29 agosto 2013

Dare un nome al viaggio

Chiamare una nuova città col nome della tua vecchia città cos'altro significa, se non che hai viaggiato in tondo? Forse, che credi di aver viaggiato talmente tanto in tondo da aver fatto ritorno alla località di partenza? Un mancato distacco illusorio, un falso ritrovamento laddove dovresti ripartire da zero, un maldestro trasloco di quanto non si può trasportare senza finzione.

Ebbene? Un po' d'indulgenza, perbacco! Un conto è un viaggio d'andata e ritorno, ben altra cosa è un trasferimento definitivo, di quando sai che per uno o più motivi non ti sarà più possibile tornare indietro. Qualche trucchetto di autoconforto andrà pur concesso, e la possibilità di crederci, sebbene sia come un filo d'Arianna senza nessuno a tenerne l'altro capo.

Inoltre, un viaggiare non è uguale preciso a un altro. Esiste il tutto organizzato da prima, tutto previsto compresi gli intoppi, tutto preciso compresi i contatti, mai staccati, piccolo mondo privato lì a scrutare attraverso il microschermo con cui inquadri i tuoi giri, ma esiste anche il partire senza la sicurezza di aver chiuso il gas o saldato le pendenze, né di aver preso con sé biglietto e documenti. Esiste poi la fuga senza un recapito certo, esiste l'ignoto che si allarga piano piano fino all'intero orizzonte, luce abbagliante, sete, buio pesto, brividi di freddo, sale e vento su labbra riarse.

Eppure, dalla sciocchezza delle futilità all'ultima speranza di uscita da un dramma, ogni viaggio è come un regalo, che dovrebbe contenere un po' di te, un po' dell'altra persona, un po' di quel che sta a metà tra voi due: sostituisci alle due persone i luoghi di partenza e arrivo, e te ne convincerai.

27 agosto 2013

I have a dream

Se mi chiedi qual è il mio sogno, non ti so rispondere.

Avere un sogno significa volere qualcosa di molto preciso al di sopra di tutto il resto e, auspicabilmente, essere disposti a fare di tutto per realizzarlo. Un sogno così non ce l'ho, un sogno unico e definito non rientra nel mio sguardo. Quel che riesco a vedere sono tanti piccoli sogni parcellizzati e che variano secondo le circostanze.

Forse avrò uno sguardo troppo corto e desideri troppo flessibili, ma fatto salvo il bene immenso per gli affetti cardine e i più stretti legami di sangue, fatto salvo il bene diffuso in andirivieni tra i palpitar di sorrisi e i pensieri di buone vibrazioni, quel che permane è l'impermanenza, un paesaggio di interessi e apprezzamenti e di fruizioni e godimenti fatto di bellezza imperitura ed effimera al tempo stesso.
Mentre lo dico, penso a un cielo mutevole e al suo ineffabile incanto, alla lontananza e alla vicinanza entrambe vertiginose e vorticanti, al perdersi per ritrovarsi, alla grandiosità di un puntino insignificante nel marasma e che pure, nella sua fragilità, trova nicchie di essere, ed è.

Non dimentico che per gran parte degli esseri umani tutte queste sensazioni sono un lusso e che per loro, purtroppo, avere un sogno significa anche solo poter sopravvivere.
Ciononostante, se mi chiedi di un sogno, non mi viene da pensare alle necessità immediate o a quelli che dovrebbero essere dei diritti per tutti i nostri simili, di questa stramba e troppo spesso molesta specie mortale. Per quelle e per quelli, si può parlare di auspicio, come per la salute propria e dei propri cari. Invece il sogno, una volta soddisfatte le esigenze primarie, sarebbe semmai la possibilità di raggiungere la soddisfazione interiore, o almeno percorrerne la via.

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L'ispirazione per il titolo è un anniversario, quello del famoso discorso di MLK.

24 agosto 2013

Eolomassaggio

Il cielo, complice un vento imbuferito, fa una doccia energica alla città e ai suoi dintorni.
Un mio nipotone, quand'era piccino, mimando con le mani il movimento in verticale e in orizzontale, diceva: "Quando scende così è pioggia, quando invece scende così è tempesta." Dunque è stata tempesta, or ora, con Eolo, vestito per l'appunto da bufera, impegnato a non lasciar toccar terra alle cateratte prima che avessero percorso qualche decina di metri a sghembo. Ero lì lì per uscire e invece ho dovuto chiudere vetri e tapparelle, a far doppia diga agli scrosci.
Sta piovendo normalmente adesso e pare sereno, al confronto. Tutto è relativo e niente è grave da dietro i vetri, che ora però rispalanco.

23 agosto 2013

Tanto tango

A quanto pare, l'augurio di un anno pieno di tango continua a funzionare, considerando che anche in ferie ho ballato, anzi, l'ho fatto da un capo all'altro della penisola, dal Salento all'Alto Adige.

All'inizio del mese a Nardò, provincia di Lecce, insieme alla gentile Viviana ho partecipato alla milonga in piazza davanti al castello di Acquaviva. Dapprima abbiamo ballato con musica dal vivo, grazie all'esibizione degli Alma de Tangos, trio formato da un fisarmonicista, un chitarrista e una cantante, bravi ed efficaci, poi sulle selezioni del musicalizador Luca Ortolan. Tutto questo, dopo che ci eravamo gustati uno spuntino nella bellissima piazza Salandra e un breve giretto turistico nel centro storico, con visita al terrazzo di un ristorante suggestivo, quello del Relais Il Mignano. È stata, tra l'altro, l'ennesima riprova della bellezza delle terre salentine (del mare, già si sa).

La notte di san Lorenzo, invece, me la sono goduta sulla terrazza delle distillerie Roner a Termeno, non per niente sulla Weinstrasse, poco a sud di Bolzano. Ero reduce da una bella giornata in montagna, ma la milonga serale non è stata da meno, grazie alle musiche del TJ Beppo e alle splendide tanguere che mi hanno onorato della loro compagnia in pista. Le ringrazierei tutte se non temessi di omettere qualche nome... Va be', ci provo comunque: grazie a Tania, che mi ha introdotto all'ambiente, poi a Miriam, Lidia, Monica, Karin, Silvana, Elena, Donatella, Brigitte, Laura e Christina, sperando non passi troppo tempo prima della prossima volta.

Il tango continua anche qui in zona: a Milano e dintorni le occasioni sembrano moltiplicarsi, tra milonghe fisse ed eventi occasionali. Prima di ferragosto sono stato alla fata verde per la milonga all'aperto organizzata da Hierba Buena, ieri sera ho partecipato alla riapertura dello Spazio A (sala piccola) dopo la pausa estiva, invece stasera ho dato forfait nonostante inizialmente mi allettasse l'illegal di corso Garibaldi angolo Moscova, ma bisogna rassegnarsi: non si può fare tutto e in fondo è bene che sia così.

21 agosto 2013

Dal balcone

Ho controllato: non è blu nemmeno stasera, la luna. Riabbassando lo sguardo, i colori si presentano attenuati, risaltano solo le luci in cima a quel palazzo, come tre lanterne rosse a proteggerlo dagli schianti di chi volasse troppo basso.
Eh, già, volare troppo basso è difficile e pericoloso: senz'altro meglio librarsi a respiro più ampio, slanciandosi oltre i timori da sguardo corto e affannato. Per farlo, tuttavia, occorre una rincorsa abbastanza lunga e decisa: volare, insomma, richiede di saper partire coi piedi per terra.
Finisco il gelato e riguardo in su. Non è blu, la luna, ma tutt'intorno sì. Buonanotte.

20 agosto 2013

È tutto un insieme di cose

Guardo fuori, osservo il modo in cui il vento muove la luce sulle foglie e penso che a lavorare con questa giornata fantastica mi sembra di stare agli arresti domiciliari. Però non ho l'interdizione ai pubblici uffici, così almeno stamattina sono potuto andare in posta a pagare una multa di venticinque euro per un tagliando del parchimetro scaduto da quindici minuti. Quindi dovrò lavorare un po' più del previsto per recuperare, poi guarderò fuori e osserverò il modo in cui il vento...

19 agosto 2013

Ricoperti

Ho comprato una scatola da sei mottarelli e li ho fatti fuori in un giorno e mezzo. La confezione li vende come "lo stecco dei ricordi".
In effetti ho memoria di quando un Mottarello costava cento lire, ma da piccolo preferivo risparmiarne cinquanta in più e optare per il Trifoglio, un piacere da 150 lire. Piacere di gusto, ma anche tattile, con quel ricoperto dalla protuberanza tripartita e geometricamente equilibrata. Piacere di gusto, ma anche di quantità, con quel 50% in più di gelato da mangiare. Con duecento lire si poteva acquistare il Quadrifoglio, ma non lo prediligevo, perché la sua era una simmetria affollata che qualcosa toglieva, anziché aggiungere, al piacere di ogni singolo morso. In rete trovo solo l'immagine del "trifoglio besana", comunque rende l'idea.
Il Trifoglio fu il mio ricoperto preferito in assoluto finché non mangiai il pinguino a Camogli.

18 agosto 2013

Porte

Non c'è un unico metodo di aprire le porte: per alcune bisogna spingere, per altre tirare. Quando credi di avere imparato, memorizzandole una per una, niente di più facile che ti ritrovi dall'altro lato, dove l'azione necessaria s'inverte.
E questo è niente: per poterle aprire, bisogna riconoscerle. Trompe-l'oeil, armadi, specchi, sgabuzzini sono solo alcuni degli ostacoli che si possono frapporre tra te e un'onorevole uscita dal locale in cui ti trovi.
Non c'è nemmeno bisogno che siano chiuse a chiave per metterti in difficoltà, però l'esistenza di chiavi non va trascurata, per non parlare di chiavistelli, lucchetti, serrature a combinazione o elettroniche, blindature: sono i casi in cui all'abilità personale andrà affiancato uno strumento idoneo.
D'altro canto, se una porta non si apre, è pur sempre possibile cambiare strada... e no, la storiella del portone non la cito e non la bevo, anzi, fa' attenzione: all'apertura improvvisa, un portone addosso può far male!

17 agosto 2013

Su antiche note

In diversi casi, tenersi in contatto di tanto in tanto significa semplicemente dirsi: "Ti ricordo ancora".

16 agosto 2013

Un setaccio

Se avessi tenuto un diario su un quadernino come facevo da piccolo, ai tempi delle prime gite con la cantoria di Seregno negli anni settanta, avrei appuntato la cronologia di ogni singola tappa e forse di ogni singola attività turistica nel viaggio che a luglio m'ha portato con i miei figli verso la vacanza salentina.
Se l'avessi scritto in quel modo, probabilmente mi sarei ritrovato una serie di fatti spiattellati in modo semplice e preciso, quasi un'intelaiatura nuda, privata di molte sfumature, ma di certo utile come riferimento quando poi avessi deciso di riportare la mente allo scandaglio del vissuto.
In verità, non serve scrivere tutto se è vero, come è vero, che un qualsiasi piccolo spunto basta a far riemergere intere fette di esistenza, come un punta col suo iceberg. Però scrivere serve, è un setaccio che trattiene un poco di vita in più, o che, diciamo, almeno qualche volta può aiutare a farlo.

15 agosto 2013

Lavoro si dice fatica

Non ho pregiudizi che m'impediscano di lavorare a Ferragosto, però oggi fatico, soprattutto perché avrei voglia di fare altro: e invece, oltretutto, ho saltato l'Idroparty oggi, la festa al Carroponte o una possibile milonga stasera, mi sono astenuto dal telefonare a qualcuno in zona per organizzare qualcosa e, ovviamente, dall'accettare inviti per ulteriori vacanze o gite brevi.
È che Milano in agosto, soprattutto dopo il 10, per un po' diventa bella e godibile, dunque pare un mezzo sacrilegio non approfittarne: il clima d'un tratto è ideale se non addirittura freschetto, il traffico è rarefatto, chi rimane è meno stressato e meglio disposto ai divertimenti, le iniziative e le occasioni non mancano.
O forse è solo che mi manca troppo un'ebbrezza mai provata in vita mia: quella di farmi le ferie pagate. Una sensazione che accosterei ai miei due esempi principi di dolce far niente.

14 agosto 2013

Zing e zang

C'è la mezza luna e un bel cielo fresco con qualche nuvola tono su tono, c'è Venere all'occaso che brilla sui colori del crepuscolo, c'è in giro tanto da fare e da guardare, ma per una sera me ne starò tranquillo. Tranquillo sul fare perché devo puntare un po' sul lavoro e un po' sul riposo, tranquillo sul guardare perché se vuoi vedere non devi cercare.
Quest'ultima cosa me l'ha ricordata il firmamento nella sua emissione notturna tra sabato e domenica, al ritorno dalla bella serata di tango altoatesina. Nel cuore della notte di san Lorenzo, appena rientrato a Castello di Fiemme, mentre camminavo dal parcheggio a casa, ho alzato lo zaino delle scarpe da ballo fino a coprire alla vista la luce dei lampioni e, immediatamente, non solo la stellata s'è accesa, ma è sfrecciata, zing, una stella cadente da destra a sinistra. Il tempo di sorridere, fare tre passi, ripetere il gesto dello zaino e zang, stavolta da sinistra a destra, un'altra stella cadente ad aprirmi il sorriso.
In entrambe le occasioni avevo rivolto lo sguardo verso l'alto solo per godermi la meraviglia scura punteggiata di luci cosmiche ed ero stato premiato con lo spettacolo aggiuntivo delle scie luminose senza nemmeno il tempo di pensare a un desiderio né, tantomeno, di esprimerlo. A quel punto, pochi passi dopo, ho provato una terza volta a guardare all'insù riparando la vista dall'invadenza delle poche luci elettriche, ma in questo caso, evidentemente, lassù si sono accorti* che non mi stavo limitando ad ammirare la volta celeste in versione blu scuro, bensì che miravo a rimirare un'altra stella cadente e per questo, credo, l'ulteriore bonus mi si è negato.

* semicit. Troisi.

13 agosto 2013

A piedi nudi sul terrazzo

L'unico motivo di contrarietà alle ferie in settembre è che in quel periodo, dopo la doccia serale, l'aria non è più abbastanza calda. Il fatto è che alla fine voglio stare con i piedi asciutti e poi mi piace che il costume risciacquato o il telo ancora umido si asciughino in fretta.

L'ideale, da quel punto di vista, è rappresentato dal calore delle pietre di un terrazzo inondato di sole e d'azzurro, calore che arriva a scottarti i piedi nudi anche pochissimi minuti dopo la doccia e senza nemmeno bisogno di usare un asciugamano. Di recente ho provato questa sensazione a Gallipoli, nella casa delle vacanze bella e accogliente della tanguera Viviana (che l'affitta, come puoi vedere qui).

Fu, quella, una giornata memorabile vissuta insieme ai miei figli. Il privilegio di visitare il centro storico dall'interno, utilizzando quella casa come base, ci permise di poter contare su una doccia dopo il bagno mattutino alla spiaggia della Purità, lambiti dal sole sul terrazzo panoramico e dalla frescura postprandiale all'interno delle spesse mura, per lasciar godere il corpo anche durante la digestione delle linguine con le cozze preparate ad arte dalla nostra ospitalissima ospite.
La casa è una bellezza incastonata tra altre bellezze, con scorci imperdibili sia nelle viuzze d'intorno, sia entrando dal portone del palazzo d'epoca e salendo le scale sulle quali graziose affacciano asimmetricamente altre abitazioni, sia e soprattutto dalle finestre e naturalmente dal terrazzo, dotato anche di un "mirador" che lo sovrasta, innalzando ulteriormente la visuale sugli altri edifici e terrazzi e sui loro incastri apparentemente labirintici.

Nel tardo pomeriggio ci deliziammo dal Gelataio matto, dove su suggerimento di Viviana abbinai al gusto caffè l'esclusiva "crema Plombiers". Poi, dopo un giro turistico a piedi e in bicicletta per tutto l'isolotto, tornammo in spiaggia fino al tramonto. Dopodiché, a un aperitivo coi ricci fece seguito l'approvvigionamento di "pucce" e fritture varie che andammo a scofanarci sul terrazzo, accarezzati da luna e stelle.
Stavamo per andarcene, quando partirono i fuochi d'artificio, e come rinunciare? I festeggiamenti per santa Cristina, patrona della città, erano stati annunciati dalle numerose luminarie e dal palo della cuccagna allestito al porto e sul quale nel pomeriggio in tanti avevano tentato la fortuna e la propria abilità, finendo per lo più in mare, accompagnati da musica e canti, fino allo spettacolare "rompete le righe", con sirene di varie imbarcazioni e molti tuffi, nel momento in cui uno più bravo o più fortunato degli altri era riuscito ad acchiappare la bandiera all'estremità del palo scivoloso, aggiudicandosi non so quale premio e tutta la soddisfazione.

E dunque, ci vedemmo i fuochi artificiali fino alla fine. Tutto bello, al punto da farci passare sopra alla successiva coda di oltre un'ora per uscire dal parcheggio del porto, dove avevamo fortunatamente trovato da posteggiare la mattina, occupando l'ultimo posto disponibile in quel momento ("il culo dei Pianese", direbbe l'amica Mistral).

P.S.: auguri, sia pure in notevole ritardo, alle Cristine di tutta la penisola, compresa quella con l'acca che l'altra sera all'ultimo passo dell'ultima tanda mi ha elegantemente avviluppato con un piacevole gancio.

12 agosto 2013

Ruotismi

La Roda di Vaèl è un ingranaggio che fa ruotare intorno a sé il meccanismo della bellezza.
Sabato le abbiamo reso omaggio salendo dal rifugio Paolina al passo Vaiolon (2560 m). Spettacolare da entrambi i lati, paesaggio e roccia, il cammino: il Latemar, gli Oclini in basso tra Corno Bianco e Corno Nero, e tutt'intorno tanto di quel mondo da bearsi, fino al gruppo dell'Adamello innevato in lontananza, tra l'altro; e verso monte, stratificazioni rocciose variopinte, sorgenti a cascatella e fiori alpini. La seconda parte dell'ascesa è stata sul ghiaione e ci ha visti entrare in un nuvolone basso e costeggiare un piccolo ghiacciaio.
Sbucati al valico (ero con mia sorella e i nostri due ragazzi del duemila), ci siamo concessi una pausa per rifocillarci mentre il sole ci graziava nuovamente dei suoi raggi, quindi abbiamo proseguito per scendere verso il rifugio Roda di Vaèl. A un certo punto ho voluto vincere le mie paure vertiginose e sono salito su uno spuntone giusto sopra uno strapiombo, facendomi fotografare. Poi mi guarderò per capire se, come credo, è più spaventoso il pensiero della realtà. In effetti, soffro di più quando vedo gli altri sporgersi o se m'immagino nel vuoto, anziché quando mi trovo fisicamente in prossimità di un dirupo.
Continuando per il sentiero, gli occhi spaziavano dal Catinaccio all'incanto vicino e lontano, giocando a nominare le vette, Piz Boè e Marmolada su tutte, e a individuare le valli. Dopo una partita a carte al rifugio e molto sole a irradiarci, ci siamo riavviati per chiudere l'anello e riprendere la seggiovia che dal Paolina ci avrebbe riportati sulla via per il passo Costalunga.
Un giro soddisfacente e godibilissimo. Ho solo patito un po' per le ginocchia nella discesa finale, ma la sera sono andato ugualmente in milonga, a Termeno.

08 agosto 2013

Erano anni

Ho scaricato un po' di foto dal cellulare al computer. Non ne scatto molte, ma le avevo lasciate accumulare da troppo tempo.
Da un lato, è bello riscoprire immagini sopite dietro l'incalzare di nuovi eventi; dall'altro, mettendo insieme in un rapido sguardo momenti, persone e luoghi diversi e distanti tra loro nel tempo e nello spazio, non si riesce a riassaporarne compiutamente la specificità.
Così come la bellezza va gustata giorno per giorno, anche il suo ricordo va sorseggiato piano piano e un sapore alla volta. Solo dopo averli impressi nei sette sensi, o forse otto se contiamo anche la memoria, si potranno mescolare i menu.

07 agosto 2013

Con latte di mandorla

Del caffè in ghiaccio con latte di mandorla il vizio, a me e ai miei figli, lo diede Viviana sul suo terrazzo di Campi Salentina.
Era stata, quella, l'ultima delle tappe intermedie nel nostro lungo itinerario di avvicinamento a Lu Capu, estremità meridionale del Salento. Una sosta ristoratrice decisa sul momento, concordata telefonicamente on the road e guadagnata orgogliosamente senza ausilio di navigatori né di cartine. La contentezza di aver trovato il luogo si contornava di apprezzamenti estetici per l'inattesa bellezza del piccolo centro storico percorso a basso regime seguendo la nostra ospite che in bicicletta era venuta ad accoglierci alle porte del paese per condurci attraverso un labirinto di strade, viuzze e sensi unici.
Da lì in poi, ne volemmo gustare ogni giorno.

Ieri l'altro mi rammaricavo per essermi dimenticato di acquistare una bottiglia di latte di mandorla "di giù" e mi è stato detto che si può fare in casa. Ho espresso la mia perplessità in vari social network:
* Mi dicono che il latte di mandorla si può fare in casa, ma io le mandorle non so come mungerle.
e da friendfeed e da facebook mi hanno risposto con varie battute e soluzioni, tra cui la seguente ricetta di Elena Barusco:
LATTE DI MANDORLE
Ingredienti:
150 gr. di mandorle
1 bicchiere d’acqua
Facoltativa una quantità di zucchero in rapporto di un terzo del peso delle mandorle.

Sbollentate le mandorle in acqua bollente per circa 5 minuti, quindi eliminate la pellicina che le riveste strofinandole tra le dita, raccoglietele in una bacinella, asciugatele con cura e pestatele nel mortaio o rendetele in poltiglia con il minipimer. Raccogliete la pasta ottenuta in una terrina, con lo zucchero se volete aggiungerlo, e lasciate in infusione per sei ore con il bicchiere d’acqua. Filtrate il liquido ottenuto, trasferite la poltiglia in una garza e strizzatela raccogliendo il latte e unendolo a quello filtrato, quindi immergete di nuovo il fagottino nel suo latte e ripetete l’operazione un paio di volte, prima di eliminare la polpa. Versate il liquido in una bottiglia con il tappo e conservate in frigorifero. Per servirlo come bevanda potrete allungarlo al momento con acqua fredda a piacere.
Il trito di mandorle che vi rimane potrete utilizzarlo per un impasto per dolci o per preparare il gelato.
Per i più pigri, Pryntyl segnala l'esistenza di un aggeggio da meno di cinquanta euro per spremere la frutta secca.

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Edit: che poi non era mica latte di mandorla, ma sciroppo di latte di mandorla.

06 agosto 2013

Tempo di lavatrici

"Mej un andà che cent andèmm" significa tra l'altro che il fare conta più del dire. Il che, per chi crede nelle parole, pone un dilemma: raccontare il da farsi anziché sbrigarsi a farlo è un rischio che si può correre senza mettere a repentaglio tutto l'aspetto organizzativo? Vero è che alcune descrizioni paiono inutili e che si fa prima a fare che a dire, però il pizzico di autocompiacimento che giunge dall'attestazione verbale può fungere da incentivo o da carburante per l'alacrità. È il senso ultimo delle "to do list", traduzione esatta di agenda, la cui utilità non è solo come promemoria, bensì come certificazione di piccoli progressi compiuti. Ora, comunque, è tempo di lavatrici, mentre già incalzano le incombenze previste insieme a quelle rimandate e a qualche altra novità, ma è tutta roba da fare più che da descrivere, per il momento.

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Per la citazione in dialetto, sono debitore della nonna brianzola della mezza salentina Laura.


a cura di Giulio Pianese

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