30 agosto 2016

C'è più gentilezza che cattiveria

Per esempio: mi hanno rubato il sellino della bici, un sellino da poco conto di una bici vecchiotta, recuperata da una cantina. Non so quanto possano ricavarci, credo zero, ma so che per me è stata una scocciatura (e l'ho declamato ad alta voce con vari e coloriti improperî) tornare dai miei giretti minivacanzieri e trovare il "canotto" nudo, quasi un dito medio alzato in risposta alla voglia di farsi una modesta ma allegra pedalata.

Ebbene: mentre mi accingevo a raggiungere il ciclista che ha aperto qui vicino, in via Giordano Bruno (l'avevo notato con riconoscenza, perché i ripara-bici sono sempre più rari), un condomino mi ha visto e mi ha detto di seguirlo in garage per sistemare la bicicletta. Detto fatto, mi ha regalato un sellino quasi nuovo, me l'ha montato e in più mi ha risistemato un parafango e le luci.
Son cose, cose che contribuiscono a giustificare l'anda da cuorcontento che spesso, qualche volta anche a sproposito, m'accompagna.

23 agosto 2016

Venezia è avvenente

I passi sono nelle gambe, che insaziabili ne richiedono altri e altri ancora. Dev'essere la conseguenza delle decine di migliaia compiuti andando per calli e campi e fondamente e sotoporteghi e ponti e salizade, mai sazi di bellezza casuale e imprevista.
Non avevo ancora letto Venezia è un pesce di Tiziano Scarpa, l'ho fatto solo al ritorno, ma l'istinto di girare a caso, perdendosi per ritrovarsi e solo di tanto in tanto consultare la cartina per capire dove si fosse capitati, quello è venuto da sé fin da subito, a Venezia.

Tra quelle che si posson dire, almeno due le cose fatte per la prima volta* a Venezia, entrambe nella prima giornata: il bagno al Lido e il tango in campo san Tomà. Non vedevo l'ora di provare a mischiare le due magie, musica e luogo, ed è valsa la pena farlo su quel selciato, cinto per l'occasione da lumini accesi. L'impianto era stato prestato dal gentilissimo gestore del Basegò, in cui ci siamo poi rifocillati con sfiziosi cicchetti e buon vino, apprezzando anche le competenti chiacchiere di chi ama far bene il proprio mestiere.

La musica che non m'è piaciuta, invece, è stata generalmente quella proposta dai musicisti di strada, troppo spesso noiosi o pessimi, a parte una cantante non potente ma espressiva in campo san Barnaba una sera. I suoni e i rumori, invece, facevano parte dell'incanto complessivo o lo co-generavano (spesso cercavo assonanze con le onomatopee di Marco Paolini nel suo Milione, visto anche a teatro tre anni fa).

Tra i sapori più deliziosi della minivacanza, le sarde in saor alla taverna San Trovaso e i tramezzini del bar Toletta, dove lo spritz al campari è stata una "tonada" almeno pari a quella di due giorni prima, in piazza Frutti a Padova. A proposito di Padova, anche lì era stato bello camminare più o meno per tutto il centro storico, fermandosi poi a cena al Bacaro Padovano, in zona ghetto (grazie alla dritta di ranafatata).

Andare a piedi, a lungo, è indubbiamente il modo migliore per farsi imbibire dai colorati aromi di un'atmosfera cittadina. Lasciare che le suole e gli occhi si posino anche sul non prescritto, scegliere mete ondivaghe e variabili, prediligere deviazioni e digressioni, rimodellare lo spaziotempo sull'estro dell'istante, divengono nel contempo fine e mezzo: strumenti di conoscenza diversa, obiettivi di godimento immediato.

I mezzi di trasporto che ci siamo concessi sono stati solo il vaporetto per il Lido il primo giorno e in ultimo quello dalla Salute alla Stazione ferroviaria per congedarci dal Canal Grande, inframmezzati da una gondola-traghetto all'altezza di Santa Maria del Giglio, breve ma intensa emozione che per soli due euro ci ha per una volta abbreviato il tragitto verso il nostro sestiere.

Quel che non abbiamo fatto è stato sottostare al martirio delle code, preferendo una volta tanto riunciare alle visite più clamorose, e scattare foto: credo sia una specie di record trascorrere a Venezia due notti e tre giorni tralasciando di immortalare in pixel o su pellicola almeno qualche esempio delle centinaia e centinaia di inquadrature che lo sguardo afferrava e tentava di ritenere.

Le menzioni da concedere sarebbero innumerevoli, ma un paio le voglio attribuire: le gentilezze ricevute, tra cui quelle che hanno permesso di scoprire qualche curiosità ascosa (per esempio, San Nicolò dei Mendicoli, grazie a un signore reduce dal supermercato in luogo semideserto, o le prospettive su tela del soffitto di San Pantalon, grazie a uno dei custodi) e il gelato alla crema veneziana gustatissimo al Fontego delle Dolcezze di campo Santa Margarita.

Ricevere come regalo posticipato di compleanno un viaggio è cosa bellissima. Anche perché, a differenza di un oggetto, che si può perdere o rompere, un'esperienza non te la potrà portare via nessuno (Alzheimer a parte, ovviamente). Rigrazie :-)**

Potessi scegliere, tornandoci farei base un'altra volta nel sestiere di Dorsoduro, che è anche quello in cui prima di ripartire ho incontrato per ben due volte la Marghe, fiore meravigliosamente cresciuto da una Sphera.
E poi, potendo, risponderei al richiamo della Giudecca, idea che accarezzavo soprattutto dalle Zattere.

Una bella cartolina ha solo due dimensioni, ma se ci entri diventano quattro, elevate ai cinque sensi (o sei, o sette, a seconda). Ed è allora che t'illude di lasciarsi divorare, mentre ti nutre d'insaziabilità.


* ennesime risposte alla domanda frequente Quand'è l'ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?

16 agosto 2016

Solchi dorati

"Pronto"
"Ciao"
"Ciao!"
"Allora, che desiderio hai espresso?"
"Veramente non ho nemmeno fatto in tempo..."
"Ah ah ah"
"... però quando quella luce ha solcato il cielo, in un certo senso il desiderio era già compreso: in quel momento mi stavo beando, ero tutto lì. Sai quando senti di non aver bisogno di niente da tanto che te la godi?"
"Sì, sì, bellissimo. Quando basta che entri aria dalle narici"
"Ecco, era come se fossi incluso nel tutto, una sorta di serena euforia, di presenza e completezza. La sensazione che bastasse esserci, che mi bastasse essere."

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Riuscitissima la milonga de Las Estrellas organizzata da Tango23 di Bolzano presso le Distillerie Roner di Termeno; per me ancora di più, grazie alle mie amiche per l'affettuosa accoglienza ricevuta, a loro e alle altre tanguere per le piacevoli tande, agli amici e alle nuove conoscenze per la gradevolezza della serata.

Rientrando in val di Fiemme a notte fonda, sulla statale 48 a un certo punto ho accostato in una rientranza sicura, ho spento i fari e, sceso dall'auto, mi sono goduto una stellata sontuosa, un pieno di emozioni corredato dal passaggio di una stella cadente.
Meraviglia delle meraviglie!

05 agosto 2016

Il mio Trentino

Ieri sera, dopo qualche partita intergenerazionale a briscola, una breve passeggiata in cui quasi ogni passo ripercorreva le orme di ricordi ripetuti su e giù per le viuzze del paesino, Castello di Fiemme, quindi la buonanotte con il proposito di un giretto a piedi oggi. Oggi, però, piove, parecchio, quindi le escursioni montane sono procrastinate, si spera solo di ventiquattr'ore.

La voglia è quella di replicare e moltiplicare i bei giri di luglio, quando qui in val di Fiemme ero salito per festeggiare il compleanno di mia mamma e il mio.

Il primo giorno salimmo in zona Pale di san Martino: ascesa rapida al Castellazzo con mia sorella mentre i genitori ultraottantenni ci aspettavano alla Baita Segantini, dov'erano saliti con la navetta. Per rientrare al Rolle, però, fecero metà strada a piedi (mia mamma addirittura dal sentiero).

Il pranzo di compleanno della mamma lo prenotammo al passo Lavazè, dalla Maria. Prima però andammo agli Oclini, dove io e mia sorella Teresa facemmo una toccata e fuga sulla cima del Corno Bianco, che offre il miglior rapporto qualità/prezzo, per così dire, considerando che una cinquantina di minuti di fatica vengono ripagati da un panorama a 360 gradi che abbraccia il mondo: in una giornata serena, lo sguardo spazia, tra l'altro, fino a Corno Nero, Pala Santa, Latemar, Catinaccio, Sciliar, i ghiacciai alpini fino all'Austria e, dall'altra parte dell'Adige, le dolomiti del Brenta.

Il terzo giorno, alla vigilia del mio 53° compleanno e nonostante la vescica sul calcagno destro, aderii all'invito di mia sorella e di un nostro amico d'infanzia, Alberto C., per un'escursione un po' più impegnativa in termini di fatica. Accettai il consiglio di usare i bastoncini, che negli anni passati avevo sempre sdegnato, e dal Gardeccia (1.949) al Vajolet (2.243) fu ordinaria amministrazione. Dopo un cambio di maglietta, proseguimmo fino al Passo Principe (2.600), dove però arrivai qualche minuto dopo di loro e, non intendendo rallentarli ulteriormente, li invitai a proseguire senza di me, ipotizzando di rivederli sulla via del ritorno. Invece, dopo qualche esercizio per i piedi, ripresi coraggio e voglia e ricominciai a salire, con l'intenzione di raggiungere almeno la forcella sovrastante. Arrivatoci, pensai che mi sarei potuto allungare a vedere il passo Antermoia (2.770) e ne valse la pena. A quel punto, m'incamminai verso la cima Scalieret (2.889), senza nemmeno sapere bene il cammino da seguire. A un dato momento incrociai uno skyrunner (quei superatleti o superpazzi che corrono su e giù anche per le vette più impervie) che mi confermò di trovarmi sul percorso giusto. Loro stavano già ridiscendendo, a causa del vento troppo impetuoso, ma si fermarono ad aspettare che anch'io raggiungessi la meta.
Lasciai lì lo zaino e i bastoncini e proseguii camminando in cresta e assaporando il silenzio, o meglio, il canto delle montagne. Il vento si era placato e così rimasi un po' lì, incantato a guardare, ad ascoltare, a sentire, a sentirmi pieno di gratitudine e godimento. Capisco quelli che iniziando a inerpicarsi o addirittura ad arrampicare poi non riescono più a farne a meno, perché quelli sono momenti perfetti, di unicità e completezza, di annullamento e rinascita, di bella essenzialità, come orgasmi dell'anima, insomma.
Sulla via del ritorno, attraversando il ghiaione subito dopo passo Antermoia, provai uno spavento che mi fece sbucciare il ginocchio: tum, tum, tu-tutum, bum tum bubububububum tutum... una gragnuola di pietre che franava dai roccioni incombenti rimbalzando come i proiettili di un film d'azione, io che scartavo di lato per scappare, non capendo quanta roccia eventualmente sarebbe caduta giù. Non è stato niente di grave, per fortuna, ma un piccolo promemoria di quanto sia opportuno ringraziare la montagna ogniqualvolta ci permetta di salirle in groppa.

Il giorno dopo, come ogni 18 luglio ho compiuto gli anni, ma non mi sono sentito vecchio: d'altronde, finché ci si sbuccia le ginocchia, si è bambini, no?

Catinaccio d'Antermoia 17 luglio 2016

23 luglio 2016

A riveder Guccini

Ho vinto un biglietto grazie alla tessera TECA+ della mia biblioteca, così sono andato a sentire Francesco Guccini a Villa Arconati. Al momento dell'annuncio telefonico m'ero illuso fosse un concerto, poi mi hanno fatto notare che si trattava di un incontro, ma ho deciso di non perdermelo comunque.

La prima volta che vidi Guccini su un palco ero un ragazzino: io e i miei amici giungemmo in bici da Seregno all'Arena di Milano, dove si tenne il concerto per Demetrio Stratos: nelle intenzioni doveva essere per sostenerne le cure, ma pochi giorni prima la leucemia non gli aveva lasciato scampo e così la serata si tramutò in un grande omaggio resogli da tutti o quasi tutti i cantautori e i gruppi italiani più importanti dell'epoca.
Credevo che la prima volta fosse anche l'unica, invece il riascolto della Locomotiva mi ha fatto ricordare di aver assistito a un intero concerto di Francesco Guccini, sempre a Milano, non saprei dire quando... probabilmente nella prima metà degli anni ottanta, e che quello era il brano conclusivo (vedi a proposito i "bis di Guccini").

L'altra sera è iniziata in modo per me inconsueto: sono arrivato addirittura in anticipo a Castellazzo di Bollate, luogo di un incantevole borgo antico attorno a una sontuosa e decadente villa storica in mezzo al parco delle Groane, purtroppo reputato incantevole anche da numerosissime zanzare di varie dimensioni.
Come previsto, Guccini è salito sul palco insieme a Ernesto Assante e Gino Castaldo, giornalisti e critici musicali, che l'hanno indotto a raccontare e raccontarsi, tra aneddoti, esperienze, spiegazioni e opinioni, seguendo il tracciato della sua musica e delle sue molte canzoni intramontabili.

Nella seconda parte sono stati presentati i Musici, ovvero i musicisti che negli anni l’hanno accompagnato in numerosissimi concerti live. Hanno interpretato alcune sue canzoni e la band ha funzionato egregiamente, com'è ovvio, con l'ovvio problema della resa vocale. Di cantare i pezzi s'incarica Flaco, il suo storico chitarrista, che dopo un inizio un po' zoppicante se l'è cavata bene ed è stato in grado di trasmettere la giusta intensità. Però.
Però non è lui, non è la sua voce e se ne sente assai la mancanza. Constatando le difficoltà, ci si rende anche conto della grandezza di un musico che da noi rockettari adolescenti era sempre derubricato a cantautore, come se rispetto alle nostre star preferite non fosse un vero cantante, come se contassero più le parole che la musica. Le parole contavano, contano, eccome, ma è la musica a intarsiare le vie dello struggimento. Lo è stato anche l'altra sera, molto, troppo.

L'annegamento del torace in certi istanti era quello da groppo in gola troppo grosso. So forse anche il perché: c'era una sensazione di presenza-assenza, un'anticamera della lontananza assoluta. Un po' come quando una ti lascia e come per caso ti trovi a passare la serata conversando con la sua amica, ad abradere un po' le ferite ancora aperte, in quel malsano atteggiamento che porta quasi alla ricerca del dolore pur di vivificare quel che più non è.
Ma tutto questo trovava via libera per due motivi: uno contingente, dovuto alla potenza scardinante della musica; l'altro personale, conseguente alle smagliature dell'animo ogniqualvolta tenti di abbracciare tutto il tempo, tutto quanto il vissuto e specialmente il distillato del sentimento del vivere, dell'essere e dell'esserci stato.

07 luglio 2016

Quartini e quartetti

Non avevo ancora ringraziato Giovanni Scaglione, violoncellista del Quartetto di Cremona, per avermi offerto l'occasione di ascoltare il loro CD Beethoven - Complete string quartets vol. V.
Eravamo vicini di tavolo qualche mese fa alla trattoria napoletana Il tegamino, a Milano in zona viale Monza, e il gentile omaggio scattò in seguito a una mia dritta sul menù di quella sera.
Be', se non è troppo tardi per dirlo: grazie, siete proprio bravi.

05 luglio 2016

Dieta?

Un paio d'anni fa ero riuscito a dimagrire per bene eliminando completamente per due mesi di seguito alcol e dolci (colazione esclusa).
In questi giorni ho constatato di aver di nuovo raggiunto gli 80 kg (decisamente troppi) e mi sono detto che dovrei riprovarci.
Non so se troverò di nuovo la forza di volontà, ma intanto nelle ultime 24 ore non ho bevuto alcolici e non ho mangiato dolci né dolciumi.
Molto bene, mi dico, però qualche minuto fa una zanzara m'ha punto e subito dopo s'è accasciata. Dunque?

01 luglio 2016

La bici è una figata

Quando i miei figli erano piccoli, la bici la usavo quotidianamente per accompagnarli all'asilo e a scuola o al parco. Inizialmente si accomodavano sul seggiolino e per un breve periodo li ho portati tutti e due insieme, uno davanti e l'altra dietro, e nel tragitto si cantava.

Poi, con la separazione e il mio trasferimento a Cinisello Balsamo, non avevo più dove metterla e così per anni mi sono limitato a usarla in occasioni rare, ovvero il 25 aprile e qualche vacanza.
Da poco però ne ho recuperata una e l'assenza di ricovero è stata ovviata da una combinazione di due antifurti che valgono più della bici stessa (un u-lock e un cavo spiralato in acciaio rivestito, entrambi con chiusura a chiave).

Così, almeno per ora (e incrocio le dita nel dirlo) posso contare su una due ruote che mi ha già permesso di goderne sia come svago, sia come mezzo di trasporto.
Diciamo che nel primo caso ho la fortuna di abitare vicino al parco Nord, che grazie a una serie di ponti ciclabili permette di raggiungere Niguarda e Affori senza avere a che fare con il fastidioso e pericoloso traffico automobilistico.
Quanto al secondo aspetto, è innegabile che in una città come Milano e nel suo hinterland si potrebbe e dovrebbe fare molto di più per proteggere e privilegiare la viabilità non inquinante e più sana, estendendo le zone pedonali e moltiplicando e raccordando le piste ciclabili.

Pur non essendo un ciclista consumato né costante, mi sento di affermare, di nuovo e con maggiore convinzione, che ogni volta che sia possibile farlo, usare la bicicletta in città anziché l'automobile è una figata.

30 giugno 2016

Orizzonti

Da un orizzonte all'altro passano pochi secondi se sei in orbita, oppure se sei distratto. Questo, purtroppo o per fortuna, vale anche per l'orizzonte temporale, facci caso.

Così capita di fare qualche pedalata, passare qualche serata ballando a sfinimento, risistemare scaffali e scartoffie, esultare per dei gol inorgogliendosi infantilmente di prestazioni altrui, ritessere fili serici di affetti familiari, occuparsi d'incombenze, preoccuparsi di ecatombi, rimandare e rimandare e ritrovarsi rimandati a un tempo che è l'altro lato dell'alba, il chiarore oscuro del bilico tra benessere e cedimento.

Provare a fare anziché fare propositi, e poi fare anziché provare a fare.

31 maggio 2016

Un pesce sull'albero

Tra i libri usciti quest'anno ce n'è uno che ho letto grazie a Dori Agrosì, che mi ha chiesto di scriverne una recensione per la sua rivista web La Nota del Traduttore.

Ne è conseguito un piacere triplo: la lettura, agevole, gradevole e interessante; la scrittura, che sempre aiuta a fissare meglio sensazioni e ragionamenti; la gratitudine delle persone alle quali l'ho poi consigliato.

Un pesce sull'albero, di Lynda Mullaly Hunt, è stato pubblicato da uovonero nella traduzione dall'inglese in italiano di Sante Bandirali.

21 aprile 2016

Dovrei dire

Dovrei dire di un brano con la più bella intro e di quella volta che sentendolo in birreria, complice il luppolo, ci misi per l'appunto tutta l'intro per individuarlo, sebbene fin dalle primissime note avessi detto a boccoli d'oro, lì con me a far fuori boccali artigianali al Fermento, che quel pezzo era... certo, lo conosco, cavoli, aspetta, adesso inizia, è... caspita, che bella intro, eh? non la ricordavo così lunga, ma senti quant'è imperdibile, ora arriva, ora arriva, senti... Eccola! Sweet Jane, Lou Reed, da Rock n Roll Animal.
Sorrisi musicali condivisi, belli quanto le chiacchiere autentiche di una vita che continua.

13 aprile 2016

Durante e dopo la pioggia

Oggi ho fatto venire a piovere, come ha constatato anche la tanguera corsara che da sotto un ombrello mi ha salutato al Parco Nord. Le mie corsette sono diventate talmente rade che il cielo si commuove quando le intraprendo.
Poi però, mentre gli occhiali già si velavano come un parabrezza dai tergicristalli rotti, quello stesso cielo mi ha sorriso, colorandosi di un arcobaleno a tutto sesto, intenso ed elegante, ambito quanto lo striscione di un traguardo mondiale. Ed è lì che a tutto sesto ho riso e risorriso anch'io, a braccia aperte di contentezza.
Poco dopo ha pure spiovuto e sono stati raggi caldi ad accompagnarmi verso la via di casa.
Ora vado, che ho una lavatrice da svuotare.

30 marzo 2016

Fino in fondo al giorno

Oggi, su facebook, clicco su un video musicale di un cantautore che piace anche a me. Ascolto, rapito da quella musica, sobria ma toccante come la voce che l'accarezza di parole. Gianmaria Testa. Mi sono goduto la canzone senza sapere. Poi ho trovato vari link pubblicati da qualche altro mio contatto, che coincidenza. Ho anche letto qualcosa, qualche frase stramba, ma forse ero soprappensiero o forse non so, fatto sta che solo dopo un po' ho capito. È stato a quel punto che mi è presa una corrente allo spirito, una brezza d'anima nel fisico, fino al prorompere di un rassegnato desiderio, così: Vorrei bermi un bianco da una terrazza che verso sud guardi al mare, condito da una malinconia e una bellezza come quelle che porge tra le parole Jean-Claude Izzo, che di Gianmaria Testa era grande estimatore.

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per esempio: Gianmaria Testa, Per accompagnarti

27 marzo 2016

Avrei fatto, avrei detto, avrei scritto

Avrei fatto, avrei detto, avrei scritto, ma mi hanno tolto un'ora. Me l'hanno tolta, giuro, un attimo prima era lì e poi è sparita. A un dato momento si era fatta una certa e un istante dopo era una certa più una. Mi hanno tolto un'ora e senza chiedermi il parere, me l'hanno tolta in automatico. In automatico sui dispositivi più avanzati; gli altri stanno ancora col vecchio orario, infatti passando da una stanza all'altra non so più in che fuso mi trovo. Quel che so è che mi hanno tolto un'ora, altrimenti avrei fatto, avrei detto, avrei scritto, altroché. Avrei fatto, detto, scritto, sempre che non mi fossi perso via a giocare a dama.

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bonus: Rolling Stones, Time Waits For No One

29 febbraio 2016

Problematici snellimenti

Ultimamente mi sono avvicinato a libri che non solo procurano il piacere immediato della lettura, ma promettono di far leva nel profondo per indurre cambiamenti immediati e concreti nel quotidiano vivere. Mi riferisco in particolare a un manuale sul riordino casalingo e a un testo sul cibo proveniente dagli allevamenti intensivi.

Il primo è Il magico potere del riordino di Marie Kondo, altresì detta "giappa pazza" dagli utenti di qualche piccolo social network. L'approccio è drastico, l'intimazione preliminare e conclusiva è un perentorio "butta via", atteggiamento che serve a darsi il coraggio di riordinare davvero, trovando un posto per ogni cosa, ma solo alle cose che saranno sopravvissute a un'attenta e draconiana selezione. La sequenza in cui procedere è di fondamentale importanza: vestiti, libri, carte, oggetti, ricordi. Solo rispettandola sarà possibile accedere alle difficoltà di grado superiore con la necessaria efficacia e decisione.

L'altro è Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer, che sto leggendo anni dopo averne sentito parlare. I punti sono tanti, giacché è un libro denso di informazioni, sia pur presentate con il garbo di chi sa davvero raccontare storie. Un punto è che il 99% della carne che mangiamo proviene dagli allevamenti intensivi, che sono una porcheria disumana per noi, per gli animali, per l'ambiente: per noi a causa di varie schifezze, tra cui per esempio gli antibiotici di cui sono imbottite le bestie o il brodo di feci assorbito dai polli raffreddati "ad acqua"; per gli animali a causa delle condizioni di sadica crudeltà nelle quali sono costretti a trascorrere lo spezzone di esperienza subvitale che tocca loro in sorte grazie all'avidità dei magnati dell'allevamento industriale e alla golosità di tutti noi magnoni avvezzi alla distribuzione commerciale; per l'ambiente perché il basso prezzo della carne è un artifizio che non tiene conto dei costi e dei danni legati al pesantissimo inquinamento di terra, acqua e aria, costi e danni che ricadono sull'intera comunità a differenza dei profitti, strettamente canalizzati.

Nell'uno e nell'altro caso alla lettura dovrà e vorrà seguire l'azione, ma so già che sarà un'azione parziale e limitata.
Riguardo all'alimentazione, non mi illudo di potere né volere abbracciare posizioni e comportamenti estremistici, per quanto eticamente corretti. M'accontenterò di una crescita di consapevolezza e di un miglioramento, consistente in una maggiore attenzione e in un contenimento dei consumi.
Quanto alla riorganizzazione domestica, sto già facendo tesoro di alcuni accorgimenti (vedi la verticalizzazione degli indumenti o degli asciugamani) e procederò senz'altro a una cernita totale, ma anziché buttar via, seguirò per gli articoli d'abbigliamento le consuete strade del riutilizzo: mercatino dell'usato, cassonetti gialli per la redistribuzione, impiego come stracci.

Il comun denominatore è per me l'esigenza di snellire la vita, in tutti i sensi. Sgombrare gli spazi, ridurre gli oggetti, assottigliare la figura, ampliare il respiro, alleggerire il passo. Perché vivere sia davvero un ballo e un vero sballo.
Tutto questo, sapendo che la presa di coscienza altro non è se non il risveglio di ciò che già c'è, ricordando che l'esigenza primaria del benessere è intimamente connessa con quella della bellezza, ribadendo che tutto è collegato, e che fino a un attimo prima del buio, tutto è illuminato.

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"se non ora quando" è il bonus musicale dedicato al giorno in più: Tracy Chapman, If Not Now

21 gennaio 2016

Luci come baci

Dev'esser stato un trucco per convincere dell'opportunità di alzarsi presto, molto presto: in ora antelucana, nel cielo verso sud appariva una teoria di pianeti, ieratico corteo, sfilza di perle luminose, catalogo completo di quelli visibili a occhio nudo. In verità, dal mio balcone il catalogo era limitato, forse perché non ho l'abbonamento a sky, o più logicamente a causa dell'inquinamento luminoso, a quattro su cinque, ma lo spettacolo era comunque niente male.

Poi va be', sarà pure vero che un'occhiata al cielo non basta da sola a illuminare una giornata, però lo sguardo puntato sul bello rappresenta sempre un buon allenamento per chi intenda approfittare di ogni possibile istante favorevole, di ogni sia pur fuggevole gioia o godimento, della polvere dorata di ogni favoloso sfavillio. Della musica che suonerà, del concerto che risuonerà per chi saprà ascoltare le frequenze giuste, cogliendo e accogliendo tra i boati i trilli.

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bonus: che l'entusiasmo si carichi d'energia (The Flaming Lips, Everything's Explodin').

08 gennaio 2016

Forse non tutti sanno che...

Guardo gli asini che volano nel ciel, ovvero la canzone dal testo assurdo e bellissimo ballata e cantata rispettivamente da Stanlio e Ollio nella versione italiana del film "I diavoli volanti" non riproduce affatto l'originale.
Nel film The Flying Deuces, Oliver Hardy riprendeva Shine On, Harvest Moon, una canzone romantica dal testo normale, solo lievemente strano dato il contesto (menziona la neve* mentre loro si trovano nei pressi del deserto).
Molto probabilmente, dice Wikipedia, il surreale testo della versione italiana fu creato da Alberto Sordi, doppiatore di Ollio.
Una curiosità per chi non avesse mai ascoltato in versione originale la più classica delle coppie comiche cinematografiche: la voce più grave era quella di Stan, mentre Oliver aveva un timbro tenorile.

Edit: (*) in verità, probabilmente fa un gioco di parole, dato che "Snow time", "Tempo da neve", suona più o meno come "(there')s no time", ossia: "Non c'è tempo".



03 gennaio 2016

A piedi per il piede

C'erano ciuffi di neve tra l'erba, al parco.

Ho rimesso le scarpette, indossato la maglia termica sotto la tuta e sono uscito al freddo. L'aria era umida, ma dava almeno l'illusione di essere pulita. Non ho corso, ma ho camminato velocemente per poco più di un'ora. Un'ora e dieci comprese l'andata e il ritorno da casa, percorso urbano ma con scarso traffico. Percorso suburbano considerando il tunnel delle vomitate, quello che passa sotto la tangenziale. A parte quello, però, il giro è stato piacevole anche per lo sguardo, specialmente girando per il parco Nord, che non delude mai. Quasi mai: a un certo punto, da dietro la collina si sente un rumore di fondo, come lo scorrere d'un fiume; invece è una semplice salita, verso un ponte pedonale che passa sopra un flusso quasi regolare di automobili. Comunque, dopo la curva gli occhi ritrovano alberi e piante, erba e terra, rimasugli di foglie e rami e tronchi scuri e chiari.

Il piede ha reagito bene. Il corpo è fatto per muoversi. Per muoversi tutto quanto, il su-e-giù non basta. Il piede ha reagito bene dopo un po', ché all'inizio doleva alquanto. Dentro le scarpe, però, c'erano i plantari.
Per ballare invece non li indosso, nelle scarpe da tango non entrano, e sarà per questo che l'altra sera ho patito non poco durante quasi tutte le tande, inficiando in parte quel che mi sembrava ormai di saper fare con disinvoltura.

Ora, siccome ci tengo, ci tengo al tango e al benessere quotidiano, ho deciso di intervenire come posso. Le buone intenzioni rimangono tali se non diventano propositi, ma i buoni propositi buoni sono solo quelli verificabili, meglio ancora se di immediata applicazione.
Dunque, al mattino ho seguito la piccola serie di esercizi per i piedi già consigliata o condivisa su fb dalle mie amiche tanguere bolzanine Tania e Laura:



P.S.: altri esercizi: per il rafforzamento dei piedi.

01 gennaio 2016

366

I rituali: a pranzo i passatelli in brodo, lo spumante, il concerto di Capodanno alla tele; rare telefonate o messaggi per condividere un momento di benessere, il tutto con un indugiare rilassante, incline a un gradevole torpore.
Poi, qua e là, qualche capitolo di Fred Vargas da lettore goloso (Vargas si pronuncia VaRgàs, te lo confermo, bibliotecario scettico), in attesa che la cuoca provetta termini di riposare e si ritrasformi in tanguera, prima della milonga di stasera.
E nel frattempo, una sorpresa: non ricordavo che il 2016 fosse bisestile. Che bello, un giorno in più per godersela!

31 dicembre 2015

Buon 2016

Stavolta, niente tango per l'ultima notte dell'anno. Meglio una cenetta come si deve e senza obblighi.
A ballare ci andrò domani sera, a quanto pare in ottima compagnia.
Buon divertimento, buon passaggio, buona musica, sorrisi. Ciao.

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bonus: Postmodern Jukebox, All About That Bass



a cura di Giulio Pianese

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