolavoro dei Talking Heads, che scoprii nel 1980 grazie al mio primo insegnante d'inglese David Jelley.
Il singolo che ripropongo all'ascolto è The Great Curve, che tra l'altro contiene uno dei miei versi preferiti in assoluto e cioè: "The world moves on a woman's hips", il mondo si muove sui fianchi di una donna.
Per il 9° su 10, sfrutto il post di Maurizio Raspante. Per me i Jefferson Airplane sono e sono stati imprescindibili fin dall'adolescenza. Questo disco, poi, contiene diversi pezzi che varrebbero da soli il "prezzo del biglietto". Dunque, vada per Surrealistic Pillow (1967).
La voglia del momento è di omaggiare Jorma Kaukonen con il suo Embryonic Journey... però aggiungo qualche parola su Somebody To Love, al quale dedicai un post sul blog.
10° su 10 giorni: Sciò di Pino Daniele. Innanzitutto perché è un doppio dal vivo del 1984 che racchiude molti dei suoi pezzi migliori e poi perché fu proprio nell'autunno di quell'anno che assistei a un suo concerto a Milano, la sera prima di partire per Napoli in autostop. Quel concerto iniziò con Je sto vicino a te, di cui ti faccio riascoltare la versione tratta dal suo secondo album, Pino Daniele, del 1979.
In effetti, preferisco le versioni che si trovano nei dischi originariamente registrati in studio, ma per le regole di questo giochino non potevo inserire Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà, Vai mo', Bella 'mbriana e Musicante in un unico post.
Giorno 1 di 10 giorni. 10 dischi all time della tua vita. Qualcosa che realmente ha avuto un impatto su di te e che continui o continueresti ad ascoltare. Posta solo la copertina, non aggiungere spiegazioni. Uno al giorno. E nomina una persona al giorno.Qui di seguito, le conseguenze.
Per il primo, me la cavo condividendo la stessa copertina di Luca Talamazzi, perché non mi sono mai stufato di riascoltare i Velvet Underground & Nico.
Però lo dico già: non nominerò nessuno, chi vuole partecipi, commentando o pubblicando.
Aggiungerò il link di (almeno) una canzone per disco. Adesso mi va di riascoltare subito I'll Be Your Mirror.
Secondo giorno: Bossanova dei Pixies, che uscì nel 1990.
Come singolo pezzo, scelgo Allison, di cui proponemmo la cover con i Pontebragas.
Terzo giorno, terzo album: The Queen Is Dead degli Smiths. Iniziai ad ascoltare molto spesso i loro pezzi durante la naja, sdraiato in branda la sera tardi. Certe volte i commilitoni mi chiedevano di abbassare o spegnere, perché nonostante le cuffiette, il walkman sparava troppo.
La canzone che scelgo è solo una delle tante, anzi tutte, belle, dell'album: There Is A Light That Never Goes Out. Una curiosità: l'apertura ricorda un pezzo dei Velvet Underground (There She Goes Again), che a loro volta riprendevano un pezzo di Marvin Gaye (Hitch Hike, la cui versione eseguita dai Rolling Stones ispirò lo scherzetto di Johnny Marr).
Il 4° album che scelgo è Mlah, quello d'esordio (1988) delle Négresses Vertes, che m'estasiarono anche dal vivo al Rolling Stone di Milano, in un concerto davvero irripetibile, anche perché di lì a pochi mesi Helno, il cantante, morì.
Dilemma per la selezione di una canzone, visto che quasi tutte mi piacciono tantissimo, ma opto per l'imprescindibile C'est pas la mer à boire.
5° su 10. Il mio primissimo acquisto da ragazzino delle medie, quando ancora non avevo lo stereo, fu la cassetta Rimmel di Francesco De Gregori.
La canzone che mi va di riascoltare è quella che dà il titolo all'album, uscito nel 1975.
Per i più giovani eventualmente ignari, un'audiocassetta era una cosa così.
6° su 10. Babele Dunnit, anch'egli coinvolto da Luca Talamazzi, dichiarava: "Degli Stones non so scegliere. Veramente un casino. Troppi, troppi pezzi eccezionali."
Invece io a questo proposito non ho dubbi, soprattutto perché questo doppio uscito nel 1972 l'ho ascoltato davvero moltissime volte anche di recente, avendone il CD in auto. Il lato buffo è che è stato mio figlio Lorenzo a riportarmelo all'attenzione pochi anni fa: "Ohi pa', devi assolutamente ascoltare questo!" E io, sorridendo fin da dentro: "Bello, eh? L'hai trovato nella colonna lì in Bovisa, vero? E chi credi l'abbia comprato?".
Rolling Stones, Exile On Main Street. Come singolo, stasera scelgo Tumbling Dice, ma non obietterei a qualsiasi altro pezzo di questo disco straordinario.
Una menzione per Neil Young non può mancare, quindi per il 7° su 10 propongo un suo album. Tra i tanti che riascolterei volentieri in qualsiasi momento, scelgo il primo che acquistai, verso la fine degli anni settanta: After The Gold Rush, pubblicato nel 1970.
Il disco iniziava così.
8° su 10. Oggi la palma d'oro va a Remain In Light, capolavoro dei Talking Heads, che scoprii nel 1980 grazie al mio primo insegnante d'inglese David Jelley.
Il singolo che ripropongo all'ascolto è The Great Curve, che tra l'altro contiene uno dei miei versi preferiti in assoluto e cioè: "The world moves on a woman's hips", il mondo si muove sui fianchi di una donna.
Per il 9° su 10, sfrutto il post di Maurizio Raspante. Per me i Jefferson Airplane sono e sono stati imprescindibili fin dall'adolescenza. Questo disco, poi, contiene diversi pezzi che varrebbero da soli il "prezzo del biglietto". Dunque, vada per Surrealistic Pillow (1967).
La voglia del momento è di omaggiare Jorma Kaukonen con il suo Embryonic Journey... però aggiungo qualche parola su Somebody To Love, al quale dedicai un post sul blog.
10° su 10 giorni: Sciò di Pino Daniele. Innanzitutto perché è un doppio dal vivo del 1984 che racchiude molti dei suoi pezzi migliori e poi perché fu proprio nell'autunno di quell'anno che assistei a un suo concerto a Milano, la sera prima di partire per Napoli in autostop. Quel concerto iniziò con Je sto vicino a te, di cui ti faccio riascoltare la versione tratta dal suo secondo album, Pino Daniele, del 1979.
In effetti, preferisco le versioni che si trovano nei dischi originariamente registrati in studio, ma per le regole di questo giochino non potevo inserire Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà, Vai mo', Bella 'mbriana e Musicante in un unico post.
25 aprile 2018
Buon 25 aprile!
Sto per andare in Bovisa, in giro in bici con l'ANPI a omaggiare e ricordare i partigiani caduti.
Oggi più che mai: ora e sempre Resistenza.
Se ci tieni ai diritti civili, che oramai diamo per scontati, ricorda e resisti anche tu. Possibilmente, producendo gioia.
Oggi più che mai: ora e sempre Resistenza.
Se ci tieni ai diritti civili, che oramai diamo per scontati, ricorda e resisti anche tu. Possibilmente, producendo gioia.
31 marzo 2018
Regalarsi bellezza
Almeno di tanto in tanto, occorre una dose di bellezza gratuita.
È questo il succo di quel che ho cercato di trasmettere ai ragazzi di quarta qualche giorno fa al CIOFS. Era il 21 marzo e ho detto loro: Oggi è la giornata internazionale della poesia e ritengo giusto ritagliarci del tempo per qualcosa di bello. Vi farò una lezione diversa, sulla quale non interrogherò. Potete scrivere, se volete, ma non è obbligatorio. E ho parlato loro del sonetto, per sommi capi, descrivendo la differenza tra lo schema tipico del dolce stil novo e quello elisabettiano, per arrivare a William Shakespeare e presentarne il numero diciotto, come già avevo fatto in altre classi in anni passati. Questa volta però è stato meglio: mi hanno davvero fatto un regalo rimanendo attenti e concentrati per tutta l'ora e ponendo qualche domanda alla fine. Dopo la lettura, le spiegazioni e la traduzione, abbiamo concluso con l'ascolto della versione musicata e interpretata da David Gilmour. Mi sono poi goduto la contentezza incredula dei colleghi e della direttrice al racconto di quanto successo ("Ma i nostri?!").
Frequentare la poesia, cosa che si fa troppo poco, che io stesso faccio troppo di rado, nutre l'anima e ravviva interiormente come una pioggia di primavera i colori. È più o meno la stessa cosa che succede le rare volte in cui mi concedo di assistere a un concerto di musica classica. Prima di andare è la pigrizia a prevalere, magari condita da un vago timore di annoiarsi, mentre alla fine si esce sempre arricchiti e più belli dentro. Forse anche fuori, perché lo splendore autentico che emana dalla parte migliore di noi stessi è capace di farci sfolgorare oltre ogni aspettativa.
Coerentemente, l'altro ieri mi sono regalato la giornata e approfittando dell'ingresso gratuito alla Pinacoteca di Brera in occasione della riapertura delle sale napoleoniche, sono rimasto a girare e a guardare capolavori per oltre quattro ore. Mi sono procurato un'audioguida, alternando così ove possibile ascolto e lettura per la presentazione delle opere e non esitando a sedermi di tanto in tanto. Me la sono presa comoda, non ho saltato nemmeno una sala, nemmeno un quadro ho trascurato. Non possiedo competenze adeguate per opinare sul nuovo allestimento, ma posso dire di avere gradito molto la visita e di avere apprezzato il risultato visibile dell'ottimo lavoro di restauro effettuato dai tecnici e dagli studiosi di Brera.
È questo il succo di quel che ho cercato di trasmettere ai ragazzi di quarta qualche giorno fa al CIOFS. Era il 21 marzo e ho detto loro: Oggi è la giornata internazionale della poesia e ritengo giusto ritagliarci del tempo per qualcosa di bello. Vi farò una lezione diversa, sulla quale non interrogherò. Potete scrivere, se volete, ma non è obbligatorio. E ho parlato loro del sonetto, per sommi capi, descrivendo la differenza tra lo schema tipico del dolce stil novo e quello elisabettiano, per arrivare a William Shakespeare e presentarne il numero diciotto, come già avevo fatto in altre classi in anni passati. Questa volta però è stato meglio: mi hanno davvero fatto un regalo rimanendo attenti e concentrati per tutta l'ora e ponendo qualche domanda alla fine. Dopo la lettura, le spiegazioni e la traduzione, abbiamo concluso con l'ascolto della versione musicata e interpretata da David Gilmour. Mi sono poi goduto la contentezza incredula dei colleghi e della direttrice al racconto di quanto successo ("Ma i nostri?!").
Frequentare la poesia, cosa che si fa troppo poco, che io stesso faccio troppo di rado, nutre l'anima e ravviva interiormente come una pioggia di primavera i colori. È più o meno la stessa cosa che succede le rare volte in cui mi concedo di assistere a un concerto di musica classica. Prima di andare è la pigrizia a prevalere, magari condita da un vago timore di annoiarsi, mentre alla fine si esce sempre arricchiti e più belli dentro. Forse anche fuori, perché lo splendore autentico che emana dalla parte migliore di noi stessi è capace di farci sfolgorare oltre ogni aspettativa.
Coerentemente, l'altro ieri mi sono regalato la giornata e approfittando dell'ingresso gratuito alla Pinacoteca di Brera in occasione della riapertura delle sale napoleoniche, sono rimasto a girare e a guardare capolavori per oltre quattro ore. Mi sono procurato un'audioguida, alternando così ove possibile ascolto e lettura per la presentazione delle opere e non esitando a sedermi di tanto in tanto. Me la sono presa comoda, non ho saltato nemmeno una sala, nemmeno un quadro ho trascurato. Non possiedo competenze adeguate per opinare sul nuovo allestimento, ma posso dire di avere gradito molto la visita e di avere apprezzato il risultato visibile dell'ottimo lavoro di restauro effettuato dai tecnici e dagli studiosi di Brera.
11 marzo 2018
Veniamo un po' da tutte le parti e da nessuna
"Las cosas solo son puras si uno las mira desde lejos. Es muy importante conocer nuestras raíces, saber de dónde venimos, conocer nuestra historia, pero al mismo tiempo, tan importante como saber de dónde somos es entender que todos, en el fondo, somos de ningún lado del todo y de todos lados un poco."
(Jorge Drexler)
Le cose sembrano pure solo se le si guarda da lontano. È importantissimo conoscere le nostre radici, sapere da dove veniamo, capire la nostra storia. Allo stesso tempo, però, importante quanto sapere da dove veniamo è capire che, in fondo, siamo tutti un po' di tutte le parti e di nessuna.
Queste parole le ho ascoltate in una conferenza* su TED intitolata Poetry, music and identity (Poesia, musica e identità), scoperta grazie a un link rilanciato su facebook a proposito di un brano (dal minuto 7:30) in cui questo musicista parla della milonga e delle sue origini, nell'ambito di un discorso più ampio e molto interessante sulla multiculturalità.
Pace e bene.
(* in spagnolo, ma nel sito trovi la trascizione anche in altre lingue)
(Jorge Drexler)
Le cose sembrano pure solo se le si guarda da lontano. È importantissimo conoscere le nostre radici, sapere da dove veniamo, capire la nostra storia. Allo stesso tempo, però, importante quanto sapere da dove veniamo è capire che, in fondo, siamo tutti un po' di tutte le parti e di nessuna.
Queste parole le ho ascoltate in una conferenza* su TED intitolata Poetry, music and identity (Poesia, musica e identità), scoperta grazie a un link rilanciato su facebook a proposito di un brano (dal minuto 7:30) in cui questo musicista parla della milonga e delle sue origini, nell'ambito di un discorso più ampio e molto interessante sulla multiculturalità.
Pace e bene.
(* in spagnolo, ma nel sito trovi la trascizione anche in altre lingue)
08 marzo 2018
Un augurio ripetuto
Non ho fatto gli auguri ad alcuna delle donne che ho incontrato oggi.
A scuola, però, a quattro diverse classi di adolescenti, ho espresso il mio augurio e cioè che in futuro non debbano più essere necessarie giornate come questa.
Ho spiegato e rispiegato cose ovvie ma evidentemente non scontate: che la condizione femminile è tuttora critica, che le donne sono oggetto di discriminazioni sia a livello sociale (ho portato l'esempio degli stipendi iniqui per differenza di genere), sia a livello familiare (ho parlato delle incombenze domestiche), sia soprattutto a livello di mentalità diffusa.
A proposito di quest'ultimo punto, ho tracciato un collegamento tra i pregiudizi più o meno sottili, ma comunque piuttosto radicati, e comportamenti inaccettabili quali la possessività ossessiva e la violenza, che coincidono con l'incapacità di stabilire rapporti paritari, riconoscere e comprendere le differenze, cogliere l'opportunità di crescere insieme, nel confronto e nello scambio permanente.
A scuola, però, a quattro diverse classi di adolescenti, ho espresso il mio augurio e cioè che in futuro non debbano più essere necessarie giornate come questa.
Ho spiegato e rispiegato cose ovvie ma evidentemente non scontate: che la condizione femminile è tuttora critica, che le donne sono oggetto di discriminazioni sia a livello sociale (ho portato l'esempio degli stipendi iniqui per differenza di genere), sia a livello familiare (ho parlato delle incombenze domestiche), sia soprattutto a livello di mentalità diffusa.
A proposito di quest'ultimo punto, ho tracciato un collegamento tra i pregiudizi più o meno sottili, ma comunque piuttosto radicati, e comportamenti inaccettabili quali la possessività ossessiva e la violenza, che coincidono con l'incapacità di stabilire rapporti paritari, riconoscere e comprendere le differenze, cogliere l'opportunità di crescere insieme, nel confronto e nello scambio permanente.
25 febbraio 2018
Non solo tango
Ho ricominciato ad andare in piscina e ricomincio a bere rooibos, che è buono e fa bene.
Rientrare in acqua clorata è un po' come andare in bicicletta: ci si rimette a pedalare senza pensarci e bracciata dopo bracciata si torna subito all'obiettivo minimo di qualche anno fa, cioè, per me che sono di poche pretese, 30 vasche. Tu che nuoti per davvero, abbi un po' di comprensione: negli ultimi anni avevo nuotato solo al mare o al lago, e sempre per brevissimi tratti. Da notare che per la prima volta ho fruito della piscina Costa, vicino alla quale abito da quasi 11 anni. La solita storia della tana dell'orso.
L'ennesima dimostrazione che basta guardarsi intorno per trovare, perfino nelle immediate vicinanze, possibilità di iniziative interessanti e attività utili o piacevoli, economiche o addirittura gratuite, me la fornisce anche il Pertini, dove in questo periodo, un venerdì al mese, si tiene la rassegna di conferenze "Alla scoperta dell'universo", a cura del Gruppo Astrofili di Cinisello Balsamo.
L'altra sera ho seguito quella sul telescopio spaziale Hubble. Lo sguardo sull'universo profondo è anche un avvicinamento al mistero e alla bellezza di scoprirne ogni volta un altro pezzetto, ancora, senza mai saziarsi, ma con la capacità di goderne, spicchio dopo spicchio. Per me si tratta di un arricchimento simile a quello ottenuto ascoltando musica classica dal vivo, un piacere che mi concedo raramente, ma senza mai pentirmene.
E a proposito di musica, stasera sarà quella del tango ad accompagnarmi in una nuova serata di abbracci. In questo 2018 ho quasi sempre variato milonga: Tangoy, Treno (anche stasera), Spazio A (tre volte per Rosa Morena e una per Oltretango), Milonguita (due volte), Sio, Café Dominguez, Pensalobien, Circolo Grossoni, Mariposa. Mi ripromettevo di andare a ballare una volta alla settimana, ma sto gradevolmente superando la media.
Rientrare in acqua clorata è un po' come andare in bicicletta: ci si rimette a pedalare senza pensarci e bracciata dopo bracciata si torna subito all'obiettivo minimo di qualche anno fa, cioè, per me che sono di poche pretese, 30 vasche. Tu che nuoti per davvero, abbi un po' di comprensione: negli ultimi anni avevo nuotato solo al mare o al lago, e sempre per brevissimi tratti. Da notare che per la prima volta ho fruito della piscina Costa, vicino alla quale abito da quasi 11 anni. La solita storia della tana dell'orso.
L'ennesima dimostrazione che basta guardarsi intorno per trovare, perfino nelle immediate vicinanze, possibilità di iniziative interessanti e attività utili o piacevoli, economiche o addirittura gratuite, me la fornisce anche il Pertini, dove in questo periodo, un venerdì al mese, si tiene la rassegna di conferenze "Alla scoperta dell'universo", a cura del Gruppo Astrofili di Cinisello Balsamo.
L'altra sera ho seguito quella sul telescopio spaziale Hubble. Lo sguardo sull'universo profondo è anche un avvicinamento al mistero e alla bellezza di scoprirne ogni volta un altro pezzetto, ancora, senza mai saziarsi, ma con la capacità di goderne, spicchio dopo spicchio. Per me si tratta di un arricchimento simile a quello ottenuto ascoltando musica classica dal vivo, un piacere che mi concedo raramente, ma senza mai pentirmene.
E a proposito di musica, stasera sarà quella del tango ad accompagnarmi in una nuova serata di abbracci. In questo 2018 ho quasi sempre variato milonga: Tangoy, Treno (anche stasera), Spazio A (tre volte per Rosa Morena e una per Oltretango), Milonguita (due volte), Sio, Café Dominguez, Pensalobien, Circolo Grossoni, Mariposa. Mi ripromettevo di andare a ballare una volta alla settimana, ma sto gradevolmente superando la media.
17 febbraio 2018
Un po' più in là del naso
In onore del Capodanno cinese, segnalo Risciò, un sito in cui si possono ascoltare interessanti podcast "a spasso per la Cina".
Su sollecitazione di mia figlia Francesca, per esempio, ascolto la puntata "La Cina in Africa".
Anche solo per guardare un po' più in là del nostro naso.
Su sollecitazione di mia figlia Francesca, per esempio, ascolto la puntata "La Cina in Africa".
Anche solo per guardare un po' più in là del nostro naso.
16 febbraio 2018
Sì, tromba!
Gli assoli che preferisco sono quelli che delineano una melodia riconoscibile.
Tanto per capirci, tipo la chitarra di George Harrison in Something, oppure, per chi ci ha conosciuti da vicino, tipo la chitarra di Darko (assolo dal minuto 3:30 circa) in Rumbablu dei Pontebragas.
Per la tromba, l'esempio perfetto per me è l'assolo di Concerto for Cootie, pezzo che Duke Ellington scrisse dedicandolo al suo trombettista Charles Melvin "Cootie" Williams: il cantato che la tromba propone irresistibile intorno al minuto due della canzone provoca un piacere che si rinnova a ogni ascolto e che oltre l'ascolto rimane.
Tanto per capirci, tipo la chitarra di George Harrison in Something, oppure, per chi ci ha conosciuti da vicino, tipo la chitarra di Darko (assolo dal minuto 3:30 circa) in Rumbablu dei Pontebragas.
Per la tromba, l'esempio perfetto per me è l'assolo di Concerto for Cootie, pezzo che Duke Ellington scrisse dedicandolo al suo trombettista Charles Melvin "Cootie" Williams: il cantato che la tromba propone irresistibile intorno al minuto due della canzone provoca un piacere che si rinnova a ogni ascolto e che oltre l'ascolto rimane.
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