31 maggio 2019

L'iceberg del dolore

L'altra mattina sono caduto dalla bici e ho ancora le ginocchia sbucciate, come da bambino.
È successo mentre salivo di fretta sul bordo basso del marciapiede vicino all'entrata della Mazzini: un po' l'asfalto bagnato, un po' l'effetto rotaia, la ruota mi è scivolata di lato e ho dovuto lasciar andare il velocipede evitando di poco un impatto diretto con le auto parcheggiate. Sono atterrato nello spazio tra due veicoli, riuscendo a rimettermi in piedi senza nemmeno imprecare.
Al momento ho avvertito solo il dolore delle escoriazioni e ho fatto lezione normalmente, dopo essermi medicato grazie al kit gentilmente improvvisato da Frankie, storico e mitico bidello. Solo il giorno successivo sono emerse le acciaccature dovute ai colpi e contraccolpi subiti.

Così è l'effetto iceberg del dolore: ciò che spunta all'inizio è solo una minima parte di quanto soggiace. A questo penso, e un po' lo temo, quando sbuffo, m'arrabbio e mi struggo espirando il vuoto mentre fatico ad accettare l'irreversibilità degli eventi.
Per l'animo ferito dispongo innanzi all'occhio della mente gli antidoti: in primis la memoria, dettagliata forza del ricordo a scongiurare il tempo perduto, con la consolazione delle felicità passate, poi la ragionevolezza, capace di accompagnare l'accettazione, quindi gli affetti, potenti lenitivi ed efficaci nutrienti, non ultimi gli scambi d'energia umana, molteplici canali aperti e all'apparenza inestinguibili, e infine la consapevolezza dell'infinita finitezza di noi tutti, irresistibile magia di questo esistere.

E tuttavia, sai che c'è? Mi sta un po' sul cazzo l'irreversibilità degli eventi.

30 maggio 2019

Teacher

I ragazzi della 4a C stanno terminando il percorso scolastico al CIOFS e hanno realizzato un video con dediche a ciascun insegnante.
A me è toccato questo bellissimo pensiero:



He said "learning is never ending"
He put his heart out on teaching
So here we are thanking
Our Prof. Pianese who's watching

Bello perché centrato: "non si finisce mai d'imparare" lo dico sempre, e il cuore ce lo metto tutto.

11 maggio 2019

Papà Umberto

L'avevo scritto in piccolo: "papà mi manchi già", in fondo a una pagina ancora vuota del libricino delle firme, e solo dopo che s'è riempito sono andato a ripescare la scritta per accostarvi il mio nome. L'avevano appena portato lì, nella saletta condominiale che anni e anni fa aveva già accolto la nonna Teresita, ricomposto ed elegante nel suo completo gessato del giorno del matrimonio (completo mai più indossato da lui, che era aumentato di svariate taglie, ma utilizzato da me occasionalmente in gioventù per variare il look e da allora conservato nei miei armadi; pensando a quanto era dimagrito nell'ultimo anno e soprattutto durante l'ultimo lungo ricovero, m'è venuta l'idea di consegnarlo alla casa funeraria perché glielo facessero indossare). L'avevano appena portato lì, ricomposto nella bara, e il freddo della sua pelle era pungente quanto quello del vento che fuori soffiava facendosi gelida corrente sotto il porticato del palazzo. La duplice assenza di calore raggelava il cuore distillandone lacrime disperate.

Per lunghe ore e per tutto il giorno seguente, a nulla valeva farsi forza ogniqualvolta un qualsiasi riferimento verbale riportava all'evidenza l'enorme e triste perdita. Per questo su facebook scrivevo:
Le parole mi squassano. Come le leggo, le dico o le pronuncio, gli argini s'infrangono. Però di lì dovrò e vorrò passare. Ne scriverò e ne dirò. Intanto, l'immagine dell'estate scorsa che abbiamo scelto per ritrarlo. Con tutto il bene del mondo, il nostro papà Umberto, 6/6/1931 - 5/5/2019
Il giorno dopo (un lunedì al quadrato) sono andato lo stesso a scuola, dove ho insegnato per sei ore, piangendo solo negli intervalli tra una lezione e l'altra. Nel pomeriggio ero di nuovo accanto alla bara aperta, ma già il freddo veniva contrastato da un sole meno timido e dall'andirivieni ancor più nutrito di parenti e amici. Come viatico per la nottata, non sono mancato alla lezione di tango, dove musica e abbracci mi hanno aiutato moltissimo a staccare un po'.

Prima, per due mesi ci eravamo alternati tutti quanti (due fratelli e due sorelle, più la nostra mamma, i nostri figli e familiari, vari parenti e amici) per lasciarlo solo il meno possibile nelle peripezie ospedaliere iniziate a causa della frattura di un femore. Eravamo stati molto con lui, spaventandoci in più occasioni e risollevandoci insieme alle sue condizioni, purtroppo ogni volta un gradino più in giù della precedente. Come sempre succede, tuttavia, mi sembra di non esserci stato abbastanza: quel che soprattutto urla è il rammarico per la penultima sera, giunta dopo una giornata in cui papà sembrava quasi sulla via della ripresa: pur essendomi fermato lì oltre l'orario consentito, so che avrei potuto trattenermi ulteriormente e che l'avrei fatto se avessi potuto immaginare il seguito.

L'ultima notte io e mio fratello (con sua moglie) eravamo lì ad accarezzarlo fino alla fine anche se non era più vigile, con la saturazione che si abbassava e la pulsazione che s'affievoliva. Com'è sottile il confine! Com'è sottile, e non capisci più se il battito c'è o s'è arrestato, non lo capisci più nonostante il monitor, con l'allarme che continua a suonare e a essere annullato, perché non c'è un arbitro che fischia, è un digradare attraverso un territorio incerto, un territorio misterioso che si estende tra un qui e un lì di cui non sappiamo poi tanto. Le carezze non sono cessate neanche dopo il tracciato ufficiale (20 minuti di ECG piatto), quando siamo rientrati nella stanza insieme alla mamma che era sopraggiunta con le nostre sorelle e abbiamo continuato a sentire il calore del suo sangue, che è anche il nostro.

All'alba mi sono coricato e il sonno tardava a sopraffarmi, mentre s'affollavano numerosissime le immagini delle ultime settimane, tutte d'ambientazione tristemente simile, seppur piene di tenerezza. Allora ho fatto un esercizio mentale analogo a quando si pratica la respirazione profonda, diaframmatica: rilassando il cranio e chiudendo le palpebre, ho permesso alla memoria di fluttuare, come se sovrastasse immensi campi fioriti. Sono così emerse varie immagini, ricordi recenti o lontanissimi, di qualche anno o di pochi mesi, di diversi decenni o di qualche lustro, tutte testimonianze di una vita ricca di affetto e cura, di particolari spassosi o di normalità rassicurante, di senso della famiglia e di semplicità, quasi fosse ovvio essere un papà così bravo. Così bravo e così normale, capace di non lamentarsi mai per i doveri e le incombenze, dotato di un'acutezza mascherata da una grande adattabilità e dall'accettazione, ma pronto a incazzarsi platealmente e rumorosamente per quisquilie, alternando pazienza e irascibilità in modo quasi incredibile. Capace di godersi la quotidianità e sempre contento di accogliere, ha saputo trasmetterci un affetto indiscutibile e tutti i riferimenti necessari senza dover usare molte parole.

Sull'urna lignea predisposta per accogliere le sue ceneri, noi figli e nipoti abbiamo scritto o disegnato con dei pastelli forniti dall'impresa funebre. La mia frase l'ho scritta in rosso e firmata in blu: "Che bello è stato avere te come papà!".

Al funerale di papà ci sono stati più abbracci che in una bella serata di tango.

In chiesa, gremita di persone care, non avevamo previsto musica, troppo presi da tutto il resto, ma una signora al microfono intonava i canti liturgici. Dal primo banco, ho cantato anch'io quelli che conoscevo e nonostante l'emozione me la spezzasse, sentivo la mia voce uscire e amplificarsi quasi come nel tempo in cui ce l'avevo. Mia sorella Teresa che mi sedeva accanto a un certo punto si è messa a fare le doppie voci ed è stato bello.
Dopo la funzione, usciti sul piazzale ci siamo soffermati a salutare e salutarci prima che il carro funebre si avviasse al tempio crematorio. È stato un bagno di calore affettuoso, tanto calore e tanto affetto, molti abbracci e baci e sorrisi e un po' di piantoriso, una sorta di malinconica euforia, di gioia vitale in contrasto con la "sorella del sonno", ladra di un pezzo di noi che se n'è andato, ma impossibilitata a rubarci quanto di lui è in noi.

In casa della mamma, dove noi familiari siamo saliti con gli amici che hanno potuto e voluto farlo, a un certo punto l'atmosfera si è evoluta in una vera e propria festa, con focaccine, pizzette e biscotti, bibite e vino, tante chiacchiere e ricordi, parecchi aneddoti, alcuni "cult", altri di cui non rammentavamo l'esistenza, tante tessere del mosaico della memoria collettiva, quella in grado di far rivivere i tratti di chi ci manca, di renderlo presente anche se fisicamente non c'è più. "Ma quanto sarebbe stato contento Umberto di una cosa così?" ci siamo detti, credo a ragione, conoscendo il suo gradimento per la convivialità allargata.

E continua a volteggiare la rete di connessioni, intrecci, scambi e affetti che sa pescare dai fiumi di vita vissuta innumerevoli guizzanti esemplari, vivissimi istanti che niente e nessuno potrà portarci via: tutte cose che aiutano ad attraversare meglio il dolore, la tristezza e la malinconia, condendoli di gusto per le cose presenti e passate, di voglia di futuro e di interazioni affettuose.

Ecco, sintesi consolatoria e tanto vera, le parole che abbiamo fatto stampare sul retro della foto ricordo:

Qualcosa di te
in ciascuno di noi
per sempre.

20 aprile 2019

Nodi d'impermanenza

Tenere insieme tutti i fili è sempre più difficile, succede se non soffochi l'inclinazione a essere nodo relazionale ampio e aperto. La difficoltà nasce dall'esigenza di scegliere di momento in momento quali azioni intraprendere in via prioritaria tenendo conto degli impegni, degli affetti, degli auspici.

Dalla tensione a ricomporre il puzzle identitario del nostro intorno, sia esso ampio e rarefatto o circoscritto e denso, di quando in quando scaturisce un temporaneo blocco delle iniziative, blocco che va forzato per ripartire a essere e fare. Dopotutto, il più delle volte, basta darsi una mossa e il resto vien da sé, si spera.

Possiamo stare seduti sul cuor della terra, ma non siamo obbligati a restarci per sempre. Muovendosi anziché star fermi e facendolo in due, come succede nel tango in abbraccio chiuso, aumentano massa e velocità. Essendo queste le condizioni per il rallentare del tempo*, ecco spiegato il motivo per cui il ballo ringiovanisce.

Tenere insieme i fili vuol dire anche miscelare situazioni e iniziative, incontrando e facendo incontrare persone di ambiti differenti e dagli interessi variegati, oppure vedendo le stesse persone in ambienti diversi dal solito, innescando qualcosa di semplice e quasi banale, ma vero e godibile, come ad esempio un picnic quasitanguero al parco Nord a pasquetta.

* Carlo Rovelli, L'ordine del tempo

31 marzo 2019

Durata più o meno ampia e definita

Qui già il tempo è quello che è: poco, e questi che fanno? Gli rubano un'ora. Poi te la restituiamo, dicono. Certo, certo. Intanto però la corsa si fa più affannnosa, o per meglio dire, più affannoso risulta il pensiero che tenta d'anticiparla. La corsa, di per sé, nemmeno esiste. Anzi, è proprio quando le ondate di "cose da fare" affogano le rive che ci si blocca, non capendo più da che parte cominciare a sbrogliarsela.

Da qualche tempo, prima di iniziare la lezione nelle classi più turbolente in cui insegno inglese, prendo in prestito un orologio, possibilmente con le lancette, e chiedo a tutti quanti di dedicare un minuto a noi stessi, staccandoci per 60 secondi da cellulari, iPad, penne e quaderni, rimanendo svegli e in silenzio. L'idea l'ho presa da una lezione di Lorenzo Pierobon sull'uso della voce in ambito didattico e ho potuto constatare la verità di quanto ci aveva anticipato, ossia il generale gradimento dell'iniziativa da parte dei ragazzi. Per loro soprattutto, ma in fondo anche per molti di noi, non è agevole trovare nel corso della giornata momenti di quiete assoluta in cui ci si possa e voglia concedere il lusso di fermarci.

Riguardo al tempo, quel che succede fermandosi è che un po' lo si rallenta: quasi ne incrementassimo l'ampiezza, come se in un respiro più grande i petali della rosa infinita di ciascun istante trovassero modo di schiudersi, regalandoci per quegli attimi tranquilli un sentore d'eternità. A quel punto, sapremo soppesare l'importanza o l'irrilevanza delle incombenze e percepire quali petali assecondare a seconda delle azioni e modalità che intenderemo consacrare come irrinunciabili.

07 febbraio 2019

Un mare di roccia

Ad avere pazienza e abbastanza tempo, ci si renderebbe conto che le montagne non sono altro che un mare fatto di roccia, un mare terrestre dal respiro lentissimo e ampio, con qualche singulto che qua e là talvolta ci fa sobbalzare. Le catene montuose in prospettiva a scolorare, fascinose onde al rallentatore, frantumano il senso del tempo che crediamo nostro, dilatandolo e riducendolo con il loro quieto mantice impercettibile all'occhio minuto. Sospeso a mezz'aria lo sguardo, incerto tra materia e divenire si posa e rivola, s'allunga e riviene. In balia della malia vogliosa ad un tempo di tattilità e fluttuazione, si perde e si riperde, finché nel ritmo di un nuovo respiro ritrova il suo mare interiore, goccia non meno magica di quello più grande, là fuori e tutto intorno.

27 gennaio 2019

Giornata della smemoria

La fame. Il freddo. Il disagio di non potersi lavare. I pruriti. La sete. La fame. Il freddo. La sporcizia. La fame. La debolezza. Il freddo. L'impossibilità di riposare. La fame. La stanchezza. La sete. Lo sconforto. Il freddo. La mancanza di prospettiva. La paura. I dolori. Il disagio di patire ogni patimento. L'assenza di prospettiva. Il freddo. La stanchezza. La disperazione. La sete. Il dolore. Il disagio delle ferite non curate. Il non potersi lavare. Le rogne. La fame. La stanchezza. L'assenza di umanità. La disperazione. L'oblio del Sé. Fame sete freddo stanchezza oblio. Disperazione oblio. Il patimento dei patimenti.

Perché perché perché perché perché perché perché?
Perché?
Perché allora? Perché adesso? Perché ancora? Perché?

Ricordiamoci la nostra umanità per riconoscere quella degli altri. Ricordiamoci per riconoscerci.
Non tutto è perduto finché noi siamo noi e diamo spazio all'essere più che al negare.

Che l'amore possa sconfiggere la paura, sì, paura, poiché altro non è che paura quella prepotenza esibita e urlata: paura e pura debolezza.
Che l'amore dia la forza di superare paure e debolezze, le stupide paure dei prepotenti senza potenza umana.

Chi nega (e annega) l'altrui umanità, nega e annulla la propria.

08 gennaio 2019

Qui peraltro non s'era mai chiuso

Pare ci siano diversi blog d'epoca che in questi giorni, stiracchiandosi dopo un lungo sonno, contravvengono alla regola della Pizia (roba da Blog Club, più o meno). D'altro canto, non vedo perché non debba valere anche la regola di Livefast.

Comunque sia... ciao con la manina a Strelnik, al Many e a Mirumir, tanto per cominciare (qui m'era uscito un refuso che val più d'un lapsus: "tango per cominciare").


a cura di Giulio Pianese

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