20 marzo 2015

Disco d'ombra

All'eclisse ho dedicato solo uno sguardo fugace, brevissimo, perché non ero attrezzato (ho usato una radiografia), ma la bellezza che m'ha strappato un "ooh" di meraviglia s'era già manifestata prima, per strada, mentre tornavo dalla ferramenta che aveva esaurito le lastre da saldatore ch'ero andato a cercare così tardivamente. Ero quasi giunto al portone quando ho sollevato un istante lo sguardo e, grazie allo schermo delle nuvole, ho potuto intravedere il disco nero dell'ombra lunare proiettata di sbieco su un sole che in quel momento, per fortuna, risultava assai pallido.

Se tento di risalire alle esperienze precedenti in tema di eclissi, scopro una memoria zoppicante: ho in mente l'immagine del cielo stellato in pieno giorno, uno stupendo brulicare delicato e transitorio di gioielli rilucenti, ma la ricordo come fosse il video d'un'altra vita, come il ricordo di un ricordo.

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bonus: Mano Negra, Salga La Luna

15 marzo 2015

La scardinatrice

In un pezzo di film visto mentre mangiavo il risotto in un pranzo solitario e tardivo, dopo una corsetta e una doccia parimenti tonificanti, un tizio ha un'epifania grazie al riascolto di una sonata classica. La musica lo scuote e scardinandolo contribuisce alla sua salvezza nell'umana dimensione.

Più volte ho rimarcato la potenza dispiegata dalla musica nel disarticolarci scassinando qualsiasi tenuta, nello sgusciarci lasciando a nudo l'ovale emotivo, nel disarmarci rendendoci però più forti e d'una forza più vera.
Un recente esempio è stato al funerale di zia Giulia, all'inizio del mese scorso. A un certo punto, mentre si apprestavano a issare la bara all'altezza del loculo, mia sorella mi ha bisbigliato una proposta: "Cantiamo Amazing Grace?" Le ho chiesto di accennarmi la melodia e, fermando mia nipote che già stava armeggiando col cell per cercare il testo on-line, ho acconsentito purché la modulassimo senza parole. Eravamo lì tutti e quattro, fratelli e sorelle, cosa che non capita più molto spesso. Al nostro canto muto si è unita almeno una mia nipote, che a un certo punto faceva anche la doppia voce. Era bello, si sentiva una forza promanare da non so dove, anche quando qui e là una o l'altra voce veniva a mancare, sopraffatta dall'emozione.

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Bonus: Amazing Grace

13 marzo 2015

Parola

Alice Avallone mi ha fatto quattro domandine per il suo progetto Digitatack, dove abbina parole a storie creative. La parola che ha scelto per me è Parola.
Qual è stata la prima parola in assoluto di cui ti sei innamorato?

Probabilmente qualche nome femminile. E anche per il resto, il valore affettivo delle parole dipendeva dai loro legame con la realtà. Di certo, una di quelle che pronunciavo di più tra l’infanzia e il primouso della favella era “ancòa”, quando chiedevo a mia nonna di rileggermi per l’ennesima volta la fiaba di turno, che conoscevo a memoria e che perciò doveva essere raccontata per filo e per segno, senza salti né scorciatoie.

Che cosa raccogli sul tuo blog Verba Manent?

Un po’ racconto il mio vivere; talvolta riconfeziono scatole di ricordi; in alcuni casi mi avventuro in equilibrio precario al confine con l’indicibile, nella zona in cui ogni verbalizzazione riuscita significa un insieme di sensazioni catturate alla consapevolezza e alla memoria.

È possibile insegnare a usare bene le parole?

Credo sia possibile aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di usarle.

Quali sono le parole più importanti per te in questo periodo della vita?

Respiro, condivisione, trasmettere, ascolto, vivere, ricordo/memoria, tango, musica, abbraccio.

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Alice la conobbi ch'era pischella, più di dieci anni fa, ma già allora mi fece una piccola intervista in quel di Asti.
In onore della sua città, il bonus oggi è: Sparring Partner, di Paolo Conte.

28 febbraio 2015

Una frase preziosa

Ero in sala d'attesa per un esame di controllo, poi andato bene, e al telefono raccontavo che subito dopo sarei partito per la Romagna perché era morta zia Giulia. Mi sembrava strano e non vero, come d'altronde mi sembra ancora adesso mentre lo scrivo, ma a parlarne la voce di quando in quando mi si strozzava. Alla domanda "Come ti senti?" risposi: "Eh, è un pezzo di me che se ne va."
La zia Giulia, bisogna sapere, non ha mai avuto figli e quando eravamo piccoli è stata spesso a lungo con noi. Nutriva per noi quattro nipotini un affetto forte e profondo e ce lo ammanniva miscelato con un piglio severo ma giusto, mai contestato perché coerente e chiaro. Lei e zio Aldo sono sempre state per noi figure carissime e la loro rara presenza contemporanea un motivo di festa in sé.
Parlando di un pezzo di me che se ne va, pensavo alla condivisione di antiche atmosfere nelle memorie di una persona che ti ha conosciuto e voluto bene fin dai primi vagiti. A quel punto, però, l'empatica amica con cui discorrevo mi ha regalato una frase preziosa: "Non è un pezzo di te che se ne va, è un pezzo di lei che rimane in te."

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bonus: Joni Mitchell, The Circle Game

27 febbraio 2015

Giro di

Quant'è bello condividere la soddisfazione incredula di quando a lezione un passo nuovo riesce quasi subito. Quando poi, prima o poi, riuscirai a eseguirlo davvero dentro la musica, dipingendola un pochino, almeno un pochino; quando riuscirai, con qualche tratto da amatore, ché non si parla di vere pennellate, a godertelo appieno, ecco che sentirai, e condividerai, un clic che è quasi un flash, un sentimento da cui alla fine scaturirà un sorriso complice di approvazione reciproca. Eh, perché un tango è quasi sempre meno di un giro di pista, ma qualche volta, o forse spesso, è meglio di un giro di giostra.

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bonus: Fuimos, orchestra di Osvaldo Pugliese, canta Roberto Chanel

25 febbraio 2015

Passi croccanti

Correndo ripasso sul tratto di sentiero che poche settimane o forse pochi giorni fa era parzialmente coperto di neve, poso il piede dove c'era quel ghiaccio croccante capace d'insaporire il ritmo dei passi incalzanti e del respiro affannato, poso il piede e ora c'è terra umida, erba e fango. Passo e penso che la terra beve e assorbe tutto, compreso il seme schizzato sul pavimento e il detersivo occorso per lavarlo, corro e penso che la Terra beve e poi risputa tutto nell'atmosfera e di nuovo beve e riassorbe, spugna del suo vissuto, spugna del nostro piccolo vivere e dei nostri grandi ricordi. Gira e beve, e sputa e respira, gira e un po' sospira.

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bonus: Sharon Jones and the Dap Kings, This Land is Your Land

20 febbraio 2015

Invece di

Probabilmente sono spesso troppo ottimista o troppo ingenuo, ma la consapevolezza di ciò non mi conduce ad atteggiamenti cinici, anche laddove sta in agguato la rassegnazione, pronta a divorare come un contagio le energie fattive.
Certo le immediate conseguenze di un atteggiamento oltremodo fiducioso comprendono talvolta un certo carico di incazzature per le esagerate discrepanze tra aspettative e realtà, più di rado qualche delusione, ma più spesso succede che da apertura nasca apertura, che sorriso coltivi sorriso, che un gesto gentile innaffi fiori futuri.
Perfino in contesti improbabili, decisamente improbabili, come in quell'assemblea condominiale in cui mi sentii pronunciare un discorso conciliante e questa conclusione: "Non siamo millesimi, siamo esseri umani."
Insomma, come dice la canzone ascoltabile dal bonus sottostante: invece di sentirti triste, lasciati entrare il sole nel cuore.

P.S.: a proposito di contesti improbabili, vedi anche l'ormai antico post: Frasi da ascensore.

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bonus: Madeleine Peyroux, Instead

31 gennaio 2015

Un pezzettino di sé

Era un giorno di sole di un weekend di gennaio, ero solo ad aggirarmi tra lapidi e tombe nel cimitero di Galeata. Un po' mandavo saluti e sorrisi agli antenati, un po' cercavo di abbracciare con lo sguardo tre torri contemporaneamente: quella campanaria della chiesa in centro, quella medievale del palazzo del Podestà e il campanile a vela della chiesetta della Madonna dell'Umiltà. Quest'ultima era particolarmente cara alla mia nonnina e di tanto in tanto vado ad accenderle un cero, non da credente ma perché so che le avrebbe fatto più piacere di un mazzo di fiori. Comunque, mi trovavo in quel cimitero che è per me un posto speciale: oltre a essere del mio paese natale, è il luogo in cui vorrei essere sepolto quando verrà il momento, sia per un senso di compiutezza, sia perché mi piace un sacco, circondato com'è dalla vista delle colline che inconsapevolmente disegnavo da piccolo.

A un certo punto, con gli occhi tesi a sbirciare tra gli alberi nel tentativo di abbraccio architettonico descritto sopra, sono stato preso da una sorta di euforia malinconica, una coincidenza degli opposti capace di comprendere pienezza e perdita, il tutto mentre canticchiavo un motivo degli anni ottanta che allude al distacco e alla parcellizzazione modulando leggiadro: "Ogni volta che te ne vai, porti con te un pezzo di me". In effetti, pensavo, è proprio quel che succede quando muore qualcuno che ci conosceva: un pezzetto di noi se ne va. Inoltre, pensavo, in parte vale anche per i vivi, quando ci si separa proprio.

Poi, per sorte di quell'euforia malinconica di cui dicevo, m'è venuto di sentire come e quanto tale parcellizzazione sia anche una moltiplicazione. Una moltiplicazione dei riflessi, delle sfaccettature, come su una superficie d'acque mosse da piccole onde. Dalle piccole onde alle Ondine ci passa una bracciata di credulità, ma il mare del vivere si droga di soprannaturale e chi lo coglierà dentro di sé sarà fuori di sé dalla gioia, incontenibile come un'effusione di bolle più leggere dell'aria, che un attimo prima di scoppiare avranno rispecchiato le luci e i colori del mondo insieme al sorriso inebetito alimentato da un flusso che dalle piante dei piedi piantati a terra attraversando vertebre midollo carni e fluidi vari sgorgherà nel respiro d'un abbraccio allargato alla meraviglia e il bimbo sarà zuppo di gaudio per quell'unico istante in cui le tre torri si sono lasciate sfiorare dallo sguardo e dal sole, appena in tempo prima delle nuvole e dell'imminente partenza.

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bonus: Paul Young, Every time you go away


a cura di Giulio Pianese

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