Beh, in effetti mi sarebbe servito un giorno in più. E quando non? Il tempo sembra non essere mai abbastanza, in termini di minuti, ore, giorni, anni...
Viene da lamentarsi, certo, invece converrebbe ribaltare la prospettiva e considerare il limite come risorsa. Me l'hanno detto di recente a un corso di formazione, ed è in un certo senso la riformulazione di quanto affermava il mio ex-suocero parlando della vita: "Se non ci fosse una fine, che sfizio ci sarebbe?"
Il tempo e lo spazio sono probabilmente infiniti, ma non nella nostra vita materiale. Lì siamo continuamente obbligati a decidere, a scegliere cosa e dove, non potendo contare su ubiquità e sincronia. Nel tempo come pure nello spazio, insomma, per noi c'è sempre un limite. Occorre riconoscerlo, accettarlo, sfruttarlo in modo consapevole. Altra via non c'è.
Il limite si rivela risorsa utile anche nella scrittura: limite come vincolo (rima, metrica) o limite quantitativo (numero di caratteri, parole, righe). Utile perché funziona nell'attivazione del pensiero, laddove ci si ingegna per adattarvisi, per farsi capire rispettando la capienza. Un'attivazione che ci porta oltre, accompagnandoci a mete impreviste, fino a un dire di cui in partenza non sapevamo.

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