30 giugno 2015

Osculi, oculi e loculi

Venere e Giove che stanno per baciarsi. Sì, vabbè, è vero che sono assai distanti, lo sono proprio molto, ma il bacio è nell'occhio di chi guarda. Un occhio sul cielo, lo sguardo che lo accompagna, le miscele di sensazioni contraddittorie condite dai colori di un luminoso crepuscolo.
Un bacio, il pensiero che lo accompagna e lo sguardo di un occhio nel cielo. È tutto nella nostra mente, questo è assai probabile, però aiuta. Come il fatto degli illusori allineamenti astronomici, è esteticamente bello oltre che consolatorio pensare che chi non c'è più fluttui lassù. Non è nemmeno in contrasto con le congetture più razionali: nulla si crea e nulla si distrugge, dicono, quindi da qualche parte ci si disgrega e ci si ricompone con il tutto. Questo è sicuro per quanto riguarda la parte più pesante, ma non è detto, non è affatto detto che una parte ondulatoria non possa propagarsi in altro modo e che siano quelle frequenze ad aver evocato in noi umani il concetto di anima.
Proiezioni, d'accordo, ma a chi non piace il cinema, quello bello? Venere e Giove forse si baceranno in occasione del plenilunio, perché sono sensibili e perché ci tengono allo spettacolo, fatto su misura per noi che puntiamo gli occhi e talvolta il cuore verso il cielo.
Ciao e arrivederci a te, a te, a te, a te...

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bonus: Alan Parsons Project, Sirius / Eye In The Sky

29 giugno 2015

Quante storie

Se una notte d’inverno un viaggiatore Fuori dall’abitato di Malbork Sporgendosi dalla costa scoscesa Senza temere il vento e la vertigine Guarda in basso dove l’ombra s’addensa In una rete di linee che s’allacciano In una rete di linee che s’intersecano Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna Intorno a una fossa vuota Quale storia laggiù attende la fine?

Non ditemelo. Non ancora.
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Così scrivevo qualche giorno fa. Poi il libro l'ho terminato, trovandolo meraviglioso. Che Italo Calvino fosse una garanzia me lo dicevano le esperienze precedenti, ma apprezzarlo dopo esserne stato spiazzato è stato ancor più soddisfacente.
Questo genio era in grado di scrivere qualunque cosa, sarebbe stato in grado di scrivere quasi in qualunque modo: le settimane precedenti, oltre al divertentissimo San Isidro Futból di Pino Cacucci, avevo divorato un paio di bei gialli avvincenti (Pista nera di Antonio Manzini e Ksenia. Le Vendicatrici di Massimo Carlotto e Marco Videtta), ma scorrendo le evoluzioni calviniane mi rendevo conto di come lui fosse in grado di avvincere a partire da qualsiasi elemento, situazione, spunto e perfino dalla voluta assenza di spunti.
Durante la lettura, accanto all'ammirazione sconfinata si faceva spazio anche una vocina che ammoniva: se c'è gente che scrive così, tu non t'azzardare, profaneresti lo scrivere, lascia perdere, ma tutto, financo la lista della spesa. Poi, naturalmente, uno se ne fotte e continua a fare come gli pare. Il che mi pare giusto, altrimenti ci si dovrebbe proibire di giocare a pallone dopo aver visto, che so, Marco Van Basten.

L'importante, probabilmente, è non smettere mai di leggere. Almeno finché ti rimane la voglia irrefrenabile di ascoltare il racconto.
«Se una notte d'inverno un viaggiatore, fuori dell'abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l'ombra s'addensa in una rete di linee che s'allacciano, in una rete di linee che s'intersecano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, - Quale storia laggiù attende la fine? - chiede, ansioso d'ascoltare il racconto»
P.S.: non si può sapere tutto di tutto. Per la serie "io sono da solo a leggere*, quelli sono tanti di loro a scrivere**", è chiaramente impossibile arrivare a coprire tutto lo scibile, anche solo di un particolare settore culturale o ricreativo. Meglio dunque imparare a cogliere, assaporare e godere qualche spicchio, senza preoccuparsi che ciò avvenga tardi, più tardi, in ritardo. Sempre meglio che mai.

* oppure ascoltare, guardare...
** oppure comporre, suonare, dipingere...

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bonus: Courtney Barnett, Small Poppies

21 giugno 2015

Lepre

"Una ragazza al parco m'ha lasciato senza fiato."
"Era così bella?"
"Non saprei. Correva troppo veloce."

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Dai, vai, fammi da lepre. La tua cadenza è sciolta ma sostenuta; non so quanto la potrei reggere, ma intanto accelero e mantengo la distanza. Non penso più al fiato né alla fatica, solo alla lepre. Pur senza raggiungerla, percepisco la soddisfazione di riuscire a mantenerla nel campo visivo. Le gambe non protestano, l'affanno diventa trascurabile. Da quando la seguo, l'allenamento ha preso un piglio differente. Da quando ti cerco, ogni istante ha preso un piglio differente. La tua inafferrabilità è quanto serve a migliorarmi. Magari un giorno ti raggiungerò, a esplorare tutti i tuoi sorrisi. Magari tra qualche minuto la raggiungerò. Eccola, quasi a portata di falcata, quasi, forse, comunque non è detto che quando l'avrò raggiunta, la lepre m'interessi ancora. Poi ad un tratto svolta per un altro sentiero, io devo proseguire diritto; nel frattempo, anche tu svolti e sparisci alla vista della mia vita. Rimane nell'affanno, rimani nel respiro. Il cielo nel frattempo sorride e io con lui, io con lui.

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bonus: Velvet Underground, Run Run Run

15 giugno 2015

Ma sì

Ma sì, lascia fare alla malinconia, quella di quando, comunque la giri, ti manca un pezzetto, di qua o di là, di su o di giù. Ma sì, lascia cadere la pioggia sul mondo mentre la osservi al coperto, godendoti freschetto e musica dolce blippata quasi a caso.
Un po' d'indulgenza, perbacco: si mettano da parte stoicismo e sensi di colpa. Per quanto possa, dopo, risultare soddisfacente il fatto di aver corso sotto il temporale, non sempre se ne può aver la voglia o la forza. Lascia dunque andare pensieri e dita a ritrovare immagini e parole.
Il cibo è in caldo e già sai che è buono perché è lo stesso di cui ti sei nutrito al pasto precedente. Di bevande non hai bisogno, né d'ebbrezze. Letture ne hai finché ne vuoi, e giorni diversi tra loro anche.
Mettiti in pace: i lembi presto o tardi si ricongiungeranno e al massimo mancherà un pezzetto, di qua o di là, di su o di giù. Ma sì, lascia che cada la pioggia sul mondo, almeno finché ne sarà assetato.

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bonus: Amalia Rodrigues, L'important c'est la rose

01 giugno 2015

Agenda geometricamente analitica

L'agenda è piena ancora prima di iniziare. Perché ci sono gli arretrati di cose da fare e perché di cose da fare ce ne sono sempre di più.
Tra gli arretrati, incarichi lavorativi da assolvere e incombenze varie rimandate. Per fortuna, gli incarichi lavorativi sono più che interessanti. Quanto alle incombenze, quelle casalinghe sono meno noiose di quelle burocratiche, ma direi che entrambe assorbiranno inizialmente parecchio tempo e una cospicua dose di energie.
Tra le cose da fare che si moltiplicano, un peso specifico preponderante viene assunto dalle necessità fisiche: per mantenersi in una forma decente e soprattutto per contrastare o contenere i dolorini fisici occorrono sempre più minuti di esercizi, dei quali va curata la costanza.
Il problema è il mancato moltiplicarsi delle ore del giorno, ma dato che è per tutti così, bisognerà farsene una ragione e darsi da fare a spremere tempo tra un minuto e l'altro, imparando a contenere gli sprechi. Definisco sprechi le attività in cui a un certo punto prevale la passività senza che ci sia un reale godimento o una utile evoluzione.
Sono quasi certo che il meccanismo sarà simile a quando si tenta di riavviare un carro arrugginito: la prima spinta è la più faticosa, ma poi le ruote gireranno sempre meno faticosamente e chissà, magari troverà spazio perfino la volontà, ingrediente indispensabile a ridurre gli ingredienti assunti. In tal modo, grazie all'ellissi alimentare si chiuderà il cerchio di quella che sarebbe potuta apparire come una parabola dagli obiettivi iperbolici e si passerà dalla spirale negativa al circolo virtuoso.

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bonus: Rolling Stones, Time Is On My Side

31 maggio 2015

Tra due cieli

Era come trovarsi tra due cieli. Da un lato i nuvoloni carichi di gocce pesanti e generosi nell'offrirne una seppur diradata campionatura; dall'altro piccoli squarci d'azzurro che risaltavano al contrasto e fasci di luce solare che filtravano tra le persiane del cielo a far brillare le diverse tonalità di verde delle chiome arboree. Subito lo sguardo si attivava alla ricerca dell'arcobaleno, cromatico bacio tra cielo e terra, estetico premio per chi abbia tuttora occhi di bimbo.

Il luogo di questa scena non era un'amena meta vacanziera né una località particolarmente privilegiata da incontaminati angoli di bellezza naturale: a saper guardare, le nicchie di paradiso si trovano perfino nell'hinterland milanese, cintura metropolitana fornita di tutti gli ingredienti più nocivi per noi e per l'ambiente.
Non dico di non far niente per contrastare le alterazioni dell'equilibrio ambientale in cui ci tocca vivere, ma nell'attesa che si compia la umana speranza, sarebbe cosa buona e giusta assumere l'atteggiamento suggerito da queste parole di Italo Calvino nel magnifico libro Le città invisibili: "cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".

Sorrido al pensiero che questo atteggiamento continua a essere mio nel tempo, come puoi leggere anche in qualche vecchio post.

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bonus: Sarah Vaughan, Gimme A Little Kiss

29 maggio 2015

Hetty Verolme

Un paio di settimane fa ho avuto il piacere e l'onore di fare da interprete a una signora classe 1930 e alla bambina piena di energia che è tuttora in lei. Hetty E. Verolme è una sopravvissuta alla Shoah e ha deciso di raccontare la sua storia in un bel libro, adatto anche per ragazzi: Hetty. Una storia vera, edito da Il Castoro nella scorrevole traduzione di Maddalena Fessart. Le vicende sono quelle da lei vissute dal momento in cui all'età di 12 anni fu deportata nel campo di concentramento di Belsen in Germania, dove le toccò occuparsi della sopravvivenza propria e di una quarantina di bambini.

Un bell'estratto dell'incontro si trova nell'articolo di Chiara Vanzetto (Corriere della Sera, 11 maggio 2015), scaturito dall'intervista a cui sono orgoglioso di aver contribuito come interprete. Da parte mia posso aggiungere che l'emozione dell'ascolto ha portato noi presenti sull'orlo della commozione, ma che la serenità trasmessa da Hetty è quella di un cuore che non ha mai smesso di pulsare anche per gli altri.

Sugli abiti le cucirono una stella gialla, ma dentro le risplende una stella d'oro. Sarà anche perché, dico io, di secondo nome si chiama Esther, the Morning Star o stella del mattino.


28 maggio 2015

Mongolfiere colme d'affetto

Oltre che persone, i figli sono eventi che ti riempiono d'amore fino a farti sollevare dal suolo. Le figure genitoriali, mongolfiere colme d'affetto, salgono fin quasi alle nuvole, ma senza staccare il filo che le lega a terra. Quel colmarsi risulta talvolta verbalizzabile, quantomeno in maniera approssimativa, ma il più delle volte è indicibile e si traduce in sguardi che accarezzano in silenzio la prole.

I figli sono persone e saranno loro le nuove mongolfiere, colme dell'amore ricevuto e di quello generato. Il filo che le lega a terra sarà nuovo, il nostro sarà già stato tagliato. Non è dato sapere se ci s'incontrerà in volo o di nuovo a terra.

Questo o quel colmarsi è intermittente e si alterna a brevi intensi scoramenti ogniqualvolta si percepisce la propria impotenza a garantire in ogni momento serenità assoluta o addirittura felicità ai frutti dei propri lombi, cosa impossibile perché altrimenti non sarebbe vita autentica. L'intermittenza è dunque una corrente alternata di pieni e vuoti, di positivo e negativo, di colmarsi e svuotarsi, ma funzionano così anche il pulsare che ci tiene in vita e il respiro.

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bonus e auguri di buon compleanno al mio Lorenzo: Talk Talk, Spirit of Eden (album completo, 1988)

05 maggio 2015

Nuovo esercizio di traduzione

Ecco un twit intraducibile di Bill Murray*:
The amount of people who mix up “to” and “too” is amazing two me.
Leggendolo ad alta voce e trascurando la grafia, significa: "La quantità di gente che confonde "to" e "too" è sbalorditiva per me."
Tuttavia è intraducibile perché il gioco di parole si basa su un'assonanza inesistente in italiano, quella tra "to" (a), "too" (anche) e "two" (due), il cui utilizzo improprio dà origine allo scarto umoristico.

Ho provato dunque a creare un adattamento, stando sempre nei 140 caratteri di twitter, anzi, in meno:
La quantità di gente che non sa quando usare a con l'acca ah dell'incredibile.
Che ne dici? Altre idee?


* in realtà la battuta non è di Bill Murray, ma di qualcun altro, visto che la pagina è una parodia e non appartiene al famoso attore statunitense.

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bonus: Holly Golightly & The Greenhornes, There Is An End

30 aprile 2015

Ripetutamente

La settimana scorsa ho risposto così al quesito con cancelletto #ioleggoperché su twitter:
Leggo perché così un giorno potrò rileggere, e allora sì che.
Sulla rilettura mi sono già espresso (*, **, ***), ma questa volta l'affermazione acquista particolare rilevanza perché sto rileggendo American Pastoral di Philip Roth e l'effetto che mi produce rispetto a cinque anni fa è sostanzialmente diverso.
All'epoca la mia amica Raffa, che mi prestò e poi donò il volume, rimase stupita dal tiepido apprezzamento che riservai a quello che lei riteneva un capolavoro assoluto. Intendiamoci: riconoscevo la grande bravura dello scrittore, ma la lettura non giungeva a toccarmi profondamente né mi suscitava grandissimi entusiasmi.
Ora invece, conoscendo già la storia, leggo scevro da ogni smania di vederla progredire e giungo a considerare godibile ricchezza di enorme spessore, intellettuale e umano, quanto allora mi parve in parte macchinosità e schermo al piacere.
È vero che procedendo di lettura in rilettura si procede lentamente. D'altronde, come recitava il fioraio anarchico (Felice Andreasi) in Pane e tulipani: "le cose belle sono lente".

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bonus: Thomas L. Thomas, Dream (by Johnny Mercer)

29 aprile 2015

Un punto e una ricetta

Non so mica come facciano quelli che seguono certe minchiate in tivù. Capisco che non avrebbe senso sentirsi superiori solo perché di tanto in tanto capita di evitare d'impantanarsi. Inoltre, potrei concederlo, non è detto che i propri pantani siano in assoluto migliori di quelli altrui. Ciò che repelle è il sospetto che tanto la fruizione davvero volontaria quanto il gusto pienamente consapevole siano troppo spesso lontani, lontanissimi, al punto da lasciare il posto all'abbrutimento della passività rassegnata e giungendo perfino all'insopportabile estremo dello zapping infinito condito da infinite lamentazioni. Questo, e in fondo solo questo, è il punto. Di conseguenza, la ricetta è semplicemente: fai ciò che vuoi (Fay çe que vouldras), ma gustandotelo.

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bonus: Thurston Moore, Benediction

28 aprile 2015

Di tanda in tanda

Questo post inizia dal bonus. Una canzone intensa, intensa soprattutto se hai provato l'emozione di ballarla, lasciandoti coinvolgere ma non trascinare, ché devi essere in grado in ogni momento di dominare movenze e intenzioni, coordinandole e possibilmente armonizzandole. Dici tango e senti in sottofondo qualche sbuffo o qualche uffa, comprendi perché sai che se non ci sei dentro è piuttosto difficile apprezzare appieno; eppure continui a dire tango, un po' perché dopotutto sei tu a decidere di cosa parlare, un po' perché se una sensazione tende a traboccare va esternata e non compressa. Come per le lingue o per la musica, o più probabilmente per ogni cosa che conti, il percorso è praticamente infinito: più studi, più scopri le tue lacune e la necessità di colmarle, più impari e più preme l'esigenza di affinare il risultato, sempre troppo scarso. Tuttavia, è consolante rendersi conto di padroneggiare quel minimo che ti permette di poter giostrare un po' sull'interpretazione, incrementando l'intensità e il godimento condiviso di tanda in tanda. È uno dei più bei modi di sudare.

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bonus: Que te importa que te llore, orchestra di Miguel Caló, canta Raul Berón

27 aprile 2015

Sul calendario era segnato in rosso

L'appuntamento era sabato mattina alla Bovisa in bici col fazzoletto rosso al collo. Ancora una volta è stato bello e confortante ritrovarsi a girare l'intero quartiere per portare le corone alle lapidi dei partigiani e fiori alla memoria dei partigiani rimasti senza lapide.
L'entusiasmo ha fatto da traino anche per la manifestazione pomeridiana, dopo di che ho assecondato la necessità fisica di una serata tranquilla, con cena in famiglia riunita per l'occasione e poi con l'abbandono alle arti affabulatorie di Marco Paolini in tivù col suo Album d'Aprile.

Il venticinque aprile per me ha da essere una festa inclusiva. A certe condizioni, ovvio. I presupposti base di un sentire che ritenga inaccettabile la cieca e stupida oppressione brutale sono e devono essere il discrimine tra chi può stare dentro e chi è meglio giri al largo. L'inclusione fa sì che lungo il percorso ci si trovino accanto persone e gruppi dalle posizioni contraddittorie o addirittura contrastanti, minoranze delle minoranze spesso improbabili, oltre che, naturalmente, atteggiamenti diversi per coinvolgimento e talvolta per concezione stessa della ricorrenza e del modo di onorarla. La manifestazione, lo dice la parola, è l'esternarsi di un significato, che nel nostro caso ha carattere prismatico: ne deriva una festa che porta in sé i tratti della commemorazione e della rinascita, del ricordo e del vivere presente, della rivendicazione e della gratitudine, della trasmissione e della condivisione, dei contrasti e della concordia, dell'ancoraggio al passato e dello slancio verso il futuro divenire. Una ricchezza composita da cogliere con gioiosa apertura, buona disposizione e divertito apprezzamento. Senza mai dimenticare che tutto quanto fu fatto e si patì, lo si fece e fu patito con l'obiettivo essenziale di tornare a vivere e di vivere in un mondo e in un modo più bello.

Ho letto e ascoltato musiche e parole che m'hanno confortato nella sensazione di tranquilla serenità quando a metà manifestazione mio figlio s'è sfilato per raggiungere gli amici sullo skateboard. È per il giocondo vivere che ci si gioca la vita, altrimenti che senso ha?

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bonus: MCR, Oltre il ponte

31 marzo 2015

Il maestro scolaro

Sulla neve ci vado di rado ma sempre di buon grado. Di rado davvero: una dozzina di volte in una decina d'anni. Sugli sci ci andavo da bambino in Trentino, poi ho interrotto per lustri e lustri e lustri, fino a quando li ho riagganciati agli scarponi per accompagnare i miei figli sulle piste. In verità, sono più loro ad accompagnare me, visto il divario tra i miei limiti e la loro abilità, acquisita fin da subito.

In questo mese ci sono stato due volte: la prima in una splendida quanto inattesa giornata di sole con tanto di famiglia riunita per l'occasione; la seconda solo io e i pargoli, pronti a sfidare le intemperie annunciate dai bollettini meteo e dal cielo, che invece poi ci ha graziati, consentendoci di godere molte ore di discese.

Un amico che incontro per lo più a tavola dal nostro anfitrione Masciu e che spesso motteggia tra le molte pietanze e libagioni, una volta ebbe a dire: "Tra tutti gli abitanti della Terra ci sono 6 gradi di separazione. Per Zu, sono 3."

Ai Piani di Bobbio, meta di queste recenti gite sciistiche, ho prenotato un'ora di lezione con un maestro della locale scuola sci. Chiacchierandoci mentre salivamo in seggiovia, mi è tornato in mente quel motteggio e la sua dose di verità nel momento in cui ci siamo resi conto di esserci già visti, più di quarant'anni fa, quando io ero piccolino piccolino e lui, Massimo S., era scolaro di mia mamma. Da lì in poi, la lezione è stata ancor più divertente, oltre che proficua. Vado sulle rosse senza ansie né paure.

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bonus: Pentangle, Will the Circle Be Unbroken

20 marzo 2015

Disco d'ombra

All'eclisse ho dedicato solo uno sguardo fugace, brevissimo, perché non ero attrezzato (ho usato una radiografia), ma la bellezza che m'ha strappato un "ooh" di meraviglia s'era già manifestata prima, per strada, mentre tornavo dalla ferramenta che aveva esaurito le lastre da saldatore ch'ero andato a cercare così tardivamente. Ero quasi giunto al portone quando ho sollevato un istante lo sguardo e, grazie allo schermo delle nuvole, ho potuto intravedere il disco nero dell'ombra lunare proiettata di sbieco su un sole che in quel momento, per fortuna, risultava assai pallido.

Se tento di risalire alle esperienze precedenti in tema di eclissi, scopro una memoria zoppicante: ho in mente l'immagine del cielo stellato in pieno giorno, uno stupendo brulicare delicato e transitorio di gioielli rilucenti, ma la ricordo come fosse il video d'un'altra vita, come il ricordo di un ricordo.

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bonus: Mano Negra, Salga La Luna

15 marzo 2015

La scardinatrice

In un pezzo di film visto mentre mangiavo il risotto in un pranzo solitario e tardivo, dopo una corsetta e una doccia parimenti tonificanti, un tizio ha un'epifania grazie al riascolto di una sonata classica. La musica lo scuote e scardinandolo contribuisce alla sua salvezza nell'umana dimensione.

Più volte ho rimarcato la potenza dispiegata dalla musica nel disarticolarci scassinando qualsiasi tenuta, nello sgusciarci lasciando a nudo l'ovale emotivo, nel disarmarci rendendoci però più forti e d'una forza più vera.
Un recente esempio è stato al funerale di zia Giulia, all'inizio del mese scorso. A un certo punto, mentre si apprestavano a issare la bara all'altezza del loculo, mia sorella mi ha bisbigliato una proposta: "Cantiamo Amazing Grace?" Le ho chiesto di accennarmi la melodia e, fermando mia nipote che già stava armeggiando col cell per cercare il testo on-line, ho acconsentito purché la modulassimo senza parole. Eravamo lì tutti e quattro, fratelli e sorelle, cosa che non capita più molto spesso. Al nostro canto muto si è unita almeno una mia nipote, che a un certo punto faceva anche la doppia voce. Era bello, si sentiva una forza promanare da non so dove, anche quando qui e là una o l'altra voce veniva a mancare, sopraffatta dall'emozione.

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Bonus: Amazing Grace

13 marzo 2015

Parola

Alice Avallone mi ha fatto quattro domandine per il suo progetto Digitatack, dove abbina parole a storie creative. La parola che ha scelto per me è Parola.
Qual è stata la prima parola in assoluto di cui ti sei innamorato?

Probabilmente qualche nome femminile. E anche per il resto, il valore affettivo delle parole dipendeva dai loro legame con la realtà. Di certo, una di quelle che pronunciavo di più tra l’infanzia e il primouso della favella era “ancòa”, quando chiedevo a mia nonna di rileggermi per l’ennesima volta la fiaba di turno, che conoscevo a memoria e che perciò doveva essere raccontata per filo e per segno, senza salti né scorciatoie.

Che cosa raccogli sul tuo blog Verba Manent?

Un po’ racconto il mio vivere; talvolta riconfeziono scatole di ricordi; in alcuni casi mi avventuro in equilibrio precario al confine con l’indicibile, nella zona in cui ogni verbalizzazione riuscita significa un insieme di sensazioni catturate alla consapevolezza e alla memoria.

È possibile insegnare a usare bene le parole?

Credo sia possibile aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di usarle.

Quali sono le parole più importanti per te in questo periodo della vita?

Respiro, condivisione, trasmettere, ascolto, vivere, ricordo/memoria, tango, musica, abbraccio.

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Alice la conobbi ch'era pischella, più di dieci anni fa, ma già allora mi fece una piccola intervista in quel di Asti.
In onore della sua città, il bonus oggi è: Sparring Partner, di Paolo Conte.

28 febbraio 2015

Una frase preziosa

Ero in sala d'attesa per un esame di controllo, poi andato bene, e al telefono raccontavo che subito dopo sarei partito per la Romagna perché era morta zia Giulia. Mi sembrava strano e non vero, come d'altronde mi sembra ancora adesso mentre lo scrivo, ma a parlarne la voce di quando in quando mi si strozzava. Alla domanda "Come ti senti?" risposi: "Eh, è un pezzo di me che se ne va."
La zia Giulia, bisogna sapere, non ha mai avuto figli e quando eravamo piccoli è stata spesso a lungo con noi. Nutriva per noi quattro nipotini un affetto forte e profondo e ce lo ammanniva miscelato con un piglio severo ma giusto, mai contestato perché coerente e chiaro. Lei e zio Aldo sono sempre state per noi figure carissime e la loro rara presenza contemporanea un motivo di festa in sé.
Parlando di un pezzo di me che se ne va, pensavo alla condivisione di antiche atmosfere nelle memorie di una persona che ti ha conosciuto e voluto bene fin dai primi vagiti. A quel punto, però, l'empatica amica con cui discorrevo mi ha regalato una frase preziosa: "Non è un pezzo di te che se ne va, è un pezzo di lei che rimane in te."

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bonus: Joni Mitchell, The Circle Game

27 febbraio 2015

Giro di

Quant'è bello condividere la soddisfazione incredula di quando a lezione un passo nuovo riesce quasi subito. Quando poi, prima o poi, riuscirai a eseguirlo davvero dentro la musica, dipingendola un pochino, almeno un pochino; quando riuscirai, con qualche tratto da amatore, ché non si parla di vere pennellate, a godertelo appieno, ecco che sentirai, e condividerai, un clic che è quasi un flash, un sentimento da cui alla fine scaturirà un sorriso complice di approvazione reciproca. Eh, perché un tango è quasi sempre meno di un giro di pista, ma qualche volta, o forse spesso, è meglio di un giro di giostra.

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bonus: Fuimos, orchestra di Osvaldo Pugliese, canta Roberto Chanel

25 febbraio 2015

Passi croccanti

Correndo ripasso sul tratto di sentiero che poche settimane o forse pochi giorni fa era parzialmente coperto di neve, poso il piede dove c'era quel ghiaccio croccante capace d'insaporire il ritmo dei passi incalzanti e del respiro affannato, poso il piede e ora c'è terra umida, erba e fango. Passo e penso che la terra beve e assorbe tutto, compreso il seme schizzato sul pavimento e il detersivo occorso per lavarlo, corro e penso che la Terra beve e poi risputa tutto nell'atmosfera e di nuovo beve e riassorbe, spugna del suo vissuto, spugna del nostro piccolo vivere e dei nostri grandi ricordi. Gira e beve, e sputa e respira, gira e un po' sospira.

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bonus: Sharon Jones and the Dap Kings, This Land is Your Land


a cura di Giulio Pianese

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